La Francia fino al 1851

Gallia / I franchi / Il ducato di Borgogna / Il Delfinato / Il regno di Francia / La repubblica francese / Il primo impero dei Bonaparte / Restaurazione / La seconda repubblica francese

Gallia

I Celti sono di origini indoeuropea e pertanto giunsero in Europa contemporaneamente alle altre.
Oggi le popolazioni che più si avvicinano a quelle che colonizzavano la Francia 2000 anni fa si trovano proprio in Bretagna, in Gran Bretagna, nel Galles e in Irlanda.
I Galli erano già noti ai Greci e ai Fenici che navigando erano già giunti ad avere contatti commerciali con i Galli soprattutto in Provenza. La loro prima apparizione nella storia però si ha con il sacco di Roma del 390 a.C. in cui le popolazioni celtiche guidate da Brenno attaccarono la città e la saccheggiarono. Viene però anche riportata la cocente umiliazione inferta ai Romani quando Brenno chiese oro in cambio della sua ritirata da Roma; i Romani non avrebbero mai più dimenticato questa lezione e fino all'arrivo di Attila, Roma non sarebbe più stata saccheggiata.
Quasi due secoli dopo ritroviamo i Galli che aiutano l'esercito d'Annibale proveniente dalla Spagna ad attraversare le Alpi e in seguito a combattere nella pianura padana contro le truppe inviate contro di lui dai consoli Romani. La sconfitta di Annibale e la progressiva espansione della repubblica portò prima all'occupazione della Gallia Cisalpina (attuale pianura padana), e poi al consolidamento di una testa di ponte oltralpe in Provenza.
Fattosi nominare proconsole e governatore di questa provincia, Giulio Cesare partì alla conquista del territorio ancora non occupato spingendosi fin sulla Manica ed in Belgio. Narrò le proprie imprese nel De bello gallico, cronaca in cui sono riportati anche i costumi e le usanze delle molteplici tribù galliche che via via incontrò e sconfisse.
L'ultimo sussulto della resistenza gallica all'occupazione avvenne nel 52 a.C. quando i Galli si coalizzarono sotto la guida del carismatico capo Vercingetorige che venne però sconfitto nell'assedio di Alesia, catturato e portato a Roma in catene per sfilare dietro al carro del vincitore ed essere giustiziato.

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I franchi

Con la ristrutturazione dell'impero da parte di Diocleziano in tetrarcati la Gallia divenne uno dei due territori affidati ai cesari, imperatori subordinati, destinati a diventare poi augusti.
A questo punto però l'impero inizia ad essere attaccato da nuove tribù di stirpe germanica che attraversano sempre più spesso il confine.
Queste tribù si stanziano nei territori che precedentemente appartenevano ai Galli e la più forte e determinata risulta essere quella dei Franchi.
La sorte della Gallia si sarebbe ufficialmente divisa da quella di Roma solo nel 476 alla caduta dell'impero, anche se di fatto Roma non controllava più da tempo questa regione.
Da questo momento in poi la storia della Gallia e quella della Francia coincidono e il nome di "Gallia" dato alla Francia resisterà per tutto il Medioevo negli scritti in latino.
Il regno dei Franchi fu sottoposto a varie partizioni e ripartizioni, in quanto i Franchi dividevano le loro proprietà tra i propri figli e, senza un ampio concetto di res publica, concepivano il regno come una forma estesa della proprietà privata. Questa pratica spiega, in parte, la difficoltà di descrivere con precisione le date ed i confini fisici dei diversi regni franchi e chi ne governava le varie parti. La contrazione nell'alfabetizzazione durante il dominio dei Franchi pone altri problemi: essi produssero pochi documenti scritti. In sostanza, comunque, due dinastie di regnanti si succedettero, i Merovingi e i Carolingi.
La dinastia dei Merovingi, nome che deriva dal loro capostipite, Meroveo, fu la prima dinastia dei franchi. Al tempo dei Merovingi il potere politico era diviso tra il re e il signore di palazzo o maggiordomo, in un rapporto paragonabile a quello tra il Tenno e lo Shogun nel Giappone feudale.
Allo stesso modo infatti, formalmente il Maggiordomo non poteva avere un potere maggiore del suo sovrano, tuttavia era proprio il Signore di Palazzo che radunava le truppe al campo Maggio (il campo Maggio era il campo nel quale, ogni primavera, venivano reclutate le truppe dell'esercito) e portava avanti le campagne militari.
Proprio a causa di questo potere che via via andava ingrandendosi nelle mani dei maggiordomi, la dinastia carolingia, dalla quale provenivano la maggior parte dei signori di palazzo, prese progressivamente il sopravvento sulla merovingia per poi sostituirla completamente con Pipino il Breve.
I Carolingi furono una dinastia di sovrani franchi. Succeduta ai Merovingi nel 751 con Pipino il Breve, essa prese nome dal figlio di Pipino, Carlomagno, fondatore nell'800 del Sacro Romano Impero.
Carlo nacque il 2 aprile 742 o 747, come primogenito di Pipino il Breve (714 - 768), primo dei re Carolingi. Alla morte di Pipino il regno fu diviso tra Carlo e suo fratello Carlomanno. Quando questi morì nel 771, all'età di soli 22 anni, a Carlo restò il regno unificato dei Franchi.
Carlo estese via via i suoi domini con numerose campagne belliche di conquista. Dopo essersi garantito la sicurezza dei confini, Carlo procedette alla riorganizzazione dell'impero.
Il governo centrale era costituito dal palatium, il palazzo imperiale; tale palazzo però non si identificava, all'epoca di Carlo, in una residenza stabile, ma nella corte itinerante che seguiva il sovrano nei suoi spostamenti, composta per lo più di chierici e cavalieri. Due erano gli organi preminenti del palatium: la cancelleria e il tribunale palatino.
La cancelleria, retta da un chierico, si occupava della compilazione degli editti e delle leggi, della conservazione degli archivi di stato e degli affari ecclesiastici; il tribunale palatino, retto da un conte palatino, amministrava la giustizia in assenza dell'imperatore.
L'impero carolingio era suddiviso in distretti governati da un conte (dal latino comes, compagno), le cui funzioni principali erano l'amministrazione della giustiza e la convocazione dell'esercito. I conti erano generalmente assistiti da personale ecclesiastico: visconti e scabini, gli esperti di diritto che lo assistevano nei processi. Per necessità di difesa, nelle zone di confine le contee furono concentrate in entità più estese, le marche; rette da un marchese, erano concepite per approntare una difesa autonoma dagli attacchi esterni. L'efficacia delle marche nel loro compito è testimoniata dalla storia della Marca Hispanica, una regione nel nord della penisola iberica, con capitale Barcellona, che resistette tenacemente agli attacchi arabi.
Benchè conti e marchesi fossero forniti di vasta autonomia, erano pur sempre soggetti ai controlli dei missi dominici, gli inviati del signore; generalmente nominati in coppia, un laico e un ecclesiastico, verificavano l'operato dei funzionari locali e riferivano direttamente all'imperatore.
L'era Carolingia vide l'emergere graduale dei feudi, istituzioni su cui Carlomagno aveva basato l'amministrazione del suo impero e che avrebbero condizionato lo sviluppo della Francia per i secoli a venire. Ogni feudo si costituiva quando l'imperatore riconosceva ai nobili che lo avevano seguito e servito in battaglia la piena potestà amministrativa e di sfruttamento su una porzione del territorio imperiale, in cambio della loro fedeltà dimostrata. Col passare dei decenni prima, e dei secoli poi, quello che sopravvisse fu la divisione dell'impero in feudi variamente denominati (ducati, marche, contee, margraviati, eccetera) che venivano trasmessi ereditariamente dal feudatario al suo successore: è evidente che, col passare delle generazioni, il vincolo di fedeltà finiva per allentarsi naturalmente. Inoltre, spesso e volentieri ogni singolo feudatario finiva per subinfeudare a sua volta una porzione del feudo di cui era titolare. Il capitolare di Quierzy dell'877 stabilisce l'ereditarietà dei feudi maggiori o in capite, ossia quelli ricevuti direttamente dall'imperatore. Carlomagno morì il 28 gennaio 814 e fu inumato nella "sua" Cattedrale di Aquisgrana (Aachen). Successore fu l'unico dei suoi figli che gli sopravvisse, Ludovico I il Pio.
Morto Ludovico I il Pio, ebbe luogo la spartizione dell'impero tra i suoi figli (trattato di Verdun, 843): Lotario I ebbe la dignità imperiale, la corona d'Italia, la Lotaringiae e la Borgogna; Carlo II il Calvo ebbe la Francia e Ludovico il Germanico la Germania. Nell'855 Lotario I si ammalò seriamente, e disperando della guarigione, rinunciò al trono, divise la sua terre tra i suoi tre figli e il 23 settembre entrò nel monastero di Prüm, dove morì giorni dopo. Il suo regno fu diviso tra i suoi tre figli: il più vecchio, Ludovico II, ricevette l'Italia ed il titolo di Imperatore; il secondo, Lotario II, ricevette la Lotaringia, mentre il più giovane, Carlo, ricevette la Borgogna.

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Il ducato di Borgogna

I re francesi all'inizio nominarono i governatori di questa provincia con il titolo di Duca, e questa in poco tempo divenne una carica ereditaria.
Nel 1002, alla morte del duca di Borgogna Enrico Ottone il Grande, Roberto II di Francia, pretese il ducato dal nuovo duca, Ottone Guglielmo, che si oppose, ma, nel 1004 il ducato fu annesso al regno di Francia.
Il successore di Roberti II, Enrico I, fu anche Duca di Borgogna dal 1016 al 1032, quando abdicò in favore del fratello Roberto Capeto.
Nel 1477, Maria di Borgogna sposò l'Arciduca Massimiliano d'Austria. Il ducato di Borgogna in sé rimase nelle mani della Francia, agli Asburgo rimase il resto: la Francia Contea.

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Il Delfinato

Stemma del Delfinato

In un primo tempo il Delfinato fu uno Stato indipendente, facente parte del Sacro Romano Impero Germanico. Il suo sovrano portava il titolo di delfino del Viennois. L'ultimo delfino indipendente, Umberto II, senza eredi, cedette la sua provincia al re di Francia, Filippo VI, il 30 marzo 1349, con il trattato di Romans, abilmente negoziato dal suo protonotario, Amblard de Beaumont. Humbert II pretese in cambio che il primogenito dei re di Francia si chiamassero «delfino». Il delfino figurava nello stemma araldico dei conti del paese e diede origine al loro soprannome e in seguito al nome della regione. Il primo Delfino francese fu il nipote di Filippo VI, Carlo di Normandia: il futuro Carlo V il Saggio.

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Il regno di Francia

I Carolingi finirono per condividere la sorte dei predecessori Merovingi: l'ascesa (987) di Ugo Capeto, duca di Francia e conte di Parigi, mise sul trono la Dinastia Capetingia che avrebbe finito per restare sul trono per diversi secoli, considerando che le dinastie successive, Valois e Borboni, erano in qualche modo legittimamente eredi del trono dei Capetingi. Il nuovo ordinamento feudale lasciò la dinastia Capetingia con il controllo diretto di poco più della zona della media Senna e dei territori adiacenti, mentre altri potenti signori, come i Conti di Blois, nel X e XI secolo accumulavano grossi domini attraverso il matrimonio e gli accordi privati di protezione e supporto con i nobili minori.
L'area attorno alla bassa Senna venne ceduta agli invasori scandinavi con la costituzione di un feudo, il Ducato di Normandia, nel 911. Esso divenne fonte di particolare preoccupazione per i re di Francia quando il Duca Guglielmo prese possesso del Regno d'Inghilterra nel 1066, cingendone la corona e acquisendo una sovranità pari a quella dei re di Francia (dove, malgrado tutto, continuava a restare un feudatario gerarchicamente e nominalmente subordinato al monarca).
Roberto II nel 987 fu associato al trono col padre Ugo Capeto. Nel 996, alla morte di suo padre divenne re di Francia e pochi mesi dopo sposò, in seconde nozze, la cugina Berta, vedova del conte Oddone I di Blois, assicurandosi la successione al ducato di Borgogna con l'opposizione di Papa Gregorio V. Nel 997 il Papa gli inflisse sette anni di penitenza e minacciò la scomunica (che poi fu comminata) ai due coniugi e l'interdetto al regno di Francia, se non si fosse separato da Berta. Nel 999 venne eletto Papa, col nome di Silvestro II, Gerberto di Aurillac (Alvernia, ca. 938–Rome, 12 maggio 1003), che era stato insegnante di Roberto a Reims, che tolse la scomunica e l'interdetto, mantenendo i sette anni di penitenza. Il matrimonio però non diede frutti (solo un figlio nato morto) per cui Roberto il Pio fu costretto a separarsi da Berta nell'anno 1001. Nel 1002, alla morte del duca di Borgogna Enrico Ottone il Grande, pretese il ducato dal nuovo duca, Ottone Guglielmo, che si oppose, ma, nel 1004 il ducato fu annesso al regno di Francia. Nel 1016, cedette il ducato di Borgogna al secondogenito Enrico. Improntato per peripezia matrimoniale il regno di Roberto II fu di un energia deplorabile contro la nobiltà feduale, sempre pronto ad imporre il proprio potere. Roberto morì il 20 giugno del 1031.
Enrico I (4 maggio 1008 - 4 agosto 1060) fu Re di Francia dal 1031 al 1060), figlio di Roberto II e della sua terza moglie Costanza d'Arles (973-1032). Enrico fu anche Duca di Borgogna dal 1016 al 1032, quando abdicò in favore del fratello Roberto Capeto.
Gli successe il figlio, Filippo I, che aveva 7 anni quando lui morì. Per sei anni, la moglie di Enrico, Anna di Kiev, regnò come reggente.
Luigi VI il Grosso (1 dicembre, 1081 – 1 agosto, 1137) fu re di Francia dal 1108 al 1137.
Luigi VII di Francia, detto il Giovane (ca. 1120 - 1180), è stato re di Francia dal 1137 al 1180. Figlio di Luigi VI il Grosso, ne continuò la politica di consolidamento della corona sulla feudalità. Acquisì l'Aquitania e il Poitou, grazie al matrimonio, nel 1137, combinato con Eleonora d'Aquitania, figlia di Guglielmo X di Aquitania, ma ne perdette la legittimità divorziando nel 1152.
Filippo II di Francia, noto anche come Filippo Augusto o Filippo il Conquistatore o Il Guercio (Parigi 1165-Mantes sur Seine 1223), re di Francia, figlio e successore (1180) di Luigi VII. Nel quadro della lotta alla grande feudalità, fu in costante conflitto con i re d'Inghilterra, suoi vassalli: Enrico II, Riccardo I Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra, al quale strappò infine i feudi di Normandia, Angiò e Turenna.
Luigi VIII detto Luigi il Leone (5 settembre 1187 - 8 novembre 1226) è stato re di Francia dal 1223 al 1226.
Luigi IX di Francia detto il Santo (1214-1270), figlio di Luigi VIII, succedette al padre nel 1226, sotto la tutela della madre Bianca di Castiglia; nel 1234 sposò Margherita di Provenza. Assunto direttamente il governo nel 1242, condusse una politica centralizzatrice. Guidò due crociate: la VI 1248-1254, durante la quale fu fatto prigioniero nel 1250 ad al-Mansura, e poi rilasciato dietro riscatto; la VII nel 1270, in cui morì di peste a Tunisi.
Filippo IV fu re di Francia dal 1285 fino alla sua morte. Filippo sposò Giovanna I di Navarra il 16 agosto 1284, unione molto importante in ambito territoriale, dato che quest'ultima regnava su Champagne e Brie, regioni adiacenti all'Île-de-France che si unificarono al regno di Filippo con il risultato di un vasto regno. Il regno di Navarra, situato nei Pirenei, non era così importante in quei tempi, e rimase unito dal 1284 al 1329, quando si separò nuovamente. Morì nel corso di una battuta di caccia e fu seppellito nella basilica di Saint-Denis dov'è conservato tutt'oggi un suo sarcofago.
Gli succedette il figlio Luigi X di Francia, nel 1314. Luigi morì a Vincennes, Valle della Marna (Val-de-Marne). All'epoca della morte di Luigi sua moglie Clemenza era incinta: era perciò impossibile conoscere il successore fino a quando il figlio non fosse nato. Se si fosse trattato di un maschio, sarebbe succeduto al padre come Re, se invece fosse stata una femmina, sarebbe diventato re Filippo, il fratello minore del defunto. Filippo venne nominato reggente per i cinque mesi mancanti alla nascita del figlio di suo fratello, che si rivelò essere un maschio. Quindi a Luigi succedette suo figlio postumo Giovanni I, che però visse solo cinque giorni. Alla sua morte il fratello di Luigi X, Filippo V, divenne quindi Re. Filippo V morì senza lasciare eredi maschi.
Carlo IV il Bello, nato il 18 giugno 1294 al Castello di Creil (Oise), morto il 1° febbraio 1328 a Vincennes, fu re di Francia dal 1322 al 1328. Il re di Francia Carlo IV il Bello morì nel 1328 senza eredi maschi, portando all'estinzione la dinastia Capetingia. Il trono francese si trovò così ad essere conteso tra due pretendenti: Filippo di Valois, nipote di Filippo IV (in quanto figlio di Carlo di Valois) ed il re d'Inghilterra Edoardo III, nipote (figlio d'Isabella di Francia, figlia di Filippo IV). Grazie al sostegno dei grandi feudatari di Francia, Filippo potè cingere la corona e inaugurare la dinastia dei Valois. Ma Edoardo III non si arrese, infatti, lui stesso si proclamò legittimo successore al trono francese e, con una dichiarazione di battaglia feudale, mosse guerra ai Francesi. Oltre alla causa principale, gli storici ne hanno individuate altre: sicuramente la conquista, da parte dei Francesi, delle Fiandre, territorio legato storicamente all'Inghilterra, la confisca, da parte di Filippo VI, dei feudi inglesi nella Francia settentrionale, colonizzati secoli prima dal normanno Guglielmo I d'Inghilterra, detto "Il Conquistatore", primo re d'Inghilterra della dinastia dei Normanni e lo scontro economico creatosi tra le due Monarchie, forse le più grandi di quel periodo.
L'inizio delle ostilità fu totalmente a sfavore dei Francesi: l'esercito inglese, dominato dalla presenza dei famosi arceri inglesi muniti d'arco lungo, sconfisse la cavalleria pesante feudale francese meglio equipaggiata, ma indisciplinata. Questa situazione disperata costrinse il regno a scendere a patti con gli Inglesi concedendo a re Edoardo III, nella pace di Brétigny (1360), l'intera parte sudoccidentale della Francia in cambio della sua rinuncia alle pretese al trono.
Giovanni II il Buono (16 aprile, 1319 – 8 aprile, 1364), fu re di Francia dal 1350 al 1364.
Carlo V (1364-1380), una volta salito al trono, nel 1364, si ritrovò a fronteggiare una situazione difficile: la Francia era nel pieno di una vasta crisi economica, un terzo del regno era controllato dagli Inglesi e le rivolte contadine ed autonomiste (come quelle fiamminghe) si susseguivano senza sosta, anche a causa degli aiuti inviati dall'Inghilterra agli insorti. Una condizione degli accordi di pace prevedeva che, in cambio della rinuncia inglese al trono di Francia, il Re Francese avrebbe perso la sovranità su tutte le terre cedute. Carlo V, tuttavia, volle ignorare il fatto pretendendo che il Principe Nero, feudatario in Aquitania, gli prestasse giuramento di fedeltà. Al rifiuto del principe la Francia rispose con la dichiarazione di guerra ed il conflitto con l'Inghilterra riprese (1369). Questa volta la superiorità militare inglese non fu più tanto netta: la nuova tattica francese, ideata da Bertrand du Guesclin e consistente nel cosiddetto sciopero delle armi, ovvero nell'evitare lo scontro campale prediligendo una guerra di logoramento, colse del tutto impreparati i nemici che, abituati alla vecchia guerra d'incursione, si prodigavano in lunghe e infruttuose spedizioni di devastazione. Carlo V, perciò, riuscì a conseguire innumerevoli successi e a riconquistare la maggior parte delle terre precedentemente perse. Nel 1380 gli Inglesi conservavano solo Calais, Cherbourg, Brest, Bordeaux e Bayonne. La vittoria sembrava a portata di mano, soprattutto quando la Francia fu scossa da nuove rivolte. Oppresse dal peso di una pesante fiscalità, le città delle Fiandre si ribellarono e pretesero il riconoscimento dell'indipendenza (1378). La rivolta fu probabilmente, come già detto, finanziata dagli Inglesi che da sempre avevano interessi in quella regione e che speravano in una nuova vittoria delle milizie cittadine fiamminghe contro la cavalleria pesante francese, come era già avvenuto nella battaglia di Courtrai o degli Speroni d'Oro. La Francia, tuttavia, con l'aiuto di Filippo II di Borgogna, sconfisse i ribelli a Roosebeke (1382). Il duca borgognone fu ricompensato dal Re con l'annessione delle Fiandre ai propri domini.
Dopo la morte di Carlo V (1380), il figlio, Carlo VI, salì al trono di Francia sotto la reggenza dei quattro duchi d'Angiò, Borgogna, Orléans e Berry. La politica francese, in questo periodo, proseguì sulla falsa riga di quella seguita sotto il monarca precedente e, in questo modo, la posizione dei Valois continuò a rafforzarsi. Nel 1385, tuttavia, il giovane sovrano prese direttamente le redini dello stato, ma con esiti tutt'altro che positivi: il Re, infatti, dimostrò subito una personalità instabile e mostrava i primi segni della pazzia che si palesò ufficialmente a partire dal 1392 e che privò il paese della sua guida. A quel punto salì al trono, anche se non legalmente, Filippo II di Borgogna. Luigi di Valois, duca d'Orlèans, nonchè fratello del folle Carlo VI, duellò per la corona con Filippo II: alla fine la ebbe vinta, ma la battaglia non finì qui perchè ciò scaturì l'odio reciproco tra le due dinastie, che sarebbe durato vari secoli. Quindi, l'erede leggittimo della corona di Francia divenne il figlio di Carlo VI: Carlo VII.
Enrico V d’Inghilterra, però, a quel punto, intervenne a favore dei Borgognoni e annientò l'esercito francese ad Azincourt (1415). Il destino della Francia sembrò segnato: le forze congiunte degli Inglesi e dei Borgognoni occuparono in breve tempo l'intera parte settentrionale del regno, Parigi cadde e gli Armagnacchi furono costretti a scendere a patti: Caterina, figlia di Carlo VI, andò in sposa ad Enrico (trattato di Troyes, 1420). Così, alla morte di Carlo VI e di Enrico V (1422), il figlio del re inglese, Enrico VI, venne incoronato a soli nove mesi Re di Francia e d'Inghilterra. La madre, Caterina di Valois, fu allontanata dal figlio e non lo potè educare, poichè il consiglio di reggenza inglese (che fu costituito per l'età prematura del nuovo re ed era capeggiato dal signore di Bedford) pensava potesse influenzare il bambino, facendolo passare dalla parte francese.
Quando tutto sembrava perduto, una giovane contadina lorenese, Giovanna d'Arco, si recò da Carlo VII dichiarandosi inviata da Dio per risollevare le sorti dei Valois (1429). La ragazza sosteneva di essere stata spinta ad agire in prima persona per il bene della Francia dalle voci dell'angelo Michele e delle sante Caterina e Margherita. Sebbene gli storici inglesi minimizzino il ruolo che ella ebbe nello svolgersi degli eventi, è tuttavia impossibile ignorare che, da quel momento in poi, la guerra registrò una svolta di non poco conto. Le truppe del delfino, infatti, guidate da Giovanna, ruppero l'assedio di Orléans (da tale impresa derivò il soprannome di Pulzella d'Orléans) infliggendo una pesante sconfitta alle forze inglesi e portando alle stelle il morale dei francesi che, imbaldanziti, sconfissero una seconda volta l'esercito del Bedford a Patay e riuscirono a liberare tutti i territori occupati fino a Reims, dove Carlo VII si fece incoronare.
Mentre per Giovanna sarebbe stato opportuno continuare la guerra fino alla totale cacciata degli Inglesi, il sovrano preferì intavolare delle trattative col nemico. La Pulzella, allora, continuò le proprie spedizioni fino al 1430, quando, catturata dai Borgognoni a Compiègne, fu venduta per 10.000 scudi d'oro, processata per stregoneria, fu, infine, condannata a morte (1431), senza che Carlo VII intervenisse. Infatti, secondo gli studiosi, Carlo VII non intervenì per voler proprio, perchè reputava insolente che la patria fosse stata salvata da una donna. Com'è, come non è, Giovanna, divenuta Santa a 25 anni di distanza dalla sua morte, è ancora oggi una tra le figure più venerate in Francia.
Finita la guerra e scacciati gli Inglesi da quasi tutto il territorio (Calais rimase inglese) Carlo VII, Re di Francia, convocò una riunione ad Arras per stipulare gli accordi per poter costituire il Regno di Francia e rendere definitiva la pace tra Armagnacchi e Borgognoni. La Conferenza di Arras è ricordata per esser stata la prima conferenza europea. Alla conferenza presero parte i Francesi, i Borgogna, i Lussemburghesi e i Savoia. Carlo VII cedette a Filippo III la Contea di Mâcon e le città della Somme, che costituirono con l'Olanda settentrionale e quella meridionale gli Stati Generali dei Paesi Bassi, uno Stato nazionale basato (come oggi) sul modello francese. Inoltre, il duca di Borgogna, rimane vassallo del monarca francese, ma diventa ufficialmente indipendente da questo. Questo trattato pone finalmente fine alla guerra civile tra Armagnacchi e Borgogni. Fu firmato il 21 settembre 1435.
Alla morte del re Enrico III, ultimo membro del ramo dei Valois-Angoulême rimasto privo di eredi, per individuare il legittimo pretendente alla corona di Francia secondo la legge salica si dovette risalire al Luigi IX, il Santo. Attraverso il figlio cadetto di quest'ultimo, Roberto di Clermont si discese fino ad Enrico III di Navarra che, divenendo re di Francia, assunse il nome Enrico IV. Egli fu il primo re francese della dinastia dei Borboni. Enrico, che era ugonotto, si convertì al cattolicesimo il 25 luglio 1593 per poter salire sul trono di Francia. Egli pose fine alla guerra di religione iniziata diversi anni prima tra cattolici ed ugonotti: nell'aprile 1598 emise il cosiddetto Editto di Nantes, primo esempio su vasta scala di norma di tolleranza religiosa con il quale, a certe condizioni e con certi limiti anche territoriali, veniva concessa la libertà di culto in tutto il territorio francese. Nel 1604 introdusse la tassa detta paulette, dal nome del primo finanziere che ne ebbe l'appalto, Charles Paulet: pagando la quale il funzionario acquistava, oltre agli emolumenti che gli sarebbero derivati dalla sua attività, anche la possibilità di trasmettere in eredità il suo ufficio. Nasceva in questo modo una nuova nobiltà di servizio, la Noblesse de Robe (nobiltà di toga), un corpo di funzionari distinto e contrapposto all'antica nobiltà feudale, la Noblesse d'Epée (nobiltà di spada), la quale si vedeva lentamente sottrarre potere e prestigio soprattutto a livello locale. Raggiunta una certa stabilità interna Enrico IV nuovamente si occupò di politica estera secondo un programma anti-spagnolo: prese accordi con gli Olandesi, con Venezia, con Carlo Emanuele I di Savoia e con principi calvinisti. Il progetto era ormai pronto quando nel 1610 un fanatico cattolico, di nome François Ravaillac, invasato dalle teorie del legittimo tirannicidio, uccise Enrico IV, mandando a monte il disegno del re.
Nel 1559, alla morte di Enrico IV, poichè l’erede al trono Luigi XIII era ancora un bambino di appena 9 anni, divenne reggente del Regno di Francia Maria dè Medici, madre di Luigi XIII e vedova del re assassinato. La nobiltà, approfittò dell’incapacità di governo della reggente per favorire i propri interessi personali, impoverendo le casse dello Stato e minandone la stabilità politica. A seguito delle loro trame, il duca di Sully fu costretto ad abbandonare la guida del governo. A salvare la Francia da questo marasma intervenne il cardinale di Richelieu, che si era già messo in mostra in precedenza in occasione della riunione degli Stati generali del 1614. Egli venne ammesso nel Consiglio del Regno, del quale fu il personaggio più importante dal 1624 al 1642, divenendo in pratica la vera guida della Francia. Nominato cardinale nel 1622, Richelieu pose come punto principale del suo programma la restaurazione dell’autorità dello Stato, al di sopra di ogni interesse particolare; per raggiungere questo scopo non ebbe riguardi per nessuno. La stessa reggente Maria dè Medici fu da lui costretta a lasciare la Francia, mentre il principe Gastone venne espulso dalla corte. Meno riguardi il cardinale li ebbe per i nobili, che non esitò a far condannare alla pena di morte quando contravvenivano ai suoi editti. Della debolezza dell’autorità centrale retta da Maria dè Medici, approfittarono le più importanti tra le famiglie aristocratiche del Regno, ed in particolare i Rohan, per porsi alla testa degli Ugonotti e costituire nel Sud della Francia una repubblica nobiliare ribelle. Essi elessero come loro punto di forza la fortezza costiera di La Rochelle. Assediata da terra e dal mare, nel 1628 la città fu costretta a capitolare. Poco tempo dopo anche nel Sud l’esercito reale, comandato dal principe di Conde ebbe ragione delle ultime sacche di resistenza. Sconfitti gli Ugonotti, Richelieu dette prova di grande acume politico concedendo ai vinti di poter mantenere il proprio credo religioso così come venne loro accordato dall’Editto di Nantes, ma abolendo allo stesso tempo i loro privilegi politico-militari, che avevano consentito agli Ugonotti di costituire uno Stato nello Stato. Queste intelligenti misure permisero al cardinale di rafforzare l’unità nazionale, abbattendo i privilegi particolari e salvaguardando la libertà di coscienza religiosa dei francesi. Per suo preciso ordine venne riorganizzato l’apparato governativo, tanto nei punti chiave, che nei livelli inferiori. Il Consiglio del Regno, formato da aristocratici scelti a suo tempo da Enrico IV, venne ridotto a funzioni puramente decorative: gli affari di Stato venivano infatti curati dai Segretari di Stato, ognuno dei quali si interessava ad un particolare settore dell’amministrazione. Anche Richelieu, come già in precedenza aveva fatto Enrico IV, adottò numerosi provvedimenti che avevano lo scopo di favorire le manifatture francesi e nell’interesse dello sviluppo commerciale del Paese diede inizio ad una politica coloniale che condusse le navi francesi nelle Antille e permise alla Francia di accelerare la colonizzazione del Canada. Nel 1642 morì il cardinale Richelieu, seguito l'anno dopo da re Luigi XIII,che lasciò suo erede al trono Luigi XIV, che all'epoca aveva solo cinque anni di età. Reggente del regno divenne sua madre Anna d'Austria, la quale lasciò le redini del governo al suo favorito, il cardinale italiano Giulio Mazzarino: uomo energico ed estremamente intelligente, questi proseguì la politica fino ad allora seguita da Richelieu. L'edificazione del potere assoluto e di tutto il suo apparato statale ad opera di Richelieu, aveva richiesto un pesante aumento tributario. Già sul finire del governo del cardinale di Richelieu i contadini, sui quali ricadeva il maggior peso fiscale, avevano manifestato il proprio risentimento inscenando parecchie sommosse locali, domate dal cardinale con l'uso della forza. Queste agitazioni ripresero dal 1643 al 1645 sotto il governo del cardinale Mazzarino. Contemporaneamente, dalle campagne il malcontento si spostò nelle città, sia per l'aggravamento della pressione fiscale, sia perchè il governo, sempre alla ricerca affannosa di nuove fonti di reddito per far fronte alle spese militari, non esitò a ledere i diritti ed i privilegi dei funzionari. Mazzarino governò indisturbato fino al 1661, l'anno della sua morte. Con i precedenti governi di Enrico IV, Richelieu e di Mazzarino, in Francia era stato completato il processo di instaurazione della monarchia assoluta. La grande nobiltà venne convinta a desistere dai suoi tentativi di contendere al re il dominio dello Stato: per raggiungere questo risultato, già sotto il regno di Enrico IV, ai nobili vennero concesse cospicue pensioni e posizioni di rilievo all’interno del governo, nell’amministrazione dello Stato e nell’esercito. Questo processo venne portato a termine sotto il regno di Luigi XIV, il Re Sole. Sotto di lui, tutti i maggiori aristocratici di Francia vennero costretti a risiedere alla corte di Versailles, dove vivevano nel lusso più sfrenato, ammansiti con incarichi di vario genere.
Molti fattori portarono alla rivoluzione: Risentimento per l'assolutismo reale; Risentimento per il sistema signorile da parte di contadini, salariati e borghesia rampante;
Il sorgere degli ideali dell'illuminismo;
Un debito nazionale ingestibile, causato ed esacerbato dal peso di un sistema di tassazione grossolanamente iniquo;
La scarsità di cibo negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione. Il 13 luglio 1787 il parlamento e la nobiltà avevano richiesto che il re chiamasse gli Stati Generali; questa richiesta era stata assecondata dagli Stati del Delfinato nell'assemblea di Vizille; il 18 dicembre 1787, il re promise di convocare gli Stati Generali nel giro di cinque anni; dopo le dimissioni di Brienne, il 25 agosto 1788, e con Necker di nuovo in carica per le finanze nazionali, il Re, l'8 agosto 1788, acconsentì a convocare gli Stati generali nel 5 maggio 1789, per la prima volta dal 1614.
La prospettiva degli Stati generali evidenziò il conflitto di interessi tra il Secondo stato (la nobiltà) e il Terzo stato (in teoria, tutta la gente comune, in pratica la borghesia).
La società era cambiata dal 1614. Il Primo Stato (il clero) assieme al Secondo Stato rappresentavano solo il 2 percento della popolazione francese. Il Terzo Stato, teoricamente rappresentante del restante 98%, e in pratica rappresentante di una fetta crescente del benessere nazionale, poteva ancora essere messo in minoranza dagli altri due, che storicamente avevano spesso votato assieme. Molti nella classe emergente videro la chiamata degli Stati Generali come una possibilità di guadagnare potere.
Un decreto reale del 27 novembre 1788 annunciò che gli Stati generali sarebbero ammontati ad almeno un migliaio di deputati; garantiva inoltre la rappresentazione doppia per il Terzo Stato. In aggiunta, i semplici sacerdoti (curés) potevano servire come deputati per il Primo Stato, e i protestanti per il Terzo Stato.
Quando gli Stati Generali convennero a Versailles il 5 maggio 1789, tra l'acclamazione generale, molti nel Terzo Stato videro la rappresentanza doppia come una rivoluzione già pacificamente conseguita. Comunque, con l'etichetta del 1614 strettamente rinforzata, il clero e la nobiltà in pompa magna, l'ubicazione fisica dei deputati dei tre Stati dettata dal protocollo di un'era precedente, fu immediatamente evidente che in realtà era stato ottenuto molto meno.
Nei cahiers de doléances ("quaderni delle rimostranze") venne stilato un elenco dei soprusi a cui era sottoposto ancora il terzo stato.
Quando Luigi XVI e Barentin (il guardasigilli) si rivolsero ai deputati il 6 maggio, il Terzo stato scoprì che il decreto reale che garantiva la rappresentanza doppia celava un trucco. Avevano sì più rappresentanti degli altri due Stati combinati, ma il voto si sarebbe svolto "per ordini": i 578 rappresentanti del Terzo Stato, dopo aver deliberato, avrebbero avuto il loro voto collettivo pesato esattamente come quello di uno degli altri Stati. L'intento apparente del re e di Barentin era quello che tutti andassero direttamente al problema delle tasse. La maggior rappresentanza del Terzo stato doveva essere solo simbolica, senza dargli nessun potere extra. Necker aveva più simpatia per il Terzo stato, ma in quell'occasione parlò solo della situazione fiscale, lasciando a Barentin il compito di parlare su come gli Stati Generali avrebbero operato.
Cercando di evitare il problema della rappresentanza e di focalizzarsi unicamente sulle tasse, il re e i suoi ministri avevano gravemente mal giudicato la situazione. Il Terzo stato voleva che gli stati si incontrassero come un unico corpo e votassero per deputato. Gli altri due stati, pur avendo le loro doglianze contro l'assolutismo reale, credevano, correttamente, come la storia avrebbe dimostrato, che avrebbero perso più potere verso il Terzo stato di quello che avrebbero guadagnato dal re. Il ministro del re, Necker, simpatizzò con il Terzo stato, ma l'astuto finanziere era un politico non altrettanto astuto. Decise di far continuare l'impasse fino al punto di stallo prima di entrare nella mischia. Il risultato fu che per il momento in cui il re cedette alle domande del Terzo stato, sembrò a tutti una concessione estorta alla monarchia, piuttosto che un dono magnanimo che avrebbe convinto la popolazione della buona volontà del re. L'impasse fu immediata. Il primo argomento di trattativa degli Stati Generali fu la verifica dei poteri. Mirabeau, nobile egli stesso ma eletto per rappresentare il Terzo stato, cercò senza riuscirci di tenere tutti e tre gli ordini in un'unica sala per la discussione. Invece di discutere le tasse del re, i tre Stati iniziarono a discutere sull'organizzazione della legislatura.
Il 17 giugno 1789, con il fallimento degli sforzi per riconciliare i tre Stati, i Communes completarono il loro processo di verifica, diventando l'unico stato i cui poteri fossero stati appropriatamente legalizzati. I Communes quasi immediatamente votarono una misura molto più radicale: essi si dichiararono come Assemblea Nazionale, un'assemblea non degli Stati, ma del popolo. Essi invitarono gli altri ordini ad unirsi, ma resero chiaro che intendevano fare gli interessi della nazione con o senza di loro.
Questa assemblea costituita di fresco si collegò immediatamente ai capitalisti -- la fonte del credito necessario per finanziare il debito pubblico -- e alla gente comune. Essi consolidarono il debito pubblico e dichiararono che tutte le tasse esistenti erano state precedentemente imposte illegalmente, ma votarono le stesse provvisoriamente, solo fintanto che l'assemblea continuava a riunirsi. Questo ridiede fiducia al capitale e gli diede un forte interesse nel tenere l'assemblea in sessione. Per quanto riguarda la gente comune, un comitato di sussistenza venne stabilito per affrontare la carenza di cibo.
Non più interessato ai consigli di Necker, Luigi XVI, sotto l'influenza dei cortigiani del suo consiglio privato, si risolse a rivolgersi all'assemblea, annullare il suo decreto, comandare la separazione degli ordini, e dettare che le riforme fossero effettuate dagli Stati Generali restaurati.
È (a malapena) immaginabile che se Luigi avesse semplicemente marciato dentro la Salle des États, dove l'Assemblea Nazionale si incontrava, il suo piano avrebbe potuto riuscire. Invece, se ne restò a Marly e ordinò la chiusura della sala, aspettandosi di impedire all'assemblea di riunirsi per diversi giorni, mentre lui si preparava. L'Assemblea spostò semplicemente le proprie deliberazioni nel campo da pallacorda del Re, dove procedette al Giuramento della Sala della Pallacorda (20 giugno 1789), con il quale si accordò per non sciogliersi finché non fosse stata data una costituzione alla Francia.
Due giorni dopo, privata anche dell'uso della Sala della Pallacorda, l'Assemblea Nazionale si riunì nella chiesa di Saint-Louis. Quando, il 23 giugno 1789, in accordo con il suo piano, il re si rivolse finalmente ai rappresentanti dei tre Stati, si trovò di fronte a un silenzio di pietra. Egli concluse ordinando a tutti di disperdersi, e venne obbedito dai nobili e dal clero. I deputati della gente comune rimasero seduti in un silenzio che venne finalmente rotto da Mirabeau, il cui breve discorso così culminò, «Una forza militare circonda l'Assemblea! Dove sono i nemici della nazione? C'è Catilina alle nostre porte? Io richiedo, investite voi stessi con la vostra dignità, con il vostro potere legislativo, accludete a voi la religione del vostro giuramento. Questo non vi permette di sciogliervi finché non avrete formato una costituzione». I deputati resistettero. I militari francesi incominciarono ad accorrere in grande numero attorno a Parigi e Versailles.
Il 9 luglio 1789 l'Assemblea si ricostituì come Assemblea Nazionale Costituente, rivolgendosi al re in termini educati ma fermi, richiedendo la rimozione delle truppe (che ora includevano reggimenti stranieri, la cui obbedienza al re era molto più grande di quella delle truppe francesi), ma Luigi dichiarò che lui solo poteva giudicare il bisogno delle truppe, e li rassicurò che queste erano una misura strettamente precauzionale.
Il 22 Luglio 1790 il re approva la Costituzione Civile del Clero. La Costituzione Civile del Clero (C.C.C.) e' stato un atto fondamentale della Rivoluzione che priva gli ecclesiastici di ogni loro particolare privilegio o distinzione. Si stava preparando da tempo ed erano stati studiati diversi piani di fuga poi sempre accantonati per l'indecisione del re. Il 20 Giugno 1791, Maria Antonietta si impone ed obbliga il marito a seguire il piano di Fersen.
Il 22 Giugno 1791, alle ore 22.00 giunge la notizia dell'arresto del re a Varennes e l'Assemblea Nazionale Costituente.
Il 25 Giugno 1791 il re rientra a Parigi. L'Assemblea Nazionale Costituente ha decretato la sospensione del re da ogni sua funzione e prerogativa, sino a nuovo ordine.
Il 15 Luglio 1791 un decreto proclama il re inviolabile, cosa che lo esclude, per il momento, da ogni tipo di giudizio.
Il 13 Settembre 1791 il re sancisce la Costituzione.
I
l 30 Settembre 1791 l'Assemblea Nazionale Costituente ha terminato i suoi compiti.
Il 1 Ottobre 1791 prima seduta dell'Assemblea Nazionale Legislativa Il 17 ottobre 1791 l'Assemblea legislativa aveva deciso di chiudere le due grandi scuole di teologia, il collegio di Navarra e la Sorbona, i cui maestri, a maggioranza, avevano rifiutato il giuramento. Fouchet, vescovo costituzionale, richiese la soppressione di qualsiasi pensione e di qualsiasi trattamento economico per tutti i preti ostili al giuramento. Il 27 maggio 1792 l'Assemblea, che da Costituente s'era trasformata in Legislativa, autorizzò i direttori dipartimentali a deportare in Guyana, su domanda di 20 cittadini attivi o in seguito a una denuncia, ogni prete che non avesse giurato la Costituzione civile. Un provvedimento davvero pesante: chi più lo pretese, tra i vescovi presenti in aula, fu Claude Fouchet.

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La repubblica francese

Dopo il crollo della monarchia, il 10 agosto, le repressioni si diffusero a macchia d'olio. Il 20 settembre la Convenzione, succeduta a un'Assemblea legislativa screditatasi con i tragici fatti del Campo di Marte, sancisce per le municipalità, dopo aver decretato la Repubblica, la laicizzazione dello stato civile e il divieto per i sacerdoti di tenere qualunque registro: battesimi, matrimoni e funerali religiosi non avrebbero più avuto alcun valore legale. Questa la prima vera tappa sulla via della separazione fra Stato e chiesa. Nello stesso giorno venne istituito il divorzio.
Strenuo difensore dei diritti dei più deboli (soprattutto operai e contadini), Robespierre entrò nel Comitato di Salute Pubblica, organo del Governo rivoluzionario creato dalla Convenzione Nazionale il 17 germinale dell’anno I (6 aprile 1793), il 27 luglio 1793. In questa veste iniziò una manovra politica volta ad alleviare la miseria delle classi più umili e a recepire le indicazioni dei sanculotti. Seppure contrario alla guerra, fu tra i più attivi nel rafforzare militarmente l'esercito repubblicano attraverso provvedimenti di economia controllata (per esempio, la razione minima sul pane, sul sale e sulla farina).
Preoccupato dagli eventi bellici, dai tentativi contro-rivoluzionari e deciso a dare un colpo mortale alla monarchia e all'antico regime, egli decise di sostenere la politica del cosiddetto Terrore. Il Terrore mirava ad eliminare fisicamente tutti i possibili rivali della Rivoluzione Francese, il numero delle vittime causate dal periodo del Terrore è tuttavia difficilmente quantificabile, ma pare che sia intorno ai 70.000 uomini, prevalentemente appartenenti alla media borghesia.
Altri storici parlano con le approssimazioni del caso di circa 35'000 esecuzioni, delle quali ben 12'000 senza processo e ricordano (il periodo del Terrore durò soltanto un anno!) la metodica cancellazione di ogni forma di dissenso anche mediante l’incarcerazione di circa 100'000 persone (ma alcuni studiosi arrivano addirittura a 300'000) soltanto perché sospettate di attività controrivoluzionaria.
Per questo si disse che la rivoluzione divora i suoi figli. Con molta leggerezza furono condannati a morte anche povere persone favorevoli alla politica di Robespierre anche se, probabilmente, egli non era a conoscenza di certe estremizzazioni del Terrore.
Robespierre, temendo la perdita di un controllo morale, proclamò religione dello stato il culto laico dell'Essere Supremo basato sulle teorie di Rousseau, ma il suo decreto gli attirò l'ostilità sia dei cattolici sia degli atei. Conscio dell'odio che la Convenzione Nazionale provava per lui, egli era convinto che il suo destino era nelle mani dell'esercito francese. Paradossalmente sarà invece, proprio la vittoria dell'esercito repubblicano a Fleurus (in Belgio) contro le armate della Prussia e dell'Austria, avvenuta il 25 giugno 1794, a segnare il destino dell'Incorruttibile.
Venuto meno il pericolo di un'invasione straniera, buona parte dei francesi si stancò delle misure eccezionali emanate durante il Terrore. Non foss'altro perché il crescendo del clima di terrore fece sentire ognuno possibile bersaglio e futura vittima. Tale clima assicurò un ampio sostegno al colpo di Stato organizzato dagli avversari politici di Robespierre anche all'interno dell'Assemblea della Convenzione.
Nella mattinata del 28 luglio 1794, le Guardie Nazionali, fedeli della Convenzione, si impadroniscono, tuttavia, senza trovare ulteriore resistenza, dell'Hotel de Ville e arrestano numerosi dirigenti giacobini fedeli a Robespierre, tra cui nuovamente Saint-Just, Couthon, Le Bas e il fratello di Robespierre, Augustin, il quale - nel tentativo di sfuggire alla cattura - si butta dalla finestra e si fracassa sul selciato, dove verrà raccolto moribondo. Anche Maximilien cerca di opporre resistenza, ma un colpo di pistola, sparato dalla guardia Charles Andre Merda, gli fracassa la mascella. Alcuni storici, fra cui Thomas Carlyle, sostennero la tesi del tentato suicidio.
Direttorio è il termine con il quale si definisce l'organo posto al vertice delle istituzioni francesi nell'ultima parte della Rivoluzione francese, ossia nel periodo cosiddetto del termidoro, che pose fine al terrore dell'anno II. Il Direttorio era composto da 5 membri chiamati direttori con poteri simili a quelli che possono avere gli odierni ministri. Il suo principale componente era anche la persona che lo aveva ideato: Paul Barras.
Con un esecutivo direttoriale coloro che avevano posto fine al governo di Robespierre si posero infatti un ben preciso obbiettivo: evitare in qualsiasi modo che il potere potesse nuovamente concentrarsi nelle mani di un'unica persona con gli esiti sanguinosi dell’anno di governo di Robespierre.
La costituzione del 5 fruttidoro dell’anno III - promulgata nel settembre del 1795 - fu quindi redatta sulla base di una rigida applicazione del principio della separazione dei poteri, cercando oltretutto di tenere l’Esecutivo per quanto possibile sotto scacco. Il Governo fu pertanto affidato appunto a un direttorio di cinque membri, alle cui dipendenze vi erano altri sei ministri. In questa forma il governo direttoriale tradisce maggiormente la propria somiglianza con il sistema presidenziale, nel quale, appunto, il Presidente si avvale della collaborazione di ministri da lui nominati.
Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio in Corsica poco più di un anno dopo la stipula del Trattato di Versailles (maggio 1768), che costrinse la Repubblica di Genova a lasciare mano libera alla Francia in Corsica, che fu così invasa dalle armate di Luigi XV e annessa al patrimonio personale del Re. La famiglia Bonaparte apparteneva alla piccola borghesia corsa ed aveva origini nobili toscane.
Napoleone inizialmente non si considerava francese e si sentiva a disagio in un ambiente dove i suoi compagni di corso erano in massima parte provenienti dalle file dell'alta aristocrazia transalpina (l'accusa di essere straniero l'avrebbe inseguito per tutta la vita). Senza amici e mal considerato, anche per l'apparenza fisica fragile, il giovane Napoleone si dedicò con costanza agli studi, riuscendo particolarmente bene in matematica. Il 22 ottobre 1784 Luigi XVI gli concesse un posto di cadetto-gentiluomo nella scuola militare di Brienne. Compiuti 15 anni, si iscrisse alla Scuola Militare di Parigi, fondata da Luigi XV. Nel 1785 tentò di passare in Marina, ma in seguito all'annullamento degli esami d'ammissione di quell'anno passò in Artiglieria, desideroso di abbandonare gli studi al più presto e dedicarsi alla carriera militare. Ottenne quindi la nomina a sottotenente a soli 16 anni, e fu distaccato presso un Reggimento di stanza a Valence (Drôme), nel sud-est della Francia.
Allo scoppio della Rivoluzione, nel 1789, Napoleone (ormai ufficiale del Re Luigi XVI) riuscì ad ottenere una lunga licenza e ne approfittò per riparare al sicuro in Corsica, ove si unì al movimento rivoluzionario assumendo il grado di tenente colonnello della Guardia Nazionale. Nel 1792 si rifiutò di tornare a servire nell'Armata in Francia e fu pertanto considerato disertore. Su pressione dei familiari, si convinse tuttavia a rientrare a Parigi, dove si presentò al Ministro della Guerra e difese la propria causa, con tali argomenti e abilità da ottenere non solo il perdono e il reintegro, ma persino la promozione ipso facto a capitano.
Dal 1793 Napoleone sostenne con decisione la Rivoluzione e scalò rapidamente le gerarchie militari. Nel dicembre 1793, come tenente colonnello addetto all'artiglieria, liberò il porto di Tolone dai monarchici e dalle truppe inglesi che li appoggiavano. Il 13 Vendemmiaio del 1795 Barras lo nominò improvvisamente comandante della piazza di Parigi, con l'incarico di salvare la Convenzione Nazionale dalla minaccia dei monarchici. Con l'aiuto di Gioacchino Murat al comando della cavalleria, Napoleone colpì duramente i rivoltosi scongiurando un nuovo colpo di Stato. In seguito al brillante successo, Barras lo nominò generale del Corpo d'armata dell'Interno.
Il 9 marzo 1796 Napoleone sposò Joséphine de Beauharnais, vedova di un ufficiale ghigliottinato dopo la Rivoluzione, e solo due giorni dopo partì per il fronte italiano al comando di 38.000 uomini malissimo equipaggiati, per una campagna che, nei piani del Direttorio, doveva essere semplicemente di diversione, poiché l'attacco all'Austria sarebbe avvenuto lungo due direttrici sul Reno. Iniziava così la campagna d'Italia che avrebbe dimostrato il genio militare e politico di Napoleone il quale, nonostante l'inferiorità numerica e logistica, riuscì a sconfiggere ripetutamente le forze austriache. Nel 1798 il direttorio, geloso della popolarità del Bonaparte, lo incaricò di occupare l'Egitto per contrastare l'accesso inglese all'India. Un indizio della devozione di Napoleone ai principi dell'Illuminismo fu la sua decisione di affiancare gli studiosi alla sua spedizione: la spedizione d'Egitto ebbe il merito di far riscoprire, dopo centinaia di anni, la grandezza di quella terra, e fu proprio l'opera di Napoleone a far nascere la moderna egittologia, soprattutto grazie alla scoperta della Stele di Rosetta da parte dei soldati al seguito della spedizione. Napoleone aveva da anni accarezzato l'idea di una campagna in oriente, sognando di seguire le orme di Alessandro Magno ed essendo dell'idea che l'Europa è una tana di talpe. Tutte le grandi cose vengono dall'Oriente. Dopo un'importante vittoria nella battaglia delle Piramidi, Napoleone schiacciò i mamelucchi di Murad Bay ed entrando al Cairo divenne padrone dell'Egitto. Pochi giorni dopo, il 1° agosto 1798, la flotta di Napoleone in Egitto fu completamente distrutta da Orazio Nelson, nella baia di Abukir, cosicché Napoleone rimase bloccato a terra. Dopo una ricognizione sul Mar Rosso, Napoleone decise di recarsi in Siria, col pretesto di inseguire il governatore di Acri Ahmad Jazzār Pascià che aveva tentato di attaccarlo. Giunto, però, il 19 marzo 1799 dinanzi a San Giovanni d'Acri, l'antica fortezza dei crociati in Terra Santa, Napoleone perse più di due mesi in un inutile assedio e la campagna di Siria si concluse con un fallimento.
Ritornato al Cairo, Napoleone sconfisse il 25 luglio 1799 un esercito di oltre diecimila ottomani (guidati da Mustafa Pascià) ad Abukir, proprio dove l'anno prima era stato privato di tutta la sua flotta. Preoccupato tuttavia delle terribili notizie dalla Francia (l'esercito in ripiegamento su tutti i fronti, il Direttorio ormai privo di potere) e consapevole che la campagna d'Egitto non aveva conseguito i fini sperati, Napoleone, lasciato il comando al generale Kléber, s'imbarcò in gran segreto il 22 agosto 1799 su un piccolo bastimento alla volta della Francia.
Il 9 ottobre Napoleone sbarcò a Fréjus, e la sua corsa verso Parigi fu accompagnata dall'entusiasmo dell'intera Francia, certa che il generale fosse tornato in patria per assumere il controllo della situazione ormai ingestibile. Ed in effetti era questa l'intenzione di Napoleone. Giunto a Parigi, egli riunì i cospiratori decisi a rovesciare il Direttorio. Dalla sua si schierarono il fratello maggiore Giuseppe e soprattutto il fratello Luciano, allora presidente del Consiglio dei Cinquecento, che con il Consiglio degli Anziani costituiva il potere legislativo della repubblica. Dalla sua Napoleone riuscì ad avere il membro del Direttorio Roger Ducos e soprattutto Emmanuel Joseph Sieyès, il celebre autore dell'opuscolo Che cos'è il Terzo Stato? e ideologo di punta della borghesia rivoluzionaria. Inoltre, dalla sua si schierò l'astutissimo ministro degli esteri Talleyrand e il ministro della polizia Joseph Fouché. Barras, pur membro del Direttorio, conscio delle capacità di Napoleone accettò di farsi da parte.
Fatta trapelare la falsa notizia di un complotto realista per rovesciare la repubblica, Napoleone riuscì a far votare al Consiglio degli Anziani e al Consiglio dei Cinquecento una risoluzione che trasferisse le due Camere il 18 brumaio (9 novembre) fuori Parigi, a Saint Cloud; Napoleone fu nominato comandante in capo di tutte le forze armate. Ciò fu fatto per evitare che durante il colpo di Stato qualche deputato potesse sollevare i cittadini parigini per difendere la Repubblica dal tentativo di Napoleone. L'intenzione di Napoleone era quella di portare le due Camere a votare autonomamente il loro scioglimento e la cessione dei poteri nelle sue mani. Non fu così: il Consiglio degli Anziani rimase freddo al discorso pasticciato di Napoleone per far pressione su di essa, mentre quando Napoleone entrò nella sala del Consiglio dei Cinquecento i deputati gli si lanciarono contro chiedendo di votare per rendere Bonaparte fuorilegge (cosa che voleva significare l'arresto e la ghigliottina). Nel momento in cui sembrava che il colpo di Stato fosse prossimo alla catastrofe, a soccorrere Napoleone giunse il fratello Luciano, che nelle vesti di presidente dei Cinquecento uscì dalla sala ed arringò le truppe schierate all'esterno, ordinando che disperdessero i deputati terroristi. Memorabile il momento in cui puntò la sua spada al collo di Napoleone e dichiarò: Non esiterei un attimo a uccidere mio fratello se sapessi che costui stesse attentando alla libertà della Francia. Le truppe, in gran parte veterani delle campagne di Napoleone, al comando del cognato di quest'ultimo, il generale Victor Emanuel Leclerc e del futuro cognato Gioacchino Murat, entrarono con le baionette innestate e dispersero i deputati. In serata, le Camere venivano sciolte e fu votato il decreto che assegnava i pieni poteri a tre consoli: Roger Ducos, Sieyes e Napoleone. Nominati consoli provvisori, i tre nuovi padroni della Francia redigevano insieme a due commissioni apposite una nuova costituzione, la costituzione dell'anno VIII che, ratificata con un plebiscito popolare, legittimava il colpo di Stato. Nel pensiero politico di Sieyes, il Consolato sarebbe dovuto essere un governo dei notabili, che assicurasse la democrazia attraverso un complesso equilibrio di poteri. Questo progetto fu mandato all'aria da Napoleone il quale, pur in teoria detentore del solo potere esecutivo, aveva in realtà facile gioco nello scavalcare il legislativo frammentato in ben quattro Camere. Fattosi nominare Primo Console, ossia concretamente superiore a qualsiasi altro potere dello Stato, Napoleone ricostruiva la Francia con una struttura amministrativa fortemente accentratrice ma così perfetta che è rimasta tale fino ad oggi: la Francia veniva frazionata in province, distretti e comuni, rispettivamente amministrate da prefetti, sottoprefetti e sindaci. Le casse dello Stato venivano risanate dalle conquiste di guerra e dalla fondazione della Banca di Francia, nonché dall'introduzione del franco d'argento che poneva fine all'era degli assegnati e dell'inflazione. La lunga lotta contro il Cattolicesimo si concludeva col Concordato del 1801, ratificato dal papa Pio VII, che stabiliva il Cattolicesimo "religione della maggioranza dei Francesi" (benché non religione di Stato), ma non riconsegnava al clero i beni espropriati durante la rivoluzione. Nel campo dell'istruzione, Napoleone istituì i licei e i politecnici, per formare una classe dirigente preparata e indottrinata, ma tralasciò l'istruzione elementare, essendo dell'idea che il popolo dovesse rimanere in una certa ignoranza per garantire un governo stabile e un esercito ubbidiente. Il consolato di Napoleone divenne "a vita" con il plebiscito del 2 agosto 1802. Nel 1802, Napoleone vendette una gran parte del Nord America agli Stati Uniti come parte dell'Accordo sulla Louisiana; egli aveva appena fronteggiato un grave disastro militare quando l'esercito mandato a conquistare Santo Domingo e a stabilire una base nel mondo occidentale fu distrutto da una combinazione di febbre gialla e di fiera resistenza capeggiata da Toussaint L'Ouverture. Con le forze dell'Ovest non in condizione di agire, Napoleone capì che non avrebbe potuto difendere la Louisiana e decise di venderla.
Ristabilì, nel 1802, la schiavitù nelle colonie francesi.
Dopo che Napoleone ebbe allargato la sua influenza alla Svizzera e alla Germania, una disputa su Malta fornì all'Inghilterra il pretesto nel 1803 per dichiarare guerra alla Francia e fornire sostegno ai monarchici francesi che a lui si opponevano. Infatti, la notte di Natale del 1800 Napoleone, la moglie e il suo seguito scamparono miracolosamente a un attentato dinamitardo nelle strade di Parigi, mentre si recavano all'Opera. Napoleone ne approfittò per mettere fuori legge i giacobini, molti dei quali vennero esiliati in Guyana, e disperdere i monarchici. Per dare un segnale forte ai Borboni, che ancora complottavano per ritornare sul trono francese, Napoleone fece catturare nel Brabante, sul confine francese, il duca di Enghien, legato alla famiglia reale esiliata, accusato di cospirazione contro il Primo Console e fucilato poco dopo. Anche il generale Moreau, implicato nel complotto realista, venne condannato a morte ma successivamente gli fu concessa la possibilità di espatriare negli Stati Uniti da dove ritornerà nel 1813 per unirsi all'esercito russo e morire durante la Battaglia di Dresda. Il ministro Talleyrand definì l'assassino del duca d'Enghien più che un delitto, un errore gravissimo.

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Il primo impero dei Bonaparte

Ormai console a vita, Napoleone era in pratica sovrano assoluto della Francia. Il 18 maggio 1804 il Senato lo proclamò Imperatore dei Francesi. Il 2 dicembre dello stesso anno, a Notre Dame, la Cattedrale di Parigi, fu celebrata la cerimonia di incoronazione: dopo che le insegne imperiali furono benedette da Papa Pio VII, Napoleone incoronò prima sé stesso Imperatore dei Francesi, e quindi Imperatrice sua moglie Joséphine de Beauharnais. L'incoronazione imperiale di Napoleone costò all'amministrazione statale 5.151.574 franchi, sei volte di più di quella di Luigi XVI. Sono apocrife le voci secondo cui Napoleone strappò la corona dalle mani del Papa durante la cerimonia, per non assoggettarsi all'autorità pontificia.
Rinasceva in Francia la monarchia. Ma non era la stessa monarchia rovesciata nel 1792, e privata dei poteri già nel 1789. Napoleone non era "re di Francia e di Navarra per grazia di Dio", come citavano le formule dell'ancién régime, ma "Imperatore dei Francesi per volontà del popolo". Non veniva ricostruita la nobiltà feudale, ma rimanevano i principi di eguaglianza sanciti dalla Rivoluzione francese. Napoleone era l'imperatore rivoluzionario. Il più grande paradosso della storia.
Il 2 dicembre 1805, tuttavia, anniversario della sua incoronazione, Napoleone mise fine alla terza coalizione nella battaglia di Austerlitz. Il giorno dopo, i sovrani d'Europa chiesero la pace. L'Austria perdeva anche Venezia, che veniva unita al regno d'Italia, e perdeva ogni controllo sulla Germania, che ora si ricostruiva come Confederazione del Reno, primo seme dell'unità tedesca sotto il controllo diretto di Napoleone.
La quarta coalizione, comandata dalla Prussia, veniva sconfitta il 14 giugno 1807 sulle gelide pianure di Friedland, dopo i rovesci alterni della sanguinosissima battaglia di Eylau: lo zar Alessandro I fu costretto a firmare la pace, nell'incontro di Tillsit. L'Europa venne durante quell'incontro ufficiosamente divisa in zone d'influenza. Quella occidentale sotto Napoleone, quella orientale sotto lo zar. Rimaneva aperta la questione della Polonia, che Napoleone voleva rendere indipendente, contrariamente allo zar. In Polonia, Napoleone aveva incontrato un'ardente giovane nobile, Maria Waleska, che divenne sua amante e lo incontrerà parecchie volte durante la sua caduta in disgrazia.
Il 7 maggio 1809 Napoleone ordinò l'annessione all'Impero francese dello Stato Pontificio.
Nel 1808, sfruttando un diverbio nella famiglia reale spagnola tra il re Carlo IV e il figlio, il principe delle Asturie Ferdinando, Napoleone costrinse entrambi ad abdicare ed annetté la Spagna all'Impero. Le truppe francesi conquistavano intanto il Portogallo, ma la situazione divenne presto problematica. Gli Inglesi, infatti, sbarcarono in Portogallo truppe al comando del generale sir Arthur Wellesley futuro duca di Wellington, che liberò il Portogallo e rese difficile la campagna in Spagna. Qui, infatti, la popolazione era insorta contro l'occupazione francese e aveva iniziato una durissima guerriglia che mise in ginocchio l'esercito occupante costringendo il re Giuseppe, fratello di Napoleone, alla fuga e richiese l'intervento diretto di Napoleone. Il 4 dicembre Madrid si arrendeva all'imperatore, ma la Spagna rimase una spina nel fianco poiché Napoleone fu raggiunto dalle notizie della nascita di una nuova coalizione. Tra il 5 e il 6 luglio 1809 Napoleone sconfisse la quinta coalizione a Wagram, dopo aver occupato Vienna ed il palazzo di Schönbrunn. L'Austria subì pesantissime condizioni di pace: il Trentino-Alto Adige/Sud Tirolo, la Baviera, l'Istria e la Dalmazia furono perse. L'indennizzo di guerra fu enorme. Ma la sconfitta del nemico fu definitiva.
Nel 1810, l'Europa era definitivamente ridisegnata secondo il volere napoleonico. I territori sotto il diretto controllo francese si erano espansi ben oltre i tradizionali confini pre-1789; il resto degli Stati europei era o suo satellite o suo alleato.<br< Dopo la pace di Schönbrunn, Napoleone e l'austriaco Metternich si erano accordati per un matrimonio di Stato. Il 14 dicembre 1809, Napoleone divorziò da Joséphine de Beauharnais, la moglie certo infedele ma amatissima: i due rimasero sempre legati fino alla morte di questa, durante l'esilio napoleonico all'Elba. Il 1° aprile 1810 Napoleone sposò la figlia dell'imperatore d'Austria, Maria Luisa di Asburgo. Ora l'Austria era legata a Napoleone da un matrimonio, il che portava alla creazione di un'alleanza pressoché indissolubile. Non avendo avuto figli dalla prima moglie Joséphine, Napoleone riuscì ad avere un erede legittimo da Maria Luisa, che nacque dopo un parto difficile il 20 marzo 1811: l'erede dell'Impero, Napoleone Francesco, detto il re di Roma, non sarebbe in realtà mai salito al trono, morendo a soli 21 anni nel 1832.
Alessandro I di Russia aveva cominciato a temere Napoleone e rifiutò di collaborare con lui riguardo il blocco continentale. Questa fu la principale causa che spinse Napoleone ad invadere la Russia nel 1812, con ben 600.000 uomini, solo un terzo dei quali francesi. I Russi, comandati da Kutuzov, decisero la tattica della ritirata piuttosto che scontrarsi contro il preponderante esercito napoleonico. Il 12 settembre nei dintorni di Mosca ebbe luogo la Battaglia di Borodino. I Russi, sconfitti, ripiegarono e Napoleone entrò a Mosca, immaginando che Alessandro avrebbe negoziato la pace. Stabilitosi nel Cremlino, Napoleone non poteva immaginare che la città completamente vuota nascondesse in realtà un'insidia: nella notte, Mosca bruciò, essendo state appiccate le fiamme da alcuni russi nascosti nelle case. Napoleone fu costretto ad iniziare la ritirata, dopo aver dato ordine di far saltare il Cremlino che solo per una miracolosa pioggia fu salvato.
La Grande Armata francese soffrì gravi perdite nel corso della rovinosa ritirata; la spedizione era iniziata con circa 600.000 uomini, ma alla fine nel dicembre 1812 poco più di 10.000 riuscirono a mettersi in salvo. Tra il 25 e il 29 novembre, infatti, i resti dell'armata, distrutta dal grande freddo (il "generale inverno") vennero in gran parte annientati dai russi durante il passaggio della Beresina. Intanto, Napoleone era stato raggiunto dalla notizia che a Parigi il generale Malet aveva diffuso la notizia della morte dell'imperatore e tentato un colpo di Stato. Angosciato delle notizie di tradimento (Talleyrand e Fouché stavano ormai tramando col nemico), Napoleone abbandonò precipitosamente la Russia lasciando il comando a Gioacchino Murat e ad Eugenio Beauharnais e tornando nella capitale, dove iniziava a ricostruire un nuovo esercito di 400.000 uomini, in realtà giovanissimi e male addestrati. Le potenze europee, consce dell'atroce disfatta di Russia, sollevarono la testa e formarono una nuova coalizione.
La prima a unirsi alla vittoriosa Russia fu la Prussia che, abbandonando l'alleanza con Napoleone, si schierò a fianco dell'Inghilterra. Era la settima coalizione. Napoleone non si fece cogliere impreparato, e sconfisse i prussiani prima a Lützen e poi a Bautzen nel maggio 1813. Ma l'insidia più grande era l'Austria, la quale - non rispettosa dei patti - era pronta a scavalcare anche un matrimonio di Stato come quello di Napoleone con Maria Luisa pur di sconfiggere l'odiato nemico. Nel corso di un memorabile e burrascoso incontro bilaterale a Dresda, Napoleone e Metternich non riuscirono a giungere ad un accordo, e il 12 agosto l'Austria si univa alla coalizione antifrancese. Dopo un'ultima vittoria francese proprio a Dresda, le forze napoleoniche si scontrarono con gli eserciti congiunti di Austria, Russia, Prussia e Svezia (quest'ultima comandata dall'ex maresciallo francese Bernadotte) nella battaglia di Lipsia, detta "battaglia delle Nazioni" perché vi parteciparono eserciti di tutta Europa. L'inesperto esercito francese, formato in gran parte da giovani reclute, la defezione dei contingenti tedeschi e le soverchianti forze nemiche furono i fattori che determinarono la sconfitta di Napoleone a Lipsia. L'esercito francese fu costretto ad una rovinosa ritirata per la Germania in piena insurrezione contro l'occupazione napoleonica, mentre anche l'Olanda si rivoltava e la Spagna era ormai persa.
Rientrato precipitosamente a Parigi, Napoleone doveva subire ora l'insubordinazione di tutti i corpi politici: le Camere denunciarono solo ora la sua tirannia, la nuova nobiltà da lui creata gli girò le spalle, il popolo ormai stanco della guerra rimase freddo, i marescialli dell'Impero cominciarono a defezionare: tra i principali, Gioacchino Murat che passò al nemico per conservare il regno di Napoli. Il giorno di Natale del 1813 la Francia veniva invasa dagli eserciti della coalizione. Un mese dopo, consegnato al fratello Giuseppe il controllo di Parigi e alla moglie Maria Luisa la reggenza, salutato il piccolo figlio che non avrebbe mai più rivisto, Napoleone si metteva al comando di un esercito di 60.000 veterani della Vecchia Guardia. Per due mesi, Napoleone tenne testa al nemico in quella che sarà definita da alcuni la sua campagna più brillante, vincendo a Brienne (proprio dove aveva studiato l'arte militare), a Champaubert, Montmirail, Chateau Thierry, Vauchamps, Mormant, Villeneuve, Montreau, Craonne, Laon. Soverchiato infine dalle forze prussiane del feldmaresciallo von Blücher, da quella austriache e da quelle russe di Wintzingerode, consapevole di non poter anticipare le truppe nemiche in marcia su Parigi, Napoleone ripiegò su Fontainebleau ove, appresa la notizia del tradimento del generale Marmont che si era arreso con le sue truppe agli Alleati, e scoraggiato dall'atteggiamento rinunciatario del maresciallo Ney, il 4 aprile annunciò ufficialmente la sua intenzione di chiedere la pace. Intanto il fratello Giuseppe aveva capitolato ed il nemico era entrato vittorioso in Parigi con alla testa lo zar Alessandro I il 31 marzo, che il giorno successivo aveva già fatto affiggere sui muri di Parigi il suo proclama indirizzato al popolo francese. A Fontainebleau Napoleone passò giorni duri e difficili. Gli giunse notizia che il nemico aveva rigettato la sua proposta di pace che stabiliva il ritorno ai "confini naturali" della Francia. Lo zar Alessandro I gli impose l'abdicazione. Egli, dopo aver più volte tentennato, decise di abdicare in favore del figlio e della reggenza di Maria Luisa. Ma il nemico decise per un abdicazione totale, poiché Talleyrand aveva già preso accordi per restaurare sul trono i Borboni. Napoleone, indignato, minacciò di rimettersi alla testa dei suoi eserciti e marciare su Parigi, ma i marescialli lo costrinsero a cedere. L'abdicazione divenne effettiva il 6 aprile. Il 12, Napoleone ingerì una forte dose di veleno ma miracolosamente si salvò. Dopo un memorabile addio alla Vecchia Guardia, Napoleone subì il dramma della fuga quando attraversando la Francia del sud fu costretto ad indossare un'uniforme austriaca per non finire linciato dalla folla. Imbarcatosi precipitosamente su un bastimento inglese, il 4 maggio 1814 sbarcò all'isola d'Elba, dove il nemico aveva deciso di esiliarlo, pur riconoscendogli la sovranità sull'isola e il titolo di Imperatore.
Pur impegnato nei lavori sull'Elba, Napoleone continuava a ricevere notizie della situazione francese. Il nuovo sovrano, Luigi XVIII Borbone, era inviso alla popolazione: nel solco della Restaurazione, Luigi stava lentamente smantellando tutte le conquiste della Rivoluzione legittimate da Napoleone. Queste notizie, aggiunte alla voce ormai certa che i nemici fossero prossimi a trasferirlo lontano dall'Europa, portarono Napoleone ad agire. Imbarcatosi in gran segreto con uno sparuto gruppo di granatieri su un bastimento, l'imperatore eluse la sorveglianza inglese e il 1° marzo 1815 sbarcò in Francia nel golfo di Cannes. Iniziavano i leggendari 'Cento giorni'. La popolazione lo accolse con un entusiasmo sorprendente, e gli eserciti inviatigli contro da Luigi invece di fermarlo si unirono a lui. Il maresciallo Ney, che Napoleone stesso aveva definito "il più prode dei prodi" dopo le sue eroiche imprese nella ritirata di Russia, giurò allora al sovrano borbone che avrebbe condotto Napoleone a Parigi "in una gabbia di ferro". Ma quando i due eserciti si trovarono l'uno di fronte all'altro Napoleone si fece incontro all'esercito avversario e gridò "Chi vuole sparare al suo Imperatore è libero di farlo": fu accolto da un tripudio e lo stesso Ney crollò tra le sue braccia (sfortunatamente per lui, in seguito alla sconfitta di Napoleone a Waterloo pagò con la fucilazione il voltafaccia). Il 20 marzo Napoleone entrò trionfalmente a Parigi, mentre Luigi era fuggito in gran fretta sotto suggerimento di Talleyrand, il quale al Congresso di Vienna spinse le teste coronate a riprendere la spada contro il despota.
Riorganizzato in gran fretta l'esercito, Napoleone chiese in tutti i modi ai nemici nuovamente coalizzatisi una pace alla sola condizione di mantenere il trono di Francia: non venne ascoltato. Intanto, in campo politico l'imperatore aveva ben compreso i limiti del suo governo precedente ed aveva promulgato una costituzione maggiormente liberale, ritornando più fedelmente ai principi del 1789. Per evitare una nuova invasione del suolo patrio, Napoleone fece la prima mossa spostando il conflitto nel Belgio. Così si giunse al fatale 18 giugno 1815, la giornata del destino descritta anche da Victor Hugo, quella della battaglia di Waterloo. Il piano strategico generale di Napoleone venne mandato all'aria dall'inefficienza dei suoi marescialli, principalmente Grouchy, il quale era stato inviato a distruggere la colonna prussiana sfuggita alla battaglia di Ligny, ma in pratica commise l'errore di inseguire solo la retroguardia delle forze prussiane che si erano intanto riorganizzate e che, grazie alla loro determinazione, riuscirono a ricongiungersi con Wellington proprio nel bel mezzo della battaglia di Waterloo sì che le forze inglesi di Arthur Wellesley, primo Duca di Wellington, unitesi con quelle prussiane, colsero l'opportunità di sconfiggere i Francesi.
Napoleone schierò le sue ultime forze in quadrati e iniziò una lenta, ordinata ma drammatica ritirata. Wellington è un pessimo generale. Stasera ceneremo a Bruxelles, aveva dichiarato la mattina della battaglia. In serata, l'imperatore era sulla strada di ritorno per Parigi conscio della certezza della fine di ogni suo sogno.
Impostagli dalla Camera la nuova abdicazione (Avrei dovuto farli impiccare tutti, sbottò Napoleone), egli dichiarò di immolarsi in olocausto per la Francia e chiese che venisse rispettata la sua volontà di porre sul trono all'età giusta suo figlio Napoleone II. Invano. Le forze nemiche entrarono brutalmente a Parigi e restaurarono Luigi XVIII. Napoleone si rifugiò alla Malmaison, la vecchia casa dove aveva abitato con la moglie Joséphine morta da poco. La sua intenzione era di fuggire negli Stati Uniti, ma rifiutò di travestirsi perché ciò avrebbe infamato il suo onore. Invece, con un gesto storico, il 15 luglio 1815 Napoleone si arrese a bordo della nave inglese HMS Bellerofont. Chiese di essere deportato in Inghilterra, ma invece i nemici avevano già deciso l'esilio a Sant'Elena, piccola isola nel mezzo dell'Oceano atlantico.

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Restaurazione

Luigi XVIII di Francia (nato il 17 novembre 1755 a Versailles e morto il 16 settembre 1824 a Parigi). Era il nipote di Luigi XV e il figlio di Luigi, delfino di Francia e di Maria Giuseppa di Sassonia. Carlo X era il nipote di Luigi XV e figlio del Delfino Luigi e di Maria Giuseppa di Sassonia, e dunque fratello di Luigi XVI e di Luigi XVIII. Salì al trono nel 1824 alla morte del fratello Luigi XVIII. Fu inizialmente insignito del titolo di Conte d'Artois.
Nel 1824, alla morte del fratello, divenne re. Tuttavia divenne ben presto impopolare, a seguito di alcune misure prese, tra cui l'abolizione della Guardia Nazionale e il ripristino della censura. Il suo regno fu comunque segnato da due grandi campagne militari: l'intervento a fianco dei greci, che porterà all'indipendenza del Paese, e la conquista dell'Algeria (1830). A seguito di alcune concessioni liberali, nella paura di perdere potere, il 25 luglio 1830 emanò una serie di ordinanze, che scioglievano le camere e reintroducevano la censura. Tuttavia, il popolo insorse: con le Tre Gloriose Giornate (27, 28 e 29 luglio), il re fu costretto ad abdicare (2 agosto). Nel 1830, la rivoluzione dei "Tre Gloriosi" rovesciò Carlo X, che abdicò (con la controfirma di suo figlio il delfino) in favore di suo nipote il duca di Bordeaux. Carlo X promosse il duca d’Orléans luogotenente generale del regno. Temendo una rivolta repubblicana, la Camera dei deputati proclamò Luigi Filippo nuovo "re dei Francesi" (e non «di Francia»). Questo nuovo titolo di "re dei Francesi" (già utilizzato da Luigi XVI dal 1789 al 1792) è una innovazione costituzionale che lega la nuova monarchia popolare al popolo, non allo Stato, contrariamente al precedente titolo. Un altro forte simbolo della nuova monarchia è l’adozione della bandiera tricolore in sostituzione della bandiera bianca della Restaurazione. Questa ascesa al potere col favore di una sollevazione popolare procurò a Luigi Filippo l’ostilità delle corti europee e il soprannome di "re delle barricate".
Per qualche anno, Luigi Filippo regnò piuttosto modestamente, evitando l’arroganza, lo sfarzo e le spese eccessive dei suoi predecessori. A dispetto di questa apparenza di semplicità, il sostegno del re arrivava dalla media borghesia. All’inizio, era amato e chiamato il Re Cittadino, ma la sua popolarità soffrì quando il suo governo fu percepito sempre più come conservatore e monarchico.
Durante lo svolgimento dell’insurrezione, Luigi Filippo abdicò il 24 febbraio 1848 in favore del suo giovane nipote Luigi Filippo II (essendo morto in un incidente qualche anno prima, il principe Ferdinando Filippo, suo figlio ed erede). Temendo di subire la stessa sorte di Luigi XVI e Maria Antonietta, si travestì e lasciò Parigi. Viaggiando con una banale vettura prendendo il nome di "M. Smith" fuggì in Inghilterra.
Tuttavia l’Assemblée nationale, sebbene pronta, sulle prime, ad accettare suo nipote come re, cambiò avviso e seguì l’opinione pubblica, decidendo di proclamare la Seconda Repubblica in circostanze controverse all’Hôtel de Ville di Parigi.

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La seconda repubblica francese

Con il termine Seconda Repubblica Francese, spesso indicata semplicemente come Seconda Repubblica, si intende il regime repubblicano in vigore in Francia dal 25 febbraio 1848 al 2 dicembre 1852. La Seconda Repubblica entrò in vigore a seguito dei moti rivoluzionari del 1848 che misero fine al regime della monarchia di Luglio al potere da 18 anni, e verrà sostituita a seguito di un colpo di stato dal Secondo Impero. Essa è considerata la seconda Repubblica francese perché il governo al potere durante la rivoluzione francese è visto come il primo governo repubblicano.
Il governo provvisorio attuò una serie di riforme sociali di ispirazione socialista: fu proclamata la liberazione degli schiavi nelle colonie, la giornata lavorative fu ridotta a dieci ore e la pena di morte fu abolita. Inolte stabilì che si sarebbe votato il 23 aprile 1848 per eleggere una Assemblea Costituente. Fu il primo caso di elezione a suffragio universale, seppure solo maschile, che si ebbe in Europa. La Costituente si insediò il 4 maggio ed era costituita in maggioranza da repubblicani moderati (450 eletti). I socialisti (200) e gli orleanisti (200), invece, erano in minoranza.
Il 4 novembre 1848 fu promulgata la nuova costituzione, con la quale si proclamava la nascita di una repubblica democratica, il suffragio universale e la separazione dei poteri; ci sarebbe stata una singola assemblea permanente di 750 membri eletti per tre anni con scrutinio di lista; il potere esecutivo era delegato a un presidente eletto per quattro anni con il suffragio universale, e non rieleggibile una seconda volta; una modifica della costituzione fu resa di fatto impossibile, dato che essa implicava l'ottenimento di una maggioranza dei tre quarti dei deputati di una speciale assemblea per tre volte di seguito. Fu invano che M. Grévy, nel nome di coloro che percepivano gli ovvi e inevitabili rischi di creare, sotto il nome del presidente, un monarca, propose che il capo di stato fosse nulla più che un presidente del consiglio dei ministri rimovibile dall'assemblea. La Camera, invece, non prese nemmeno la precauzione di rendere ineleggibile i membri di famiglie reali che avevano regnato in Francia. Di fatto la presidenza era un ufficio dipendente solo dal consenso popolare.
I socialisti adottarono come candidato alla presidenza Ledru-Rollin, i repubblicani Cavaignac, e il recentemente riorganizzato partito Imperialista Luigi Napoleone. Sconosciuto nel 1835, e dimenticato o disprezzato dal 1840, negli otto anni successivi la stima nei suoi confronti migliorò. Il 10 dicembre 1848 si tennero le elezioni per la presidenza della Repubblica, circa 1.400.000 preferenze andarono a Cavaignac ma più di 5.000.000 di voti elessero presidente il principe Luigi Bonaparte.
Durante la sua presidenza Luigi Napoleone fece una politica ambigua e populista con lo scopo di guadagnare popolarità nei confronti dei cittadini e nel contempo di gettare discredito sul parlamento, per indebolirlo, e preparare così il terreno per un colpo di stato.
Luigi Napoleone si rivolse direttamente ai cittadini chiedendo che dessero, con un plebiscito, il loro consenso a una modifica della costituzione in cui l'esecutivo non fosse vincolato dall'Assemblea e a lui personalmente un mandato di dieci anni. Il plebiscito si tenne il 20 dicembre, e su circa otto milioni di elettori, sette milioni e mezzo votarono si. Il 14 gennaio 1852 fu promulgata la costituzione con le modifiche indicate nel plebiscito.

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