La Francia fino al 1851
Gallia
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francese / Il primo impero
dei Bonaparte / Restaurazione
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repubblica francese
Gallia
I Celti sono di origini indoeuropea e pertanto
giunsero in Europa contemporaneamente alle altre.
Oggi le popolazioni che più si avvicinano a quelle che colonizzavano
I Galli erano già noti ai Greci e ai Fenici che navigando erano già giunti ad
avere contatti commerciali con i Galli soprattutto in Provenza. La loro prima
apparizione nella storia però si ha con il sacco di Roma del
Quasi due secoli dopo ritroviamo i Galli che aiutano l'esercito d'Annibale
proveniente dalla Spagna ad attraversare le Alpi e in seguito a combattere
nella pianura padana contro le truppe inviate contro di lui dai consoli Romani.
La sconfitta di Annibale e la progressiva espansione della repubblica portò
prima all'occupazione della Gallia Cisalpina (attuale pianura padana), e poi al
consolidamento di una testa di ponte oltralpe in Provenza.
Fattosi nominare proconsole e governatore di questa provincia, Giulio Cesare partì
alla conquista del territorio ancora non occupato spingendosi fin sulla Manica
ed in Belgio. Narrò le proprie imprese nel De bello gallico, cronaca in cui
sono riportati anche i costumi e le usanze delle molteplici tribù galliche che
via via incontrò e sconfisse.
L'ultimo sussulto della resistenza gallica all'occupazione avvenne nel
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I franchi
Con la ristrutturazione dell'impero da parte di
Diocleziano in tetrarcati
A questo punto però l'impero inizia ad essere attaccato da nuove tribù di
stirpe germanica che attraversano sempre più spesso il confine.
Queste tribù si stanziano nei territori che precedentemente appartenevano ai
Galli e la più forte e determinata risulta essere quella dei Franchi.
La sorte della Gallia si sarebbe ufficialmente divisa da quella di Roma solo
nel 476 alla caduta dell'impero, anche se di fatto Roma non controllava più da
tempo questa regione.
Da questo momento in poi la storia della Gallia e quella della Francia
coincidono e il nome di "Gallia" dato alla Francia resisterà per
tutto il Medioevo negli scritti in latino.
Il regno dei Franchi fu sottoposto a varie partizioni e ripartizioni, in quanto
i Franchi dividevano le loro proprietà tra i propri figli e, senza un ampio
concetto di res publica, concepivano il regno come una forma estesa della
proprietà privata. Questa pratica spiega, in parte, la difficoltà di descrivere
con precisione le date ed i confini fisici dei diversi regni franchi e chi ne
governava le varie parti. La contrazione nell'alfabetizzazione durante il
dominio dei Franchi pone altri problemi: essi produssero pochi documenti
scritti. In sostanza, comunque, due dinastie di regnanti si succedettero, i
Merovingi e i Carolingi.
La dinastia dei Merovingi, nome che deriva dal loro capostipite, Meroveo, fu la
prima dinastia dei franchi. Al tempo dei Merovingi il potere politico era
diviso tra il re e il signore di palazzo o maggiordomo, in un rapporto
paragonabile a quello tra il Tenno e lo Shogun nel Giappone feudale.
Allo stesso modo infatti, formalmente il Maggiordomo non poteva avere un potere
maggiore del suo sovrano, tuttavia era proprio il Signore di Palazzo che
radunava le truppe al campo Maggio (il campo Maggio era il campo nel quale,
ogni primavera, venivano reclutate le truppe dell'esercito) e portava avanti le
campagne militari.
Proprio a causa di questo potere che via via andava ingrandendosi nelle mani
dei maggiordomi, la dinastia carolingia, dalla quale provenivano la maggior
parte dei signori di palazzo, prese progressivamente il sopravvento sulla
merovingia per poi sostituirla completamente con Pipino il Breve.
I Carolingi furono una dinastia di sovrani franchi. Succeduta ai Merovingi nel
751 con Pipino il Breve, essa prese nome dal figlio di Pipino, Carlomagno,
fondatore nell'800 del Sacro Romano Impero.
Carlo nacque il 2 aprile 742 o 747, come primogenito di Pipino il Breve (714 -
768), primo dei re Carolingi. Alla morte di Pipino il regno fu diviso tra Carlo
e suo fratello Carlomanno. Quando questi morì nel 771, all'età di soli 22 anni,
a Carlo restò il regno unificato dei Franchi.
Carlo estese via via i suoi domini con numerose campagne belliche di conquista.
Il governo centrale era costituito dal palatium, il palazzo imperiale; tale
palazzo però non si identificava, all'epoca di Carlo, in una residenza stabile,
ma nella corte itinerante che seguiva il sovrano nei suoi spostamenti, composta
per lo più di chierici e cavalieri. Due erano gli organi preminenti del
palatium: la cancelleria e il tribunale palatino.
La cancelleria, retta da un chierico, si occupava della compilazione degli
editti e delle leggi, della conservazione degli archivi di stato e degli affari
ecclesiastici; il tribunale palatino, retto da un conte palatino, amministrava
la giustizia in assenza dell'imperatore.
L'impero carolingio era suddiviso in distretti governati da un conte (dal
latino comes, compagno), le cui funzioni principali erano l'amministrazione
della giustiza e la convocazione dell'esercito. I conti erano generalmente
assistiti da personale ecclesiastico: visconti e scabini, gli esperti di
diritto che lo assistevano nei processi. Per necessità di difesa, nelle zone di
confine le contee furono concentrate in entità più estese, le marche; rette da
un marchese, erano concepite per approntare una difesa autonoma dagli attacchi
esterni. L'efficacia delle marche nel loro compito è testimoniata dalla storia
della Marca Hispanica, una regione nel nord della penisola iberica, con
capitale Barcellona, che resistette tenacemente agli attacchi arabi.
Benchè conti e marchesi fossero forniti di vasta autonomia, erano pur sempre
soggetti ai controlli dei missi dominici, gli inviati del signore; generalmente
nominati in coppia, un laico e un ecclesiastico, verificavano l'operato dei
funzionari locali e riferivano direttamente all'imperatore.
L'era Carolingia vide l'emergere graduale dei feudi, istituzioni su cui
Carlomagno aveva basato l'amministrazione del suo impero e che avrebbero
condizionato lo sviluppo della Francia per i secoli a venire. Ogni feudo si
costituiva quando l'imperatore riconosceva ai nobili che lo avevano seguito e
servito in battaglia la piena potestà amministrativa e di sfruttamento su una
porzione del territorio imperiale, in cambio della loro fedeltà dimostrata. Col
passare dei decenni prima, e dei secoli poi, quello che sopravvisse fu la
divisione dell'impero in feudi variamente denominati (ducati, marche, contee,
margraviati, eccetera) che venivano trasmessi ereditariamente dal feudatario al
suo successore: è evidente che, col passare delle generazioni, il vincolo di
fedeltà finiva per allentarsi naturalmente. Inoltre, spesso e volentieri ogni
singolo feudatario finiva per subinfeudare a sua volta una porzione del feudo
di cui era titolare. Il capitolare di Quierzy dell'877 stabilisce
l'ereditarietà dei feudi maggiori o in capite, ossia quelli ricevuti
direttamente dall'imperatore.
Carlomagno morì il 28 gennaio 814 e fu inumato nella "sua" Cattedrale di
Aquisgrana (Aachen). Successore fu l'unico dei suoi figli che gli sopravvisse,
Ludovico I il Pio.
Morto Ludovico I il Pio, ebbe luogo la spartizione dell'impero tra i suoi figli
(trattato di Verdun, 843): Lotario I ebbe la dignità imperiale, la corona
d'Italia, la Lotaringiae e la Borgogna;
Carlo II il Calvo ebbe la
Francia e Ludovico il Germanico la Germania. Nell'855 Lotario I si ammalò seriamente, e disperando della guarigione, rinunciò al trono, divise la sua terre tra i suoi tre figli e il 23 settembre entrò nel monastero di Prüm, dove morì giorni dopo. Il suo regno fu diviso tra i suoi tre figli: il più vecchio, Ludovico II, ricevette l'Italia ed il titolo di Imperatore; il secondo, Lotario II, ricevette la Lotaringia, mentre il più giovane, Carlo, ricevette la Borgogna.
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Il ducato di Borgogna
I re francesi all'inizio nominarono i governatori di questa provincia con il titolo di Duca, e questa in poco tempo divenne una carica ereditaria. Concesso da www.wikipedia.org Il Delfinato In un primo tempo il Delfinato fu uno Stato indipendente, facente parte del Sacro Romano Impero Germanico. Il suo sovrano portava il titolo di delfino del Viennois. L'ultimo delfino indipendente, Umberto II, senza eredi, cedette la sua provincia al re di Francia, Filippo VI, il 30 marzo 1349, con il trattato di Romans, abilmente negoziato dal suo protonotario, Amblard de Beaumont. Humbert II pretese in cambio che il primogenito dei re di Francia si chiamassero «delfino». Il delfino figurava nello stemma araldico dei conti del paese e diede origine al loro soprannome e in seguito al nome della regione. Il primo Delfino francese fu il nipote di Filippo VI, Carlo di Normandia: il futuro Carlo V il Saggio. Concesso da www.wikipedia.org Il regno di Francia I Carolingi finirono per condividere la sorte dei
predecessori Merovingi: l'ascesa (987) di Ugo Capeto, duca di Francia e conte
di Parigi, mise sul trono la Dinastia Capetingia che avrebbe finito per restare
sul trono per diversi secoli, considerando che le dinastie successive, Valois e
Borboni, erano in qualche modo legittimamente eredi del trono dei Capetingi. Il
nuovo ordinamento feudale lasciò la dinastia Capetingia con il controllo
diretto di poco più della zona della media Senna e dei territori adiacenti,
mentre altri potenti signori, come i Conti di Blois, nel X e XI secolo
accumulavano grossi domini attraverso il matrimonio e gli accordi privati di
protezione e supporto con i nobili minori. Concessi da www.wikipedia.org e www.homolaicus.com
La repubblica francese Dopo il crollo della monarchia, il 10 agosto, le
repressioni si diffusero a macchia d'olio. Il 20 settembre Concessi da www.wikipedia.org Il primo impero dei Bonaparte Ormai console a vita, Napoleone era in pratica sovrano
assoluto della Francia. Il 18 maggio 1804 il Senato lo proclamò Imperatore dei
Francesi. Il 2 dicembre dello stesso anno, a Notre Dame, Concesso da www.wikipedia.org Restaurazione Luigi XVIII di Francia (nato il 17 novembre Concesso da www.wikipedia.org La seconda repubblica francese Con il termine Seconda Repubblica Francese, spesso
indicata semplicemente come Seconda Repubblica, si intende il regime
repubblicano in vigore in Francia dal 25 febbraio 1848 al 2 dicembre 1852. Concesso da www.wikipedia.org
Nel 1002, alla morte del duca di Borgogna Enrico Ottone il Grande, Roberto II di Francia, pretese il ducato dal nuovo duca, Ottone Guglielmo, che si oppose, ma, nel 1004 il ducato fu annesso al regno di Francia.
Il successore di Roberti II, Enrico I, fu anche Duca di Borgogna dal 1016 al 1032, quando abdicò in favore del fratello Roberto Capeto.
Nel 1477, Maria di Borgogna sposò l'Arciduca Massimiliano d'Austria. Il ducato di Borgogna in sé rimase nelle mani della Francia, agli Asburgo rimase il resto: la Francia Contea.

L'area attorno alla bassa Senna venne ceduta agli invasori scandinavi con la costituzione di un feudo, il Ducato di Normandia, nel 911. Esso divenne fonte di particolare preoccupazione per i re di Francia quando il Duca Guglielmo
prese possesso del Regno d'Inghilterra nel 1066, cingendone la corona e acquisendo una sovranità pari a quella dei re di Francia (dove, malgrado tutto, continuava a restare un feudatario gerarchicamente e nominalmente subordinato
al monarca).
Roberto II nel 987 fu associato al trono col padre Ugo Capeto. Nel 996, alla morte di suo padre divenne re di Francia e pochi mesi dopo sposò, in seconde nozze, la cugina Berta, vedova del conte Oddone I di Blois, assicurandosi la successione al ducato di Borgogna con l'opposizione di Papa Gregorio V. Nel 997 il Papa gli inflisse sette anni di penitenza e minacciò la scomunica (che poi fu comminata) ai due coniugi e l'interdetto al regno di Francia, se non si fosse separato da Berta. Nel 999 venne eletto Papa, col nome di Silvestro II, Gerberto di Aurillac (Alvernia, ca. 938–Rome, 12 maggio 1003), che era stato insegnante di Roberto a Reims, che tolse la scomunica e l'interdetto, mantenendo i sette anni di penitenza. Il matrimonio però non diede frutti (solo un figlio nato morto) per cui Roberto il Pio fu costretto a separarsi da Berta nell'anno 1001. Nel 1002, alla morte del duca di Borgogna Enrico Ottone il Grande, pretese il ducato dal nuovo duca, Ottone Guglielmo, che si oppose, ma, nel 1004 il ducato fu annesso al regno di Francia. Nel 1016, cedette il ducato di Borgogna al secondogenito Enrico. Improntato per peripezia matrimoniale il regno di Roberto II fu di un energia deplorabile contro la nobiltà feduale, sempre pronto ad imporre il proprio potere. Roberto morì il 20 giugno del 1031.
Enrico I (4 maggio 1008 - 4 agosto 1060) fu Re di Francia dal 1031 al 1060), figlio di Roberto II e della sua terza moglie Costanza d'Arles (973-1032). Enrico fu anche Duca di Borgogna dal 1016 al 1032, quando abdicò in favore del fratello Roberto Capeto.
Gli successe il figlio, Filippo I, che aveva 7 anni quando lui morì. Per sei anni, la moglie di Enrico, Anna di Kiev, regnò come reggente.
Luigi VI il Grosso (1 dicembre, 1081 – 1 agosto, 1137) fu re di Francia dal 1108 al 1137.
Luigi VII di Francia, detto il Giovane (ca. 1120 - 1180), è stato re di Francia dal 1137 al 1180. Figlio di Luigi VI il Grosso, ne continuò la politica di consolidamento della corona sulla feudalità. Acquisì l'Aquitania e il Poitou, grazie al matrimonio, nel 1137, combinato con Eleonora d'Aquitania, figlia di Guglielmo X di Aquitania, ma ne perdette la legittimità divorziando nel 1152.
Filippo II di Francia, noto anche come Filippo Augusto o Filippo il Conquistatore o Il Guercio (Parigi 1165-Mantes sur Seine 1223), re di Francia, figlio e successore (1180) di Luigi VII. Nel quadro della lotta alla grande feudalità, fu in costante conflitto con i re d'Inghilterra, suoi vassalli: Enrico II, Riccardo I Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra, al quale strappò infine i feudi di Normandia, Angiò e Turenna.
Luigi VIII detto Luigi il Leone (5 settembre 1187 - 8 novembre 1226) è stato re di Francia dal 1223 al 1226.
Luigi IX di Francia detto il Santo (1214-1270), figlio di Luigi VIII, succedette al padre nel 1226, sotto la tutela della madre Bianca di Castiglia; nel 1234 sposò Margherita di Provenza. Assunto direttamente il governo nel 1242, condusse una politica centralizzatrice. Guidò due crociate: la VI 1248-1254, durante la quale fu fatto prigioniero nel 1250 ad al-Mansura, e poi rilasciato dietro riscatto; la VII nel 1270, in cui morì di peste a Tunisi.
Filippo IV fu re di Francia dal 1285 fino alla sua morte. Filippo sposò Giovanna I di Navarra il 16 agosto 1284, unione molto importante in ambito territoriale, dato che quest'ultima regnava su Champagne e Brie, regioni adiacenti all'Île-de-France che si unificarono al regno di Filippo con il risultato di un vasto regno. Il regno di Navarra, situato nei Pirenei, non era così importante in quei tempi, e rimase unito dal 1284 al 1329, quando si separò nuovamente. Morì nel corso di una battuta di caccia e fu seppellito nella basilica di Saint-Denis dov'è conservato tutt'oggi un suo sarcofago.
Gli succedette il figlio Luigi X di Francia, nel 1314. Luigi morì a Vincennes, Valle della Marna (Val-de-Marne). All'epoca della morte di Luigi sua moglie Clemenza era incinta: era perciò impossibile conoscere il successore fino a quando il figlio non fosse nato. Se si fosse trattato di un maschio, sarebbe succeduto al padre come Re, se invece fosse stata una femmina, sarebbe diventato re Filippo, il fratello minore del defunto. Filippo venne nominato reggente per i cinque mesi mancanti alla nascita del figlio di suo fratello, che si rivelò essere un maschio. Quindi a Luigi succedette suo figlio postumo Giovanni I, che però visse solo cinque giorni. Alla sua morte il fratello di Luigi X, Filippo V, divenne quindi Re. Filippo V morì senza lasciare eredi maschi.
Carlo IV il Bello, nato il 18 giugno 1294 al Castello di Creil (Oise), morto il 1° febbraio 1328 a Vincennes, fu re di Francia dal 1322 al 1328. Il re di Francia Carlo IV il Bello morì nel 1328 senza eredi maschi, portando
all'estinzione la dinastia Capetingia. Il trono francese si trovò così ad
essere conteso tra due pretendenti: Filippo di Valois, nipote di Filippo IV (in
quanto figlio di Carlo di Valois) ed il re d'Inghilterra Edoardo III, nipote
(figlio d'Isabella di Francia, figlia di Filippo IV). Grazie al sostegno dei
grandi feudatari di Francia, Filippo potè cingere la corona e inaugurare la
dinastia dei Valois. Ma Edoardo III non si arrese, infatti, lui stesso si
proclamò legittimo successore al trono francese e, con una dichiarazione di
battaglia feudale, mosse guerra ai Francesi. Oltre alla causa principale, gli
storici ne hanno individuate altre: sicuramente la conquista, da parte dei
Francesi, delle Fiandre, territorio legato storicamente all'Inghilterra, la
confisca, da parte di Filippo VI, dei feudi inglesi nella Francia
settentrionale, colonizzati secoli prima dal normanno Guglielmo I
d'Inghilterra, detto "Il Conquistatore", primo re d'Inghilterra della
dinastia dei Normanni e lo scontro economico creatosi tra le due Monarchie,
forse le più grandi di quel periodo.
L'inizio delle ostilità fu totalmente a sfavore dei Francesi: l'esercito inglese, dominato dalla presenza dei famosi arceri inglesi muniti d'arco lungo, sconfisse la cavalleria pesante feudale francese meglio equipaggiata, ma indisciplinata. Questa situazione disperata costrinse il regno a scendere a patti con gli Inglesi concedendo a re Edoardo III, nella pace di Brétigny
(1360), l'intera parte sudoccidentale della Francia in cambio della sua rinuncia alle pretese al trono.
Giovanni II il Buono (16 aprile, 1319 – 8 aprile, 1364), fu re di Francia dal 1350 al 1364.
Carlo V (1364-1380), una volta salito al trono, nel 1364, si ritrovò a fronteggiare una situazione difficile:
Dopo la morte di Carlo V (1380), il figlio, Carlo VI, salì al trono di Francia
sotto la reggenza dei quattro duchi d'Angiò, Borgogna, Orléans e Berry. La
politica francese, in questo periodo, proseguì sulla falsa riga di quella
seguita sotto il monarca precedente e, in questo modo, la posizione dei Valois
continuò a rafforzarsi. Nel 1385, tuttavia, il giovane sovrano prese
direttamente le redini dello stato, ma con esiti tutt'altro che positivi: il
Re, infatti, dimostrò subito una personalità instabile e mostrava i primi segni
della pazzia che si palesò ufficialmente a partire dal 1392 e che privò il
paese della sua guida. A quel punto salì al trono, anche se non legalmente,
Filippo II di Borgogna. Luigi di Valois, duca d'Orlèans, nonchè fratello del
folle Carlo VI, duellò per la corona con Filippo II: alla fine la ebbe vinta,
ma la battaglia non finì qui perchè ciò scaturì l'odio reciproco tra le due
dinastie, che sarebbe durato vari secoli. Quindi, l'erede leggittimo della corona
di Francia divenne il figlio di Carlo VI: Carlo VII.
Enrico V d’Inghilterra, però, a quel punto, intervenne a favore dei Borgognoni
e annientò l'esercito francese ad Azincourt (1415). Il destino della Francia
sembrò segnato: le forze congiunte degli Inglesi e dei Borgognoni occuparono in
breve tempo l'intera parte settentrionale del regno, Parigi cadde e gli
Armagnacchi furono costretti a scendere a patti: Caterina, figlia di Carlo VI,
andò in sposa ad Enrico (trattato di Troyes, 1420). Così, alla morte di Carlo
VI e di Enrico V (1422), il figlio del re inglese, Enrico VI, venne incoronato
a soli nove mesi Re di Francia e d'Inghilterra. La madre, Caterina di Valois,
fu allontanata dal figlio e non lo potè educare, poichè il consiglio di
reggenza inglese (che fu costituito per l'età prematura del nuovo re ed era
capeggiato dal signore di Bedford) pensava potesse influenzare il bambino,
facendolo passare dalla parte francese.
Quando tutto sembrava perduto, una giovane contadina lorenese, Giovanna d'Arco,
si recò da Carlo VII dichiarandosi inviata da Dio per risollevare le sorti dei
Valois (1429). La ragazza sosteneva di essere stata spinta ad agire in prima
persona per il bene della Francia dalle voci dell'angelo Michele e delle sante
Caterina e Margherita. Sebbene gli storici inglesi minimizzino il ruolo che
ella ebbe nello svolgersi degli eventi, è tuttavia impossibile ignorare che, da
quel momento in poi, la guerra registrò una svolta di non poco conto. Le truppe
del delfino, infatti, guidate da Giovanna, ruppero l'assedio di Orléans (da
tale impresa derivò il soprannome di Pulzella d'Orléans) infliggendo una
pesante sconfitta alle forze inglesi e portando alle stelle il morale dei
francesi che, imbaldanziti, sconfissero una seconda volta l'esercito del Bedford
a Patay e riuscirono a liberare tutti i territori occupati fino a Reims, dove
Carlo VII si fece incoronare.
Mentre per Giovanna sarebbe stato opportuno continuare la guerra fino alla
totale cacciata degli Inglesi, il sovrano preferì intavolare delle trattative
col nemico.
Finita la guerra e scacciati gli Inglesi da quasi tutto il territorio (Calais
rimase inglese) Carlo VII, Re di Francia, convocò una riunione ad Arras per
stipulare gli accordi per poter costituire il Regno di Francia e rendere
definitiva la pace tra Armagnacchi e Borgognoni.
Alla morte del re Enrico III, ultimo membro del ramo dei Valois-Angoulême rimasto privo di eredi, per individuare il legittimo pretendente alla corona di Francia secondo la legge salica si dovette risalire al Luigi IX, il Santo. Attraverso il figlio cadetto di quest'ultimo, Roberto di Clermont si discese fino ad Enrico III di Navarra che, divenendo re di Francia, assunse il nome Enrico IV. Egli fu il primo re francese della dinastia dei Borboni. Enrico, che era ugonotto, si convertì al cattolicesimo il 25 luglio 1593 per poter salire sul trono di Francia. Egli pose fine alla guerra di religione iniziata diversi anni prima tra cattolici ed ugonotti: nell'aprile 1598 emise il cosiddetto Editto di Nantes, primo esempio su vasta scala di norma di tolleranza religiosa con il quale, a certe condizioni e con certi limiti anche territoriali, veniva concessa la libertà di culto in tutto il territorio francese. Nel 1604 introdusse la tassa detta paulette, dal nome del primo finanziere che ne ebbe l'appalto, Charles Paulet: pagando la quale il funzionario acquistava, oltre agli emolumenti che gli sarebbero derivati dalla sua attività, anche la possibilità di trasmettere in eredità il suo ufficio. Nasceva in questo modo una nuova nobiltà di servizio, la Noblesse de Robe (nobiltà di toga), un corpo di funzionari distinto e contrapposto all'antica nobiltà feudale, la Noblesse d'Epée (nobiltà di spada), la quale si vedeva lentamente sottrarre potere e prestigio soprattutto a livello locale. Raggiunta una certa stabilità interna Enrico IV nuovamente si occupò di politica estera secondo un programma anti-spagnolo: prese accordi con gli Olandesi, con Venezia, con Carlo Emanuele I di Savoia e con principi calvinisti. Il progetto era ormai pronto quando nel 1610 un fanatico cattolico, di nome François Ravaillac, invasato dalle teorie del legittimo tirannicidio, uccise Enrico IV, mandando a monte il disegno del re.
Nel 1559, alla morte di Enrico IV, poichè l’erede al trono Luigi XIII era
ancora un bambino di appena 9 anni, divenne reggente del Regno di Francia Maria
dè Medici, madre di Luigi XIII e vedova del re assassinato. La nobiltà,
approfittò dell’incapacità di governo della reggente per favorire i propri
interessi personali, impoverendo le casse dello Stato e minandone la stabilità
politica. A seguito delle loro trame, il duca di Sully fu costretto ad
abbandonare la guida del governo. A salvare
Molti fattori portarono alla rivoluzione: Risentimento per l'assolutismo reale;
Risentimento per il sistema signorile da parte di contadini, salariati e
borghesia rampante;
Il sorgere degli ideali dell'illuminismo;
Un debito nazionale ingestibile, causato ed esacerbato dal peso di un sistema
di tassazione grossolanamente iniquo;
La scarsità di cibo negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione. Il 13
luglio 1787 il parlamento e la nobiltà avevano richiesto che il re chiamasse
gli Stati Generali; questa richiesta era stata assecondata dagli Stati del
Delfinato nell'assemblea di Vizille; il 18 dicembre 1787, il re promise di
convocare gli Stati Generali nel giro di cinque anni; dopo le dimissioni di
Brienne, il 25 agosto 1788, e con Necker di nuovo in carica per le finanze
nazionali, il Re, l'8 agosto 1788, acconsentì a convocare gli Stati generali
nel 5 maggio 1789, per la prima volta dal 1614.
La prospettiva degli Stati generali evidenziò il conflitto di interessi tra il
Secondo stato (la nobiltà) e il Terzo stato (in teoria, tutta la gente comune,
in pratica la borghesia).
La società era cambiata dal 1614. Il Primo Stato (il clero) assieme al Secondo
Stato rappresentavano solo il 2 percento della popolazione francese. Il Terzo
Stato, teoricamente rappresentante del restante 98%, e in pratica
rappresentante di una fetta crescente del benessere nazionale, poteva ancora
essere messo in minoranza dagli altri due, che storicamente avevano spesso
votato assieme. Molti nella classe emergente videro la chiamata degli Stati
Generali come una possibilità di guadagnare potere.
Un decreto reale del 27 novembre 1788 annunciò che gli Stati generali sarebbero
ammontati ad almeno un migliaio di deputati; garantiva inoltre la
rappresentazione doppia per il Terzo Stato. In aggiunta, i semplici sacerdoti
(curés) potevano servire come deputati per il Primo Stato, e i protestanti per
il Terzo Stato.
Quando gli Stati Generali convennero a Versailles il 5 maggio 1789, tra
l'acclamazione generale, molti nel Terzo Stato videro la rappresentanza doppia
come una rivoluzione già pacificamente conseguita. Comunque, con l'etichetta
del 1614 strettamente rinforzata, il clero e la nobiltà in pompa magna,
l'ubicazione fisica dei deputati dei tre Stati dettata dal protocollo di un'era
precedente, fu immediatamente evidente che in realtà era stato ottenuto molto
meno.
Nei cahiers de doléances ("quaderni delle rimostranze") venne stilato
un elenco dei soprusi a cui era sottoposto ancora il terzo stato.
Quando Luigi XVI e Barentin (il guardasigilli) si rivolsero ai deputati il 6
maggio, il Terzo stato scoprì che il decreto reale che garantiva la
rappresentanza doppia celava un trucco. Avevano sì più rappresentanti degli
altri due Stati combinati, ma il voto si sarebbe svolto "per ordini":
i 578 rappresentanti del Terzo Stato, dopo aver deliberato, avrebbero avuto il
loro voto collettivo pesato esattamente come quello di uno degli altri Stati.
L'intento apparente del re e di Barentin era quello che tutti andassero
direttamente al problema delle tasse. La maggior rappresentanza del Terzo stato
doveva essere solo simbolica, senza dargli nessun potere extra. Necker aveva
più simpatia per il Terzo stato, ma in quell'occasione parlò solo della
situazione fiscale, lasciando a Barentin il compito di parlare su come gli
Stati Generali avrebbero operato.
Cercando di evitare il problema della rappresentanza e di focalizzarsi
unicamente sulle tasse, il re e i suoi ministri avevano gravemente mal
giudicato la situazione. Il Terzo stato voleva che gli stati si incontrassero
come un unico corpo e votassero per deputato. Gli altri due stati, pur avendo
le loro doglianze contro l'assolutismo reale, credevano, correttamente, come la
storia avrebbe dimostrato, che avrebbero perso più potere verso il Terzo stato
di quello che avrebbero guadagnato dal re. Il ministro del re, Necker,
simpatizzò con il Terzo stato, ma l'astuto finanziere era un politico non
altrettanto astuto. Decise di far continuare l'impasse fino al punto di stallo
prima di entrare nella mischia. Il risultato fu che per il momento in cui il re
cedette alle domande del Terzo stato, sembrò a tutti una concessione estorta
alla monarchia, piuttosto che un dono magnanimo che avrebbe convinto la
popolazione della buona volontà del re. L'impasse fu immediata. Il primo
argomento di trattativa degli Stati Generali fu la verifica dei poteri.
Mirabeau, nobile egli stesso ma eletto per rappresentare il Terzo stato, cercò
senza riuscirci di tenere tutti e tre gli ordini in un'unica sala per la
discussione. Invece di discutere le tasse del re, i tre Stati iniziarono a
discutere sull'organizzazione della legislatura.
Il 17 giugno 1789, con il fallimento degli sforzi per riconciliare i tre Stati,
i Communes completarono il loro processo di verifica, diventando l'unico stato
i cui poteri fossero stati appropriatamente legalizzati. I Communes quasi
immediatamente votarono una misura molto più radicale: essi si dichiararono
come Assemblea Nazionale, un'assemblea non degli Stati, ma del popolo. Essi
invitarono gli altri ordini ad unirsi, ma resero chiaro che intendevano fare
gli interessi della nazione con o senza di loro.
Questa assemblea costituita di fresco si collegò immediatamente ai capitalisti
-- la fonte del credito necessario per finanziare il debito pubblico -- e alla
gente comune. Essi consolidarono il debito pubblico e dichiararono che tutte le
tasse esistenti erano state precedentemente imposte illegalmente, ma votarono
le stesse provvisoriamente, solo fintanto che l'assemblea continuava a
riunirsi. Questo ridiede fiducia al capitale e gli diede un forte interesse nel
tenere l'assemblea in sessione. Per quanto riguarda la gente comune, un
comitato di sussistenza venne stabilito per affrontare la carenza di cibo.
Non più interessato ai consigli di Necker, Luigi XVI, sotto l'influenza dei
cortigiani del suo consiglio privato, si risolse a rivolgersi all'assemblea,
annullare il suo decreto, comandare la separazione degli ordini, e dettare che
le riforme fossero effettuate dagli Stati Generali restaurati.
È (a malapena) immaginabile che se Luigi avesse semplicemente marciato dentro
Due giorni dopo, privata anche dell'uso della Sala della Pallacorda,
l'Assemblea Nazionale si riunì nella chiesa di Saint-Louis. Quando, il 23
giugno
Il 9 luglio
Il 22 Luglio 1790 il re approva
Il 22 Giugno 1791, alle ore 22.00 giunge la notizia dell'arresto del re a
Varennes e l'Assemblea Nazionale Costituente.
Il 25 Giugno 1791 il re rientra a Parigi. L'Assemblea Nazionale Costituente ha
decretato la sospensione del re da ogni sua funzione e prerogativa, sino a
nuovo ordine.
Il 15 Luglio 1791 un decreto proclama il re inviolabile, cosa che lo esclude,
per il momento, da ogni tipo di giudizio.
Il 13 Settembre 1791 il re sancisce
I
Il 1 Ottobre 1791 prima seduta dell'Assemblea Nazionale Legislativa Il 17
ottobre
Strenuo difensore dei diritti dei più deboli (soprattutto operai e contadini),
Robespierre entrò nel Comitato di Salute Pubblica, organo del Governo rivoluzionario creato dalla Convenzione Nazionale il 17 germinale dell’anno I (6 aprile 1793), il 27 luglio
Preoccupato dagli eventi bellici, dai tentativi contro-rivoluzionari e deciso a
dare un colpo mortale alla monarchia e all'antico regime, egli decise di
sostenere la politica del cosiddetto Terrore. Il Terrore mirava ad eliminare
fisicamente tutti i possibili rivali della Rivoluzione Francese, il numero
delle vittime causate dal periodo del Terrore è tuttavia difficilmente
quantificabile, ma pare che sia intorno ai 70.000 uomini, prevalentemente
appartenenti alla media borghesia.
Altri storici parlano con le approssimazioni del caso di circa 35'000 esecuzioni,
delle quali ben 12'000 senza processo e ricordano (il periodo del Terrore durò
soltanto un anno!) la metodica cancellazione di ogni forma di dissenso anche
mediante l’incarcerazione di circa 100'000 persone (ma alcuni studiosi arrivano
addirittura a 300'000) soltanto perché sospettate di attività
controrivoluzionaria.
Per questo si disse che la rivoluzione divora i suoi figli. Con molta
leggerezza furono condannati a morte anche povere persone favorevoli alla
politica di Robespierre anche se, probabilmente, egli non era a conoscenza di
certe estremizzazioni del Terrore.
Robespierre, temendo la perdita di un controllo morale, proclamò religione
dello stato il culto laico dell'Essere Supremo basato sulle teorie di Rousseau,
ma il suo decreto gli attirò l'ostilità sia dei cattolici sia degli atei.
Conscio dell'odio che
Venuto meno il pericolo di un'invasione straniera, buona parte dei francesi si
stancò delle misure eccezionali emanate durante il Terrore. Non foss'altro
perché il crescendo del clima di terrore fece sentire ognuno possibile
bersaglio e futura vittima. Tale clima assicurò un ampio sostegno al colpo di
Stato organizzato dagli avversari politici di Robespierre anche all'interno
dell'Assemblea della Convenzione.
Nella mattinata del 28 luglio 1794, le Guardie Nazionali, fedeli della
Convenzione, si impadroniscono, tuttavia, senza trovare ulteriore resistenza,
dell'Hotel de Ville e arrestano numerosi dirigenti giacobini fedeli a
Robespierre, tra cui nuovamente Saint-Just, Couthon, Le Bas e il fratello di
Robespierre, Augustin, il quale - nel tentativo di sfuggire alla cattura - si
butta dalla finestra e si fracassa sul selciato, dove verrà raccolto moribondo.
Anche Maximilien cerca di opporre resistenza, ma un colpo di pistola, sparato
dalla guardia Charles Andre Merda, gli fracassa la mascella. Alcuni storici,
fra cui Thomas Carlyle, sostennero la tesi del tentato suicidio.
Direttorio è il termine con il quale si definisce l'organo posto al vertice
delle istituzioni francesi nell'ultima parte della Rivoluzione francese, ossia
nel periodo cosiddetto del termidoro, che pose fine al terrore dell'anno II. Il
Direttorio era composto da 5 membri chiamati direttori con poteri simili a
quelli che possono avere gli odierni ministri. Il suo principale componente era
anche la persona che lo aveva ideato: Paul Barras.
Con un esecutivo direttoriale coloro che avevano posto fine al governo di
Robespierre si posero infatti un ben preciso obbiettivo: evitare in qualsiasi
modo che il potere potesse nuovamente concentrarsi nelle mani di un'unica
persona con gli esiti sanguinosi dell’anno di governo di Robespierre.
La costituzione del 5 fruttidoro dell’anno III - promulgata nel settembre del
1795 - fu quindi redatta sulla base di una rigida applicazione del principio
della separazione dei poteri, cercando oltretutto di tenere l’Esecutivo per
quanto possibile sotto scacco. Il Governo fu pertanto affidato appunto a un
direttorio di cinque membri, alle cui dipendenze vi erano altri sei ministri.
In questa forma il governo direttoriale tradisce maggiormente la propria
somiglianza con il sistema presidenziale, nel quale, appunto, il Presidente si
avvale della collaborazione di ministri da lui nominati.
Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio in Corsica poco più di un anno dopo la
stipula del Trattato di Versailles (maggio 1768), che costrinse
Napoleone inizialmente non si considerava francese e si sentiva a disagio in un
ambiente dove i suoi compagni di corso erano in massima parte provenienti dalle
file dell'alta aristocrazia transalpina (l'accusa di essere straniero l'avrebbe
inseguito per tutta la vita). Senza amici e mal considerato, anche per
l'apparenza fisica fragile, il giovane Napoleone si dedicò con costanza agli
studi, riuscendo particolarmente bene in matematica. Il 22 ottobre 1784 Luigi
XVI gli concesse un posto di cadetto-gentiluomo nella scuola militare di
Brienne. Compiuti 15 anni, si iscrisse alla Scuola Militare di Parigi, fondata
da Luigi XV. Nel 1785 tentò di passare in Marina, ma in seguito
all'annullamento degli esami d'ammissione di quell'anno passò in Artiglieria,
desideroso di abbandonare gli studi al più presto e dedicarsi alla carriera
militare. Ottenne quindi la nomina a sottotenente a soli 16 anni, e fu
distaccato presso un Reggimento di stanza a Valence (Drôme), nel sud-est della
Francia.
Allo scoppio della Rivoluzione, nel 1789, Napoleone (ormai ufficiale del Re
Luigi XVI) riuscì ad ottenere una lunga licenza e ne approfittò per riparare al
sicuro in Corsica, ove si unì al movimento rivoluzionario assumendo il grado di
tenente colonnello della Guardia Nazionale. Nel 1792 si rifiutò di tornare a
servire nell'Armata in Francia e fu pertanto considerato disertore. Su
pressione dei familiari, si convinse tuttavia a rientrare a Parigi, dove si
presentò al Ministro della Guerra e difese la propria causa, con tali argomenti
e abilità da ottenere non solo il perdono e il reintegro, ma persino la
promozione ipso facto a capitano.
Dal 1793 Napoleone sostenne con decisione
Il 9 marzo 1796 Napoleone sposò Joséphine de Beauharnais, vedova di un
ufficiale ghigliottinato dopo
Ritornato al Cairo, Napoleone sconfisse il 25 luglio 1799 un esercito di oltre
diecimila ottomani (guidati da Mustafa Pascià) ad Abukir, proprio dove l'anno
prima era stato privato di tutta la sua flotta. Preoccupato tuttavia delle
terribili notizie dalla Francia (l'esercito in ripiegamento su tutti i fronti,
il Direttorio ormai privo di potere) e consapevole che la campagna d'Egitto non
aveva conseguito i fini sperati, Napoleone, lasciato il comando al generale
Kléber, s'imbarcò in gran segreto il 22 agosto 1799 su un piccolo bastimento
alla volta della Francia.
Il 9 ottobre Napoleone sbarcò a Fréjus, e la sua corsa verso Parigi fu
accompagnata dall'entusiasmo dell'intera Francia, certa che il generale fosse
tornato in patria per assumere il controllo della situazione ormai ingestibile.
Ed in effetti era questa l'intenzione di Napoleone. Giunto a Parigi, egli riunì
i cospiratori decisi a rovesciare il Direttorio. Dalla sua si schierarono il
fratello maggiore Giuseppe e soprattutto il fratello Luciano, allora presidente
del Consiglio dei Cinquecento, che con il Consiglio degli Anziani costituiva il
potere legislativo della repubblica. Dalla sua Napoleone riuscì ad avere il
membro del Direttorio Roger Ducos e soprattutto Emmanuel Joseph Sieyès, il
celebre autore dell'opuscolo Che cos'è il Terzo Stato? e ideologo di punta
della borghesia rivoluzionaria. Inoltre, dalla sua si schierò l'astutissimo
ministro degli esteri Talleyrand e il ministro della polizia Joseph Fouché.
Barras, pur membro del Direttorio, conscio delle capacità di Napoleone accettò
di farsi da parte.
Fatta trapelare la falsa notizia di un complotto realista per rovesciare la
repubblica, Napoleone riuscì a far votare al Consiglio degli Anziani e al
Consiglio dei Cinquecento una risoluzione che trasferisse le due Camere il 18
brumaio (9 novembre) fuori Parigi, a Saint Cloud; Napoleone fu nominato
comandante in capo di tutte le forze armate. Ciò fu fatto per evitare che
durante il colpo di Stato qualche deputato potesse sollevare i cittadini
parigini per difendere
Ristabilì, nel 1802, la schiavitù nelle colonie francesi.
Dopo che Napoleone ebbe allargato la sua influenza alla Svizzera e alla
Germania, una disputa su Malta fornì all'Inghilterra il pretesto nel 1803 per
dichiarare guerra alla Francia e fornire sostegno ai monarchici francesi che a
lui si opponevano. Infatti, la notte di Natale del 1800 Napoleone, la moglie e
il suo seguito scamparono miracolosamente a un attentato dinamitardo nelle
strade di Parigi, mentre si recavano all'Opera. Napoleone ne approfittò per
mettere fuori legge i giacobini, molti dei quali vennero esiliati in Guyana, e
disperdere i monarchici. Per dare un segnale forte ai Borboni, che ancora
complottavano per ritornare sul trono francese, Napoleone fece catturare nel
Brabante, sul confine francese, il duca di Enghien, legato alla famiglia reale
esiliata, accusato di cospirazione contro il Primo Console e fucilato poco
dopo. Anche il generale Moreau, implicato nel complotto realista, venne
condannato a morte ma successivamente gli fu concessa la possibilità di
espatriare negli Stati Uniti da dove ritornerà nel 1813 per unirsi all'esercito
russo e morire durante
Rinasceva in Francia la monarchia. Ma non era la stessa monarchia rovesciata
nel 1792, e privata dei poteri già nel 1789. Napoleone non era "re di
Francia e di Navarra per grazia di Dio", come citavano le formule
dell'ancién régime, ma "Imperatore dei Francesi per volontà del popolo".
Non veniva ricostruita la nobiltà feudale, ma rimanevano i principi di
eguaglianza sanciti dalla Rivoluzione francese. Napoleone era l'imperatore
rivoluzionario. Il più grande paradosso della storia.
Il 2 dicembre 1805, tuttavia, anniversario della sua incoronazione, Napoleone
mise fine alla terza coalizione nella battaglia di Austerlitz. Il giorno dopo,
i sovrani d'Europa chiesero la pace. L'Austria perdeva anche Venezia, che
veniva unita al regno d'Italia, e perdeva ogni controllo sulla Germania, che
ora si ricostruiva come Confederazione del Reno, primo seme dell'unità tedesca
sotto il controllo diretto di Napoleone.
La quarta coalizione, comandata dalla Prussia, veniva sconfitta il 14 giugno
1807 sulle gelide pianure di Friedland, dopo i rovesci alterni della sanguinosissima
battaglia di Eylau: lo zar Alessandro I fu costretto a firmare la pace,
nell'incontro di Tillsit. L'Europa venne durante quell'incontro ufficiosamente
divisa in zone d'influenza. Quella occidentale sotto Napoleone, quella
orientale sotto lo zar. Rimaneva aperta la questione della Polonia, che
Napoleone voleva rendere indipendente, contrariamente allo zar. In Polonia,
Napoleone aveva incontrato un'ardente giovane nobile, Maria Waleska, che
divenne sua amante e lo incontrerà parecchie volte durante la sua caduta in
disgrazia.
Il 7 maggio 1809 Napoleone ordinò l'annessione all'Impero francese dello Stato
Pontificio.
Nel 1808, sfruttando un diverbio nella famiglia reale spagnola tra il re Carlo
IV e il figlio, il principe delle Asturie Ferdinando, Napoleone costrinse
entrambi ad abdicare ed annetté
Nel
Alessandro I di Russia aveva cominciato a temere Napoleone e rifiutò di
collaborare con lui riguardo il blocco continentale. Questa fu la principale
causa che spinse Napoleone ad invadere
La Grande Armata francese soffrì gravi perdite nel corso della rovinosa
ritirata; la spedizione era iniziata con circa 600.000 uomini, ma alla fine nel
dicembre 1812 poco più di 10.000 riuscirono a mettersi in salvo. Tra il 25 e il
29 novembre, infatti, i resti dell'armata, distrutta dal grande freddo (il
"generale inverno") vennero in gran parte annientati dai russi durante
il passaggio della Beresina. Intanto, Napoleone era stato raggiunto dalla
notizia che a Parigi il generale Malet aveva diffuso la notizia della morte
dell'imperatore e tentato un colpo di Stato. Angosciato delle notizie di
tradimento (Talleyrand e Fouché stavano ormai tramando col nemico), Napoleone
abbandonò precipitosamente
La prima a unirsi alla vittoriosa Russia fu
Rientrato precipitosamente a Parigi, Napoleone doveva subire ora
l'insubordinazione di tutti i corpi politici: le Camere denunciarono solo ora
la sua tirannia, la nuova nobiltà da lui creata gli girò le spalle, il popolo
ormai stanco della guerra rimase freddo, i marescialli dell'Impero cominciarono
a defezionare: tra i principali, Gioacchino Murat che passò al nemico per
conservare il regno di Napoli. Il giorno di Natale del 1813
Pur impegnato nei lavori sull'Elba, Napoleone continuava a ricevere notizie
della situazione francese. Il nuovo sovrano, Luigi XVIII Borbone, era inviso
alla popolazione: nel solco della Restaurazione, Luigi stava lentamente
smantellando tutte le conquiste della Rivoluzione legittimate da Napoleone.
Queste notizie, aggiunte alla voce ormai certa che i nemici fossero prossimi a
trasferirlo lontano dall'Europa, portarono Napoleone ad agire. Imbarcatosi in
gran segreto con uno sparuto gruppo di granatieri su un bastimento,
l'imperatore eluse la sorveglianza inglese e il 1° marzo 1815 sbarcò in Francia
nel golfo di Cannes. Iniziavano i leggendari 'Cento giorni'. La popolazione lo
accolse con un entusiasmo sorprendente, e gli eserciti inviatigli contro da
Luigi invece di fermarlo si unirono a lui. Il maresciallo Ney, che Napoleone
stesso aveva definito "il più prode dei prodi" dopo le sue eroiche
imprese nella ritirata di Russia, giurò allora al sovrano borbone che avrebbe
condotto Napoleone a Parigi "in una gabbia di ferro". Ma quando i due
eserciti si trovarono l'uno di fronte all'altro Napoleone si fece incontro
all'esercito avversario e gridò "Chi vuole sparare al suo Imperatore è
libero di farlo": fu accolto da un tripudio e lo stesso Ney crollò tra le
sue braccia (sfortunatamente per lui, in seguito alla sconfitta di Napoleone a
Waterloo pagò con la fucilazione il voltafaccia). Il 20 marzo Napoleone entrò
trionfalmente a Parigi, mentre Luigi era fuggito in gran fretta sotto
suggerimento di Talleyrand, il quale al Congresso di Vienna spinse le teste
coronate a riprendere la spada contro il despota.
Riorganizzato in gran fretta l'esercito, Napoleone chiese in tutti i modi ai
nemici nuovamente coalizzatisi una pace alla sola condizione di mantenere il
trono di Francia: non venne ascoltato. Intanto, in campo politico l'imperatore
aveva ben compreso i limiti del suo governo precedente ed aveva promulgato una
costituzione maggiormente liberale, ritornando più fedelmente ai principi del
1789. Per evitare una nuova invasione del suolo patrio, Napoleone fece la prima
mossa spostando il conflitto nel Belgio. Così si giunse al fatale 18 giugno
1815, la giornata del destino descritta anche da Victor Hugo, quella della
battaglia di Waterloo. Il piano strategico generale di Napoleone venne mandato
all'aria dall'inefficienza dei suoi marescialli, principalmente Grouchy, il
quale era stato inviato a distruggere la colonna prussiana sfuggita alla
battaglia di Ligny, ma in pratica commise l'errore di inseguire solo la
retroguardia delle forze prussiane che si erano intanto riorganizzate e che,
grazie alla loro determinazione, riuscirono a ricongiungersi con Wellington
proprio nel bel mezzo della battaglia di Waterloo sì che le forze inglesi di
Arthur Wellesley, primo Duca di Wellington, unitesi con quelle prussiane,
colsero l'opportunità di sconfiggere i Francesi.
Napoleone schierò le sue ultime forze in quadrati e iniziò una lenta, ordinata
ma drammatica ritirata. Wellington è un pessimo generale. Stasera ceneremo a
Bruxelles, aveva dichiarato la mattina della battaglia. In serata, l'imperatore
era sulla strada di ritorno per Parigi conscio della certezza della fine di
ogni suo sogno.
Impostagli dalla Camera la nuova abdicazione (Avrei dovuto farli impiccare
tutti, sbottò Napoleone), egli dichiarò di immolarsi in olocausto per
Nel 1824, alla morte del fratello, divenne re. Tuttavia divenne ben presto
impopolare, a seguito di alcune misure prese, tra cui l'abolizione della
Guardia Nazionale e il ripristino della censura. Il suo regno fu comunque
segnato da due grandi campagne militari: l'intervento a fianco dei greci, che
porterà all'indipendenza del Paese, e la conquista dell'Algeria (1830). A
seguito di alcune concessioni liberali, nella paura di perdere potere, il 25
luglio 1830 emanò una serie di ordinanze, che scioglievano le camere e
reintroducevano la censura. Tuttavia, il popolo insorse: con le Tre Gloriose
Giornate (27, 28 e 29 luglio), il re fu costretto ad abdicare (2 agosto). Nel
1830, la rivoluzione dei "Tre Gloriosi" rovesciò Carlo X, che abdicò
(con la controfirma di suo figlio il delfino) in favore di suo nipote il duca
di Bordeaux. Carlo X promosse il duca d’Orléans luogotenente generale del
regno. Temendo una rivolta repubblicana,
Per qualche anno, Luigi Filippo regnò piuttosto modestamente, evitando
l’arroganza, lo sfarzo e le spese eccessive dei suoi predecessori. A dispetto
di questa apparenza di semplicità, il sostegno del re arrivava dalla media
borghesia. All’inizio, era amato e chiamato il Re Cittadino, ma la sua
popolarità soffrì quando il suo governo fu percepito sempre più come
conservatore e monarchico.
Durante lo svolgimento dell’insurrezione, Luigi Filippo abdicò il 24 febbraio
Tuttavia l’Assemblée nationale, sebbene pronta, sulle prime, ad accettare suo
nipote come re, cambiò avviso e seguì l’opinione pubblica, decidendo di
proclamare
Il governo provvisorio attuò una serie di riforme sociali di ispirazione
socialista: fu proclamata la liberazione degli schiavi nelle colonie, la
giornata lavorative fu ridotta a dieci ore e la pena di morte fu abolita.
Inolte stabilì che si sarebbe votato il 23 aprile 1848 per eleggere una
Assemblea Costituente. Fu il primo caso di elezione a suffragio universale,
seppure solo maschile, che si ebbe in Europa.
Il 4 novembre 1848 fu promulgata la nuova costituzione, con la quale si
proclamava la nascita di una repubblica democratica, il suffragio universale e
la separazione dei poteri; ci sarebbe stata una singola assemblea permanente di
750 membri eletti per tre anni con scrutinio di lista; il potere esecutivo era
delegato a un presidente eletto per quattro anni con il suffragio universale, e
non rieleggibile una seconda volta; una modifica della costituzione fu resa di
fatto impossibile, dato che essa implicava l'ottenimento di una maggioranza dei
tre quarti dei deputati di una speciale assemblea per tre volte di seguito. Fu
invano che M. Grévy, nel nome di coloro che percepivano gli ovvi e inevitabili
rischi di creare, sotto il nome del presidente, un monarca, propose che il capo
di stato fosse nulla più che un presidente del consiglio dei ministri
rimovibile dall'assemblea.
I socialisti adottarono come candidato alla presidenza Ledru-Rollin, i
repubblicani Cavaignac, e il recentemente riorganizzato partito Imperialista
Luigi Napoleone. Sconosciuto nel 1835, e dimenticato o disprezzato dal 1840,
negli otto anni successivi la stima nei suoi confronti migliorò. Il 10 dicembre
1848 si tennero le elezioni per la presidenza della Repubblica, circa 1.400.000
preferenze andarono a Cavaignac ma più di 5.000.000 di voti elessero presidente
il principe Luigi Bonaparte.
Durante la sua presidenza Luigi Napoleone fece una politica ambigua e populista
con lo scopo di guadagnare popolarità nei confronti dei cittadini e nel
contempo di gettare discredito sul parlamento, per indebolirlo, e preparare
così il terreno per un colpo di stato.
Luigi Napoleone si rivolse direttamente ai cittadini chiedendo che dessero, con
un plebiscito, il loro consenso a una modifica della costituzione in cui
l'esecutivo non fosse vincolato dall'Assemblea e a lui personalmente un mandato
di dieci anni. Il plebiscito si tenne il 20 dicembre, e su circa otto milioni
di elettori, sette milioni e mezzo votarono si. Il 14 gennaio 1852 fu
promulgata la costituzione con le modifiche indicate nel plebiscito.