Italia pre-unitaria nel Meridione

Il regno normanno di Sicilia / Il regno di Sicilia (1) / Il regno di Napoli / Il regno di Sicilia (2) / Il regno delle Due Sicilie

Il regno normanno di Sicilia

I Normanni si stabilirono con successo anche lontano dalla Normandia. Quasi contemporaneamente alla conquista dell'Inghilterra, gruppi di Normanni si diressero verso il sud Italia (1000-1016), inizialmente prestando i loro servizi per vari compiti, come la protezione a pagamento dei pellegrini che si recavano o tornavano dal santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo nel Gargano. Successivamente furono ingaggiati come mercenari nella difesa delle città costiere dai saraceni e soprattutto nelle ribellioni anti-romani orientali in Puglia. In questo modo si arricchirono, costituendo delle signorie territoriali (la prima fu la contea di Aversa con Rainulfo Drengot nel 1030). Presto, per darsi una direzione politica si affidarono alla famiglia degli Altavilla guidata da Guglielmo Braccio di Ferro (morto nel 1046). Papa Leone IX, vedendo la sua Benevento minacciata, tentò di contrastarne l'ascesa; ma l'esercito pontificio fu rovinosamente sconfitto nella battaglia di San Paolo di Civitate (1053), nella neonata contea di Puglia, il Papa fu catturato, e così Benevento rimase un'isola pontificia in terra normanna. Nel 1059 Roberto il Guiscardo degli Altavilla strinse un patto con papa Niccolò II, il Concordato di Melfi, con cui si dichiarava formalmente suo vassallo, ottenendo in cambio i titoli (ancora solo nominali) di duca di Puglia (che comprendeva anche la Basilicata) e di Calabria (che era però ancora in parte in mano ai romano orientali), parte della Campania e Sicilia (che era però ancora in mano agli Arabi). I Normanni riuscirono ben presto a cacciare dal Meridione la presenza romano orientali con ripetute spedizioni che si conclusero con la conquista ad opera di Roberto il Guiscardo della città di Reggio Calabria, dove egli confermò il suo titolo di duca di Calabria. Gli Altavilla così poterono ben presto dedicarsi alla Sicilia. La loro fortuna fu nell'avere dalla loro parte il papa, in cerca di alleanze durante la difficile disputa contro l'Impero tedesco. Il pontefice infatti, superata l'iniziale diffidenza e ostilità, aveva commesso l'ennesima infrazione formale rispetto a Bisanzio, legittimamente proprietaria dei territori italiani (altri smacchi del pontefice a Bisanzio erano stati, secoli addietro, le incoronazioni dei di Pipino il Breve e di Carlo Magno, arrogandosi diritti che poteva vantare solo sostanzialmente, ma non formalmente). Il papa in quell'occasione aveva comunque il pretesto della scisma d'Oriente, che gli diede l'opportunità per rivendicare a sé territori dell'imperatore eretico, sui quali quest'ultimo non era ormai più in grado di esercitare la propria autorità. I Normanni divennero allora nemici dei romani orientali, venendone espulsi dall'esercito (molti erano i mercenari). Ruggero Bosso d'Altavilla, fratello di Roberto, alla testa di un folto gruppo di cavalieri nel 1061 sbarcò a Messina e invase l'isola (allora sotto dominio saraceno), riuscendo nel 1072 ad arrivare a Palermo, che venne poi eletta capitale. Ruggero I insieme al figlio Ruggero II, formavano il Regno di Sicilia, creando così in Italia uno stato di dimensioni considerevoli: il Regno normanno di Sicilia.
Ruggero II, nominato re di Sicilia e duca di Puglia e di Calabria nella cattedrale di Palermo durante la notte di Natale del 1130, estese il dominio normanno in Italia meridionale con la conquista del Ducato romano orientale di Napoli (1137). Il dominio dei Normanni nell'Italia meridionale ebbe termine tra il 1194 (morte di Tancredi di Lecce) e il 1198, quando Enrico VI di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico (morto nel 1197), in virtù del suo matrimonio con Costanza d'Altavilla (morta nel 1198), unì alla corona imperiale quella di re di Sicilia.

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Il regno di Sicilia (1)

La nascita del Regno di Sicilia è da ricondurre ad una vicenda che vide coinvolti, nel 1130, Papa Innocenzo II e il suo Antipapa Anacleto II, entrambi successori di Onorio II, nonché Ruggero II d'Altavilla, Conte di Sicilia, Duca di Calabria e Puglia fin dal 1128 per mano dello stesso Onorio II.

Nella notte tra il 13 e 14 febbraio 1130 moriva Papa Onorio II (Lamberto Scannabecchi) e, immediatamente, all'interno del Collegio Cardinalizio, si riaccese la lotta per la successione tra le stesse due fazioni che già si erano scontrate, pochi anni prima (1124), in occasione dell'elezione dello Scannabecchi. I sedici porporati facenti capo alla famiglia dei Frangipane, guidati dal Cardinal Aimerico, elessero Papa il Cardinal Gregorio Papareschi che assunse il nome di Innocenzo II. Gli altri quattordici porporati, facenti capo alla famiglia dei Pierleoni, elessero Papa il Cardinal Pietro Pierleoni che assunse il nome di Anacleto II. Poco tempo dopo il Pierleoni riuscì a far convergere su di sé il gradimento anche di alcuni cardinali che avevano eletto il Papareschi, raccogliendo in tal modo la maggioranza dei voti del Collegio e accreditandosi, di conseguenza, come legittimo Pontefice.

Poiché Innocenzo II non intendeva rinunciare alla tiara, si aprì uno vero e proprio scisma all'interno della Chiesa di Roma che finì per coinvolgere soprattutto elementi non ecclesistici, ovvero alcuni grandi Stati d'Europa, come l'Inghilterra, la Francia e la Germania che, unitamente a gran parte dell'Italia, appoggiavano Innocenzo II. Papa Anacleto II, bersagliato anche per le sue origini ebraiche e completamente isolato chiese l'appoggio dei Normanni del Duca Ruggero II, al quale offrì, in cambio, la corona regia.

Il Duca non si lasciò sfuggire l'occasione e concluse, nel settembre 1130, una vera e propria alleanza militare con il Papa, a seguito della quale questi emise una Bolla che consacrava il Conte di Sicilia, nonché Duca di Calabria e di Puglia, Rex Siciliae. Dopo di che, nella notte di Natale del medesimo anno, riprendendo un cerimoniale già visto nel lontano anno 800 in occasione dell'incoronazione di Carlomagno, fu incoronato a Palermo come Ruggero I, Re di Sicilia, Puglia e Calabria.

Il Regno di Sicilia nasceva, quindi, nella notte di Natale del 1130 per mano di un Antipapa, Anacleto II e veniva affidato nelle mani del figlio di colui che aveva liberato la Sicilia dalla dominazione araba, (Ruggero I d'Altavilla) , a sua volta figlio di Tancredi d'Altavilla. Il Regno di Sicilia nasceva all'insegna della dinastia normanna degli Altavilla.

Innocenzo II, però, ritenendosi legittimo Pontefice, promulgò la scomunica nei confronti di Anacleto II e dichiarò nulli tutti i suoi Atti. In una serie di Concilii successivi, Reims (1131), Piacenza (1132), Pisa (1135) fu riconosciuto come tale da Inghilterra, Spagna, Francia, Lombardia, Milano, Germania. Ebbe anche a incoronare Imperatore, il 4 giugno del 1133 in San Giovanni in Laterano, Lotario di Supplinburger.

Ormai Anacleto II poteva contare soltanto sull'appoggio della città di Roma, dell'Italia meridionale e dei Normanni di Re Ruggero I. Il 25 gennaio del 1138, moriva l'Antipapa Anacleto II. La famiglia dei Pierleoni elesse un nuovo Antipapa nella persona del Cardinal Gregorio, con il nome di Vittore IV, ma la immediata rinuncia di questi, soprattutto dietro sollecitazione di Bernardo di Chiaravalle, diede il via libera alla piena legittimazione di Innocenzo II, che ebbe il riconoscimento, nel maggio 1138, anche da parte dei Cardinali fedeli alla famiglia dei Pierleoni. Aveva termine, così, lo scisma all'interno della Chiesa di Roma.

Nei primi mesi del 1139 ebbe luogo il Concilio Lateranense che confermò l'illegittimità di Anacleto II e la nullità di tutti i suoi Atti. Il Concilio ebbe a ribadire, ancora, la scomunica nei confronti dell'Antipapa e di Ruggero. Dopo di che il Pontefice stesso, alla testa di un forte esercito si mosse contro Ruggero. Ma le superiori doti militari del normanno lo portarono addirittura a prendere in ostaggio, presso Montecassino, Papa Innocenzo, il quale, preso atto di non poter reggere il confronto con il nemico, dovette confermargli la corona regia. Il giorno 27 del mese di Luglio del 1139, nei pressi di Mignano fu redatto il privilegio mediante il quale si confermava l'elevatio in regem, unitamente all'annessione del territorio di Capua.

Il territorio costituente il Regno di Sicilia comprendeva, ora, non soltanto l'isola omonima, la Calabria e la Puglia, ma tutta l'Italia meridionale peninsulare fino a Gaeta.

Il Regno di Sicilia fu governato dai Normanni dal 1130 al 1195 e, successivamente, dagli Svevi fino al 1266, allorquando Carlo d'Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX, chiamato in Italia da Papa Clemente IV, sconfisse Manfredi, ultimo Re svevo, nella battaglia di Benevento e se ne impossessò. La conquista divenne definitiva due anni dopo quando Carlo d'Angiò sconfisse, nella battaglia di Tagliacozzo, il non ancora diciottenne Corradino di Svevia, ultimo degli Hohenstaufen e pretendente al trono del Regno di Sicilia, quale discendente diretto di Federico II.

Il 1268 vide, quindi, la scomparsa degli Svevi dalla scena politica europea e l'affermazione della dinastia angioina nel meridione d'Italia, nella persona di Carlo d'Angiò, primo Re di Sicilia.

La guerra del Vespro era nata come movimento di ribellione dei siciliani nei confronti del regime vessatorio instaurato da Carlo I d'Angiò; ribellione che indusse gli isolani ad offrire la corona del Regno a Pietro III, Re d'Aragona, consorte di Costanza, figlia di Re Manfredi di Svevia.

Pietro III, che aveva intrapreso da tempo una decisa politica espansionistica nell'area mediterranea, fu ben felice dell'offerta e immediatamente inviò nell'isola una poderosa flotta carica di uomini e mezzi per avviare la conquista dei nuovi territori. Pietro III riuscì, rapidamente, a strappare l'isola a Carlo I ed a farne, nello stesso anno 1282, un possedimento aragonese. La Sicilia cessava, quindi, di essere un Regno autonomo.

Pur di riconquistare l'isola, Carlo I fece, immediatamente, ricorso alle armi. Con lui si schierarono il papato e la Francia. Sull'altro fronte, accanto agli aragonesi, si unirono invece Pisa, Genova, l'Imperatore d'Oriente, le città ghibelline del Nord Italia e Rodolfo I d'Asburgo, Imperatore S.R.I..

Ebbe inizio, così, un sanguinoso conflitto tra le due dinastie che si sarebbe concluso soltanto molti anni dopo e la conclusione del quale non sarebbe stata vista da nessuno dei due monarchi che l'avevano avviata.

Nel 1285, infatti, morirono entrambi i sovrani mentre il conflitto era in pieno svolgimento e ben lungi dalla conclusione.

Per parte aragonese, Alfonso e Giacomo, figli di Pietro III, si divisero il Regno. Il primo ebbe la corona d'Aragona e Valencia ed ascese al trono con il nome di Alfonso III. Il secondo ricevette la corona di Sicilia ed ascese al trono con il nome di Giacomo II. La Sicilia tornava, in tal modo, ad essere un Regno autonomo.

Per parte angioina, invece, si dové registrare che Carlo II, erede al trono, era ancora prigioniero degli Aragonesi in Sicilia, per cui la direzione della guerra tra le due dinastie, per conto degli Angioini, passò nelle mani del papato, fino al 1288, anno della liberazione di Carlo, il quale fu incoronato Re da Papa Niccolò IV, l'anno seguente, nella città di Rieti.

Con la liberazione di Carlo II, il conflitto riprese immediatamente, ma le operazioni belliche si trascinavano stancamente senza approdare ad alcun risultato di rilievo.

Nel 1291 moriva Alfonso III, senza lasciare discendenti legittimi, per cui Giacomo II fu chiamato a succedere al fratello sul trono d'Aragona, lasciando il governo della Sicilia nelle mani dell'altro fratello Federico, confermando, di fatto, l'autonomia della Sicilia dall'Aragona.

L'impegno di Carlo II per la riconquista della Sicilia fu coronato da successo allorquando questi concluse un accordo con Giacomo II ad Anagni il 20 giugno 1295, con la determinante mediazione di Papa Bonifacio VIII. A seguito di tale accordo, Giacomo II rinunciava ai propri diritti sulla Sicilia a favore della Chiesa, che, tramite il Papa, li riassegnava a Carlo II. In cambio di tale rinuncia, riceveva l'investitura del Regno di Sardegna e della Corsica.

I Siciliani, però, venuti a conoscenza dell'accordo che, di fatto, trasferiva il dominio sull'isola nuovamente nelle mani dei Francesi, si ribellarono con forza in quanto non intendevano perdere più l'autonomia che avevano conquistato allorquando la Sicilia era stata distaccata dal Regno d'Aragona e affidata prima nelle mani di Giacomo II e poi in quelle di Federico suo fratello. I Siciliani rigettarono l'accordo, riconobbero Federico quale unico Signore di Sicilia e lo proclamarono loro Re nel 1296.

Suo malgrado, Papa Bonifacio VIII dovette incoronare Federico a Palermo il 25 marzo 1296.

Il conflitto tra le due dinastie sembrava ormai chiuso, ma, nonostante l'intervento del Papa, esso non ebbe affatto termine. La contesa si protrasse per decenni con continue guerre, fino a quando, nel 1372, la Regina Giovanna I d'Angiò e Federico IV di Sicilia non sottoscrissero un trattato di pace che, ponendo fine alla c.d. "Guerra del Vespro", sanciva il riconoscimento reciproco delle monarchie e dei relativi territori, cioè Napoli agli Angioini e la Sicilia agli Aragonesi, estendendo il riconoscimento anche alle rispettive linee di successione.

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Il regno di Napoli

Giovanna, prima sovrana di Napoli per diritto ereditario, ascese al trono all'età di 16 anni. Già nel 1333, ad appena sei anni, era stata data in moglie al cugino Andrea d'Angiò, sette anni, figlio di re Carlo Roberto d'Ungheria. Sembra però che l'unione fra i due sia stata particolarmente infelice, vista l'insofferenza reciproca che dominava i loro rapporti. In effetti Giovanna e Andrea erano due caratteri opposti: rozzo e ignorante lui, raffinata e colta lei. Già durante l'adolescenza, Giovanna cominciò ad intrattenere una relazione amorosa con un altro cugino, Luigi di Taranto, al quale la legava un sentimento puro e profondo. Il testamento di Roberto il Saggio stabiliva che Andrea fosse incoronato Re di Napoli per suo proprio diritto, visto che Roberto aveva spodestato il padre di Andrea dal trono napoletano. Ma la sedicenne Giovanna si oppose al rispetto della disposizione testamentaria grazie anche al supporto della nobiltà napoletana. Il papa inviò il cardinale Amerigo di San Martino ad annullare il testamento di Roberto e a prendere temporaneamente il controllo del reame. Questi, nel 1343 a Roma, incoronò la sola Giovanna regina di Napoli, mentre il marito Andrea dovette accontentarsi del titolo di duca di Calabria. Ma il principe consorte aveva molti sostenitori, fra cui il fratello, Luigi I il Grande re d'Ungheria, e le sue aspirazioni al potere non erano cessate con l'ascesa al trono della moglie. La distanza fra i due coniugi era sempre più incolmabile, al punto che i nobili vicini a Giovanna decisero di risolvere drasticamente il problema organizzando l'uccisione di Andrea. Il 18 settembre 1345, il duca di Calabria fu assassinato in un monastero di Aversa da un gruppo di congiurati. La reazione più catastrofica fu sicuramente quella di Luigi d'Ungheria, fratello della vittima, che decise di infliggere una punizione esemplare alla cognata Giovanna. Mentre preparava un esercito per invadere il regno, nel maggio del 1346 Luigi inviò ad Avignone dei suoi legati per chiedere al pontefice di dichiarare deposta la regina. Il papato non si prestò a spalleggiare Luigi, il quale decise di proseguire a modo suo nell'intento. Il 20 agosto 1347 la regina sposò in seconde nozze l'amato Luigi di Taranto, anch'egli un Angiò, discendente di Carlo II lo Zoppo. Ma la vendetta di Luigi il Grande era pronta e per Napoli stava per scoccare un'ora buia. Il 3 novembre dello stesso anno il re d'Ungheria partì alla volta dell'Italia e dopo aver ottenuto l'appoggio politico e militare di molti principi italiani entrò a Benevento ai primi del 1348. Luigi di Taranto aveva radunato un esercito a Capua, nel tentativo di impedire la presa di Napoli. Ma i baroni del regno, anziché difendere la legittima sovrana, si lanciarono in appoggio dell'invasore, acclamato ovunque come signore e trionfatore. Mentre il marito temporeggiava e il suo esercito difensivo continuava ad assottigliarsi per le numerose defezioni, Giovanna intuì che tutto era perduto e il 15 gennaio lasciò Napoli in nave diretta in Provenza. Luigi di Taranto non avrebbe tardato a comprendere l'entità del disastro che si stava consumando e poche settimane dopo raggiunse la moglie in Francia, sotto la protezione della Chiesa di Avignone. Luigi d'Ungheria prese Napoli con estrema facilità, ma la sua permanenza nei territori partenopei sarebbe durata molto poco. Anche sul regno di Napoli si abbatté infatti la piaga della peste nera e Luigi partì in fretta dalla capitale lasciando la reggenza nelle mani di due funzionari ungheresi. Nei mesi successivi il malcontento dei napoletani verso il governo straniero e la nostalgia per la regina esiliata crebbe fino a ricompattare i sentimenti filo-angioini del popolo e della nobiltà. Decisi a riconquistare il regno perduto, nell'agosto del 1348 Giovanna e Luigi reclutarono un esercito e tornarono a liberare Napoli. Gli scontri si protrassero per molti mesi, dando al re d'Ungheria il tempo di organizzare una seconda spedizione nel sud Italia. Raggiunta Manfredonia via mare ai primi del 1350, Luigi d'Ungheria si portò in poco tempo in Campania. Ma stavolta, furono i suoi stessi soldati a reclamare la fine delle ostilità e il ritorno in patria, stanchi del lungo periodo di guerre che avevano dovuto combattere. Con la mediazione dei legati pontifici, il re d'Ungheria accettò la firma della tregua e riprese la via del ritorno, ottenendo comunque l'istituzione di un processo a carico di Giovanna per accertare le sue responsabilità nell'assassinio di Andrea. Il processo si svolse alla corte papale di Avignone, sulla quale l'influenza degli Angioini era enorme. La regina fu dichiarata innocente e le rivendicazioni di Luigi il Grande furono definitivamente archiviate. Rientrati nella capitale nel gennaio del 1352, Giovanna I d'Angiò e Luigi di Taranto furono solennemente incoronati sovrani di Napoli. Luigi restò sul trono insieme alla moglie fino al 1362, anno della sua morte. Nel 1363 sposò Giacomo IV, titolare del Regno di Maiorca, morto nel 1375. L’anno successivo, Giovanna convolava a nozze per la quarta volta con Ottone di Brunswick-Grubenhagen. Nessuno dei due assunse mai il titolo regio.
Figlio di Luigi, terzo duca di Durazzo, e di Margherita di Sanseverino, bisnipote di Carlo II di Napoli, Carlo Durazzo fu cugino di secondo grado della regina Giovanna I, dalla quale fu adottato come figlio ed erede in quanto unico discendente maschio del ramo principale degli Angioini di Napoli. Pare che Giovanna abbia avuto un'infatuazione verso di lui nel corso della sua giovinezza, ma con suo grande dispiacere questo sentimento non fu mai ricambiato. Nel 1381 gli effetti dello Scisma d'Occidente si ripercossero anche sulle vicende del regno napoletano. Giovanna prese le parti dell'antipapa francese Clemente VII e revocando i diritti precedentemente riconosciuti a Carlo adottò come figlio ed erede Luigi I d'Angiò, fratello di Carlo V di Francia, mentre Carlo di Durazzo si poneva a sostegno del pontefice romano Urbano VI. Il conflitto che ne derivò spinse Urbano a dichiarare Giovanna decaduta (1381) e ad assegnare il regno a Carlo. Mentre Carlo avanzava verso Napoli con un esercito di soldati ungheresi, Luigi d'Angiò fu costretto a rimanere in Francia per la morte improvvisa del fratello, che lo lasciava reggente del minorenne Carlo VI. All'avvicinarsi delle truppe del pretendente, Giovanna schierò una debole difesa ponendo a capo delle milizie stanziate ad Aversa il quarto marito Ottone di Brunswick. Carlo, intrapresa un'altra via per entrare nel regno, si portò sotto le mura di Napoli e il 16 luglio 1381 entrò nella capitale, sconfiggendo Ottone. Giovanna, asserragliata in Castel dell'Ovo, fu assediata per un mese prima di cadere nelle mani del nemico. Con la presa del trono di Napoli e la caduta della regina, Carlo vendicò la morte del principe Andrea, fratello del re d'Ungheria Luigi I il Grande e primo marito di Giovanna, assassinato nel 1345 da una congiura di Palazzo della quale fu accusata la stessa sovrana. Così, nel 1382, Carlo cinse la corona di Napoli assumendo il nome di Carlo III. La conquista del regno non era ancora definitivamente conclusa. Ad Avignone, Clemente VII incoronò Luigi d'Angiò re di Napoli e lo inviò a destituire Carlo e a impadronirsi del trono. L'erede adottivo di Giovanna, preso possesso delle contee di Provenza e Forcalquier, marciò verso Napoli per reclamare con le armi i suoi diritti. Carlo decise che era giunto il momento di sgombrare il campo da qualsiasi rivendicazione ed affermare una volta per tutte il suo completo dominio sul regno. Il 12 maggio 1382 i sicari del re assassinarono Giovanna I nel castello di Muro Lucano, dove era stata relegata all'indomani della conquista del trono da parte del Durazzesco. Luigi d'Angiò invase il regno nel corso del 1384, ma giunto in Puglia, morì improvvisamente senza portare a termine l'impresa. Carlo di Durazzo fu allora sovrano assoluto di Napoli. Nel settembre del 1382 morì Luigi I d'Ungheria, che lasciava il trono alla figlia Maria. Appena risolta la controversia col papa, Carlo si precipitò a Buda per rivendicare il trono in quanto unico erede maschio del ramo principale degli Angioini. Nel dicembre del 1385, col favore di una buona parte del popolo e della nobiltà, spodestò la regina Maria ed assunse la corona d'Ungheria col nome di Carlo II. Ma la vedova di Luigi, Elisabetta, decisa a liberarsi dell'usurpatore, ordì un complotto contro di lui e lo fece assalire da un gruppo di sicari agli inizi del 1386. Rinchiuso nella prigione di Visegrad, Carlo morì avvelenato il 24 febbraio 1386.
Figlio di Carlo III e di Margherita di Durazzo, Ladislao I, divenne re di Napoli nel 1386, all'età di dieci anni, sotto la reggenza della madre. Fu questo un periodo di grandi sconvolgimenti per il regno: con la morte di Carlo, Napoli era precipitata nel caos e la debolezza della reggente rischiò seriamente di far crollare la monarchia degli Angiò-Durazzo. Costituito un consiglio di magistrati che reggesse le sorti del regno in questa fase, i filo-angioini di Francia proclamarono re Luigi II d'Angiò, futuro capo del ramo cadetto degli Angioini e figlio di quel Luigi I che la regina Giovanna aveva nominato erede in contrapposizione a Carlo III. Lo scontro assunse presto le proporzioni di una vera e propria guerra. Nel corso del 1387 i sostenitori degli Angioini occuparono la capitale, costringendo la reggente Margherita col piccolo Ladislao e la famiglia a barricarsi in Castel dell'Ovo, dal quale fuggirono alla volta di Gaeta. Nel 1390 saliva al soglio pontificio Bonifacio IX, il napoletano Pietro Tomacelli, che prese le parti di Ladislao contro il pretendente Luigi. Nel 1399, ventitreenne, Ladislao si lanciò alla conquista del trono e riuscì ad occupare Napoli. Sopraffatto dalla determinazione del giovane Durazzesco, Luigi abbandonò la propria causa e fece ritorno in Francia. Per Ladislao era giunto il momento di imporsi come unico e legittimo sovrano e per ottenere lo scopo non esitò a perseguitare i nemici e stroncare le velleità dei filo-angioini. Spietato nella costruzione del suo potere, il giovane re si dimostrò da subito ancora più scaltro e dispotico di suo padre Carlo, che pure aveva seminato terrore e morte nell'imporre il proprio dominio. All'alba del XV secolo, Ladislao I si affermava come capo politico e militare di straordinaria tempra, di indole spregiudicata e di grandi ambizioni. Domate le insidie interne, Ladislao volse ben presto la sua attenzione all'esterno dei confini del regno. Fu in questi anni che nacque in lui il sogno di costruire una grande realtà statuale che comprendesse l'intera penisola italiana, unificata sotto la corona di Napoli e le insegne dei Durazzo. L'idea di un Regno d'Italia che precede di oltre quattrocento anni l'impresa risorgimentale e alla quale Ladislao dedicherà tutti i propri sforzi nel corso della sua breve esistenza. Negli anni a venire, infatti, avrebbe approfittato della situazione di crisi in cui versava la composita realtà politica italiana per espandere notevolmente il suo regno e il suo potere soprattutto a discapito dei domini papali, appropriandosi e disponendo a suo piacimento di molti dei territori pontifici. I propositi espansionistici del re cominciarono a palesarsi nel 1405, sotto il pontificato di Innocenzo VII, del quale Ladislao si professava difensore mentre mirava a sottrargli la sovranità sul Patrimonio di San Pietro. Il re condusse una vittoriosa campagna nel Lazio, giungendo a minacciare la stessa città di Roma, sulla quale intendeva imporre la propria signoria. Ma la città seppe resistergli, soprattutto con l'avvento al trono di Pietro di papa Gregorio XII. Ladislao non abbandonò i suoi propositi e nel 1408 tornò alla carica, cingendo d'assedio Roma. In poco tempo, il re di Napoli aveva di fatto esteso il suo controllo fino all'Umbria, dalla quale era pronto a muovere contro Firenze e gli Stati settentrionali. La grave minaccia che Ladislao rappresentava per i monarchi del nord Italia portò alla costituzione di una lega capeggiata dalle città di Firenze e Siena, alle quali si aggiunsero i rappresentanti di altre città come Bologna. Nel frattempo le deboli guarnigioni napoletane lasciate a difesa di Roma non furono in grado di respingere l'attacco delle forze alleate di Firenze e Siena e la città si consegnò loro ai primi del 1410, seguita da altri castelli della zona fra i quali Tivoli. Nel 1411 Ladislao siglò la pace con Firenze e Siena, togliendo dal suo cammino due rivali scomodi. Nel maggio del 1413 il re marciava nuovamente verso Roma alla testa del suo esercito e senza colpo ferire entrava nella città e la saccheggiava. Con una certa facilità prese possesso di altri importanti presidi e in breve l’intero Stato della Chiesa fu di nuovo nelle sue mani. Agli inizi del 1414 Ladislao era pronto ad invadere le regioni del nord Italia e Firenze era ancora una volta il suo primo bersaglio. Mentre la città toscana era occupata dalle truppe napoletane, la diplomazia fiorentina tentò tutte le strade per evitare lo scontro, riuscendo a strappare un accordo di pace al re, il quale a sua volta progettava una nuova campagna militare per asservire il resto della penisola. Ma i progetti dell'ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all'età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento. Con la sua scomparsa, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d'Angiò di Napoli.
Giovanna II aveva 41 anni ed era già vedova del primo marito, il duca Guglielmo d'Austria, sposato nel 1401 e morto cinque anni dopo. La corte e la nobiltà napoletana le consigliarono vivamente di contrarre presto un nuovo matrimonio, in modo da assicurarsi una discendenza legittima. La scelta cadde su Giacomo II di Borbone, conte di La Marche, che poteva assicurare alla regina anche l'importante sostegno della monarchia francese. Il 10 agosto 1415 furono celebrate le nozze. Giovanna negò al marito il titolo regio, attribuendogli soltanto i titoli di Principe di Taranto e Duca di Calabria. Ma le intenzioni dello sposo erano ben altre: subito dopo le nozze, Giacomo fece uccidere Pandolfello e stabilì il suo controllo diretto sulla corte attraverso funzionari francesi di sua fiducia, costringendo Giovanna a riconoscergli il titolo di re di Napoli. La prepotenza del sovrano consorte suscitò i malumori dei baroni napoletani. Nel settembre del 1416 la nobiltà scatenò contro Giacomo violenti tumulti nella capitale, finché questi non si vide costretto a rinunciare al titolo regio e rispedire in Francia i funzionari che gli garantivano il controllo della corte di Napoli. Estromesso dalle vicende di governo e frenato nei suoi propositi di potere, nel 1418 Giacomo di La Marche decise di abbandonare Napoli e di ritirarsi in Francia, dove vestì l'abito dei francescani fino alla morte (1438). Intanto il papa Martino V chiese alla regina sostegno economico per la ricostituzione del suo esercito. Giovanna negò l'aiuto al pontefice, che, incollerito, decise di passare alla rappresaglia. Trovare sostenitori non fu difficile: il papa ebbe subito l'appoggio di Luigi III d'Angiò, figlio del rivale di Ladislao. Nel 1420 Luigi III sbarcò sui lidi campani alla conquista del regno. La situazione di Giovanna sembrò prossima a precipitare, ma fu in questo momento che il papa, nel tentativo di trarre immediati vantaggi dalla minaccia scagliata contro la sovrana napoletana, si finse mediatore della controversia e convocò a Firenze gli ambasciatori delle due parti per cercare, disse, un compromesso. L'ambasceria di Giovanna smascherò la posizione ambigua del pontefice e portò alla regina un potente alleato: il re Alfonso V d'Aragona, al quale fu promessa la nomina ad erede al trono. L'assedio di Napoli da parte delle truppe di Luigi venne interrotto proprio dall'arrivo delle navi aragonesi, che giungevano a siglare l'accordo con la regina in attesa della venuta di Alfonso stesso, che entrò nella capitale nel luglio del 1421. Mentre Luigi perdeva l'appoggio del papa, stanco di una guerra costosa e infruttuosa, i rapporti fra Giovanna e Alfonso si incrinarono improvvisamente. Il re d'Aragona mostrava una sfacciata aspirazione al potere assoluto sul reame. La rottura fra i due sovrani fu ancora più evidente quando Giovanna prese dimora a Castel Capuano mentre Alfonso stabilì la sua corte in Castel Nuovo. Nel maggio del 1423 lo scontro diventò armato: Alfonso lanciò i suoi soldati all'assedio di Castel Capuano, dove le guarnigioni della regina respinsero egregiamente l'attacco. Giovanna fuggì ad Aversa. Qui la sovrana si riavvicinò a Luigi d'Angiò, al punto da dichiarare decaduta l'adozione di Alfonso e adottare al suo posto, come figlio ed erede, proprio Luigi, discendente degli antichi rivali dei Durazzo. Per Alfonso le circostanze peggioravano. Il re fu richiamato in patria dagli scontri fra i suoi fratelli e il Regno di Castiglia e per qualche anno si tenne lontano dalle vicende del sud Italia. Gli anni seguenti del regno di Giovanna II furono caratterizzati da un clima di pace. Luigi d'Angiò fu stimato e benvoluto dalla corte e dai sudditi e dimorò nel suo feudo calabrese in attesa della chiamata al trono. Ma per Luigi d'Angiò, risultato vincitore nella contesa con Alfonso d'Aragona, il momento della salita al trono non sarebbe arrivato mai. Nel novembre del 1434, a Taranto, l'erede designato morì senza poter accedere al diritto dinastico faticosamente conquistato. Giovanna, ormai anziana, dispose nel proprio testamento che alla sua morte la corona passasse al fratello di Luigi, Renato I d'Angiò. La regina Giovanna II morì a Napoli il 2 febbraio 1435, all'età di 62 anni.
Renato I di Napoli successe al trono del Regno di Napoli. Nel 1438 si recò in nave a Napoli, che era stata governata in suo nome dalla duchessa Isabella. La prigionia di Renato e la povertà delle risorse degli Angioini a causa del riscatto pagato, obbligarono Alfonso V di Aragona, già re di Sicilia, che era stato prima adottato e quindi ripudiato da Giovanni II, ad acquisire territori nel regno di Napoli. Nel 1441 pose assedio a Napoli che conquistò dopo un assedio di sei mesi. Il Regno di Napoli quindi passò alla dinastia degli aragonesi nel 1442. Lasciò il Regno di Napoli in eredità al suo figlio illegittimo Ferdinando e le isole di Sicilia, Sardegna e Baleari a suo fratello Giovanni.
Così come stabilito dal padre, Ferdinando gli successe sul trono di Napoli nel 1458, all’età di 35 anni; ma il papa Callisto III Borgia dichiarò estinta la dinastia d’Aragona di Napoli e reclamò il possesso del regno per la Chiesa. Il pontefice morì nell'agosto del 1458 senza però essere riuscito ad esaudire la sua rivendicazione; il suo successore, papa Pio II, riconobbe come legittimo sovrano Ferdinando il quale fu incoronato solennemente il 4 febbraio 1459 nella Cattedrale di Barletta. Ferdinando morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli successe il figlio Alfonso II di Napoli.
Il suo era destinato ad essere un regno breve poiché, al momento dell'ascesa al trono, l'invasione dell'Italia da parte del Re di Francia Carlo VIII era ormai imminente. Carlo, istigato da Ludovico Sforza che aspirava a prendere il potere a Milano ai danni del nipote Gian Galeazzo, genero di Alfonso, era intenzionato a restaurare gli Angioini sul trono di Napoli e a mettere le mani anche sul titolo correlato di Re di Gerusalemme. Carlo invase l'Italia nel settembre del 1494. Alfonso, terrorizzato da una serie di cattivi presagi come strani incubi notturni (forse attribuibili al ricordo delle sue vittime), nel gennaio del 1495 abdicò in favore di suo figlio Ferdinando e fuggì in Sicilia, dove si rinchiuse in un monastero, mentre Carlo VIII entrava nel regno raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Alfonso II morì a Messina alcuni mesi dopo.
I Francesi entrarono a Napoli il 22 febbraio 1495 e Carlo prese dimora in Castel Capuano, l'antica reggia fortificata dei sovrani normanni. Pur avendo molti sostenitori fra i napoletani, in gran parte nostalgici del periodo angioino, e il controllo quasi totale del regno, Carlo non seppe sfruttare tali condizioni a suo favore e impose funzionari francesi ai vertici di tutte le amministrazioni. La debolezza delle sue scelte, dettate forse dalla convinzione di essere padrone indiscusso del reame e magari dell'intera Penisola, diede tempo e forza agli altri stati italiani di coalizzarsi contro lui. A maggio il re di Francia comprese l'opportunità di lasciare Napoli e si avviò al rientro in patria. Ferdinando, che nel frattempo si era portato da Ischia a Messina, iniziò subito la riconquista del reame, riportando all'obbedienza le città che si erano schierate con i Francesi. Già a luglio poté rientrare a Napoli, sconfiggere le guarnigioni francesi e ristabilire la sua autorità, accolto con entusiasmo dai napoletani. Ferdinando poté così celebrare le proprie nozze con la zia Giovanna, più giovane di lui. Costei era una sorellastra di Alfonso II, nata dal secondo matrimonio di re Ferrante con Giovanna I d'Aragona. Al momento del matrimonio, Fernando aveva 27 anni, Giovanna 18. In seguito il re fu colpito da una malattia che nel giro di pochi giorni lo condusse alla morte. Fernando morì il 7 settembre 1496.
In assenza di eredi diretti del defunto re, la corona fu ereditata dallo zio Federico, fratello legittimo di Alfonso II. Salito al trono col nome di Federico I di Napoli, fu l'ultimo re napoletano della dinastia aragonese. Al momento della salita al trono di Federico, non si erano ancora spente le rivendicazioni francesi alla corona di Napoli. Dopo Carlo VIII, anche il suo successore sul trono di Parigi, Luigi XII, avanzò pretese al trono di Napoli. Nelle sue aspirazioni trovò l'appoggio di Ferdinando II d'Aragona, cugino di Federico, noto con il nome di Ferdinando il Cattolico. Con un trattato segreto stipulato a Granada l'11 novembre 1500, i due sovrani concordarono la spartizione del regno, rendendo pubblico il loro accordo l'anno successivo: Campania ed Abruzzi, Napoli compresa, erano destinati a Luigi; Apulia e Calabria a Ferdinando. Federico, nulla sapendo del trattato di Granada, aprì le fortezze calabresi agli spagnoli affinché lo soccorressero; conosciuto il tradimento del congiunto prese accordi con i Francesi, per cui cedette il regno a Luigi XII di Francia ottenendo in compenso la contea del Maine, da tramandare ai propri eredi, con una pensione vitalizia. Ma l'accordo di Granada non fu mai realmente rispettato: nel 1504 Ferdinando il Cattolico prese il regno con le armi e ne assunse il comando. Nello stesso anno dichiarò l'annessione del regno di Napoli e di Sicilia alla corona di Spagna e lo costituì in Vicereame.

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Il regno di Sicilia (2)

Federico IV d'Aragona, anche Federico III di Sicilia, detto il Semplice (Catania, 1 settembre 1341 - Messina, 27 luglio 1377) fu dal 1355 re di Sicilia. È noto soprattutto per aver firmato gli accordi di pace del 1372 con Giovanna I d'Angiò conclundendo la guerra del Vespro iniziata novant'anni prima. Alla sua morte, nel 1377, non avendo discendenti maschi, si aprì il problema della scelta di uno sposo per la figlia Maria, ancora quattordicenne, che venne affidata alla tutela del Gran Giustiziere Artale Alagona.
L'ostilità degli altri grandi baroni siciliani lo costrinsero a formare il "Consiglio o Governo dei quattro Vicari" formato, oltre che da egli stesso anche dai leader degli altri potentati siciliani: Francesco II Ventimiglia conte di Geraci, Manfredi III Chiaramonte conte di Modica e Guglielmo Peralta conte di Caltabellotta. Essi avrebbero dovuto interessarsi al “buon governo dello Stato”, e a quella pace politica, che derivava allora proprio dall'equilibrio di potere delle due avverse fazioni, quella "latina" e quella "catalana". Avrebbe dovuto essere nelle intenzioni un governo collettivo; ma non fu così. Ognuno governò nei propri possedimenti: gli Alagona a Catania e in quasi tutta la Sicilia orientale, i Chiaramonte a Palermo e in quasi tutto il Val di Mazara, i Ventimiglia nelle Madonie e i Peralta nella contea di Sciacca e Caltabellotta. Ma prima ci fu la corsa all’accaparramento delle proprietà del Demanio regio e delle terre dei baroni “non allineati”. Artale Alagona però aveva un vantaggio in più. Nel castello Ursino di Catania cresceva sotto la sua protezione la figlioccia Maria che ormai era in età da marito e il Vicario del regno aveva gia scelto per lei un ottimo partito: il duca di Milano Giangaleazzo Visconti, per legare la Sicilia al contesto italiano ma vi fu una tenace opposizione di alcuni baroni, che preferivano l'influenza spagnola. Fra questi il nobile Guglielmo Raimondo Moncada conte di Augusta che, con l'approvazione del re Pietro IV d'Aragona, rapì la regina dal Castello Ursino di Catania, nella notte del 23 gennaio 1379, per evitare il matrimonio. Maria sarà quindi condotta al castello di Licata dove rimase due anni e mezzo; poi trasferita dal Moncada nel castello di Augusta dove rimarrà assediata da Artale Alagona per altri due anni e infine liberata da una squadra navale aragonese fu trasferita prima in Sardegna e infine a Barcellona alla corte del re Pietro IV d'Aragona dove, nel 1391, fra le proteste dei baroni siciliani e del Papa Urbano VI, nemico degli aragonesi in quanto avevano riconosciuto l'antipapa Clemente VII, sposerà Martino d'Aragona "il Giovane", figlio di Martino "il Vecchio" detto l'Umano e nipote del re. L'anno successivo (1392) Martino "il Giovane", la regina Maria e il suocero Martino "il Vecchio" sbarcarono in Sicilia. Martino, che per i siciliani era un usurpatore, verrà incoronato nella Cattedrale di Palermo. Così la corona degli aragonesi di Sicilia passò agli aragonesi di Spagna. Con la morte dei due "Martini" la corona passo definitivamente alla dinastia aragonese.
La Sicilia diverà definitivamente un Viceregno e perderà l'indipendenza conquistata con la rivolta del Vespro. Maria morì a Lentini il 26 maggio 1402, senza lasciare eredi.

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Il regno delle Due Sicilie

Il meridione d'Italia restò così possedimento diretto dei sovrani spagnoli fino alla fine della Guerra di successione spagnola (1713).
Filippo V di Borbone fu il primo della dinastia Borbone in Spagna. Era infatti nipote del re Luigi XIV di Francia e salì al trono di Spagna perché sua nonna, la regina Maria Teresa moglie del Re Sole, era figlia di primo letto di Filippo IV di Spagna e sorellastra dell'ultimo re spagnolo della dinastia degli Asburgo, Carlo II di Spagna. Poiché Carlo II ebbe un salute pessima fin dalla nascita, già molto tempo prima che egli scomparisse le grandi monarchie d'Europa avevano cominciato ad avanzare varie ipotesi di successione, ratificate in accordi segreti. Anche se a Filippo V fu concesso infine di rimanere sul trono di Spagna, egli, in Italia, dovette cedere il Vincerame di Napoli, il ducato di Milano e la Sardegna, alla famiglia austriaca degli Asburgo. La Sicilia e una parte del milanese andò ai Savoia.
Dopo una breve parentesi austriaca, il Regno di Napoli ritrovò la sua indipendenza con Carlo di Borbone, figlio del Re di Spagna Filippo V, nel 1734.
Il 10 maggio 1734 Carlo di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna e di Elisabetta Farnese, fece il suo ingresso a Napoli e nel luglio 1735 fu incoronato re di Napoli e Sicilia. La conquista dei due regni da parte dell'Infante fu resa possibile dalle manovre della regina di Spagna, la quale, approfittando della guerra di successione polacca nella quale Francia e Spagna combattevano l'impero austriaco, rivendicò a suo figlio le province dell' Italia meridionale.

Il regno non ebbe una effettiva autonomia dalla Spagna fino alla pace di Vienna, nel 1737, con la quale si concluse la guerra di successione polacca. Nell' agosto 1744 l'esercito di Carlo, forte ancora della presenza di truppe spagnole, sconfisse a Velletri gli austriaci che tentavano di riconquistare il regno.

La situazione politica ed economico-sociale del regno nella prima metà del '700 era disastrosa, ciò a causa del malgoverno avutosi durante il lungo viceregno spagnolo e nei 27 anni di dominio austriaco.

Tra le prime riforme intraprese dal nuovo sovrano va ricordata la lotta ai privilegi ecclesiastici: nel 1741, con un concordato furono drasticamente ridotti il diritto d'asilo ed altre immunità; i beni ecclesiastici furono sottoposti a tassazione. Analoghi successi non si ebbero tuttavia nella lotta alla feudalità: le iniziative che minacciavano maggiormente gli interessi dei ceti privilegiati furono boicottate.

Durante il regno di Carlo si registrò un notevole sviluppo dell'economia, dovuto all'aumento della produzione agricola e degli scambi commerciali connessi. Il rifiorire del commercio fu reso possibile grazie anche alla conclusione di alcuni trattati commerciali ed alla lotta alla pirateria. Nel 1755 fu istituita presso l'Università di Napoli la prima cattedra di economia in Europa, denominata cattedra di commercio e di meccanica. I corsi (in italiano e non in latino), seguitissimi, furono tenuti da Antonio Genovesi, il cui pensiero influì molto sull'illuminismo dell'Italia meridionale.

Intanto in Spagna muore il re, nonchè fratellastro di Carlo III, Ferdinando VI, nell'agosto del 1759. Il 9 ottobre Carlo III e la moglia Maria Amalia devono partire per la Spagna per prendere possesso del trono. Prima di partire però dovette scegliere il suo successore per i troni di Napoli e Sicilia e la scelta fu davvero inaspettata. Colui che era sempre stato designato come l'Erede, Filippo, nato il 13 giugno 1747, fu tenuto sotto osservazione per due settimane da un comitato composto da alti funzionari, magistrati e sei medici per esaminare il suo stato mentale. Il verdetto del comitato fu la sua completà imbecillità, motivo per il quale fu escluso dalla successione. Il secondogenito Carlo Antonio, nato nel 1748, fu destinato a succedere al trono di Spagna. Succede quindi a Carlo III il terzogenito Ferdinando, nato il 12 gennaio 1751 e che allora aveva soli 8 anni. Durante l'infanzia, come era consuetudine alla Corte di Spagna, imitata in ciò da quella di Napoli, gli fu affiancato un meniño, un bambino popolano che doveva essere sgridato per tutte le colpe commesse dal principino. In questo modo quest'ultimo doveva capire che la sua persona era sacra ma che ogni sua sbaglio si sarebbe riversato sull'intero popolo. A Ferdinando fu affiancato un certo Giovanni Rivelli, figlio di Agnese Rivelli, già sua nutrice. Tuttavia a Giovanni non toccò minimamente questa sorte, Ferdinando gli era sinceramente affezionato e lo diffendeva ogni volta che doveva venire sgridato. Questo il discorso di Carlo III al momento dell'abdicazione: "Raccomando umilmente a Dio l'Infante Ferdinando che in questo medesimo istante diventa mio successore. A lui lascio il regno di Napoli con la mia paterna benedizione, affidandogli il compito di difendere la religione cattolica e raccomandandogli la giustizia, la clemenza, la cura, l'amore per i popoli, che avendomi fedelmente servito e obbedito, hanno diritto alla benevolenza della mia reale famiglia". In seguito ebbe luogo il giuramento del Consiglio di Reggenza. Esso era presieduto dal già primo ministro Bernardo Tannucci. Durante il periodo della reggenza ed in quello successivo, fu principalmente il Tanucci ad avere in mano le redini del Regno ed a continuare le riforme iniziate in età carolina. In campo giuridico, molti progressi furono resi possibili dall'appoggio dato al ministro Tanucci da Gaetano Filangieri, il quale, con la sua opera "Scienza della legislazione" (iniziata nel 1777), può essere considerato tra i precursori del diritto moderno. Inoltre nel novembre 1767 fu soppressa la Campagnia di Gesù. Al contrario Ferdinando si circondò da un corpo di allievi siciliani, che fu costituita come un unità dell'esercito e dotati quindi di uniforme, ma che semplicemente lo accompagnavano nelle battute di caccia oppure giocavano alla guerra.

Nel 1768 Ferdinando sposò Maria Carolina, figlia dell'imperatrice d'Austria Maria Teresa e sorella della regina di Francia Maria Antonietta. Ella tuttavia, come era stato previsto dal contratto pre-matromoniale, non ebbe diritto a partecipare al Consiglio di Stato, finchè non avesse dato alla luce l'Erede maschio. Ciò avvenne il 4 gennaio 1775, che dopo la nascita di due principessine vide anche quella di Carlo Tito, il figlio maschio che diede alla regina di partecipare ai Consigli di Stato. Ella, al contrario del marito, mostrò molto più interesse nel governare. Gli unici campi, infatti, in cui Ferdinando si impegnò personalmente furono le opere pubbliche, i rapporti con la chiesa e la realizzazione della colonia di San Leucio, interessante esperimento di legislazione sociale e di sviluppo manifatturiero. Intanto però si erano svillupate le logge massoniche, associazioni segrete interessate a diffondere idee di libertà. Queste avevano l'appoggio di Maria Carolina ma non del primo ministro Tannucci e infatti fu subito scontro tra i due. Il Tannucci spingeva il re affinchè promulgasse un editto che vietasse tali associazioni. Invece il 31 ottobre 1776 Tannucci fu sostituito dal marchese della Sambuca, il quale diede più spazio a Ferdinando nel governo.
Nell'agosto del 1778 arrivò a Napoli il generale inglese Jonh Acton, il quale fino ad allora aveva prestato servizio nel Granducato di Toscana. Egli restò soprattutto per volere di Maria Carolina, con il quale probabilmente furono amanti, ma soprattutto perchè entrambi erano convinti che i regni di Napoli e Sicilia dovevano modernizzare la Marina.
Ben presto Ferdinando dovette rendersi conto di chi era realmente il suo primo ministro, il quale durante i suoi anni di governo si appropriò di molto denaro pubblico. Inoltre Ferdinando vedeva nel Sambuca un altra ombra del padre. Egli, nel 1784, fu sostituito col settantunenne marchese Domenuico Caracciolo, mentre Jonh Acton divenne Consigliere Reale. L'accoppiata Caracciolo-Acton fu indovinata: mandarono gli allievi per l'esercito a Bologna per perfezionarsi in matematica e in Austria per studiare l'ingenieria militare e fu eliminato l'unità dei liparioti, ai quali tuttavia fu concesso il diritto di indossare l'uniforme.
Il 16 luglio 1789 muore Caracciolo e diviene primo ministro Jonh Acton.

Nei primi anni di regno, Maria Carolina si mostrò sensibile alle istanze di rinnovamento e moderatamente favorevole alla promozione delle libertà individuali. Tale tendenza subì tuttavia una brusca inversione di rotta all'approssimarsi della Rivoluzione Francese sfociando nella repressione alla notizia della decapitazione dei regnanti francesi. Le misure repressive portarono ad un'insanabile frattura tra la monarchia e la classe intellettuale; le pene colpirono non solo i democratici, ma anche riformisti di sicura fede monarchica che così non esitarono ad abbracciare la causa repubblicana nel 1799.

I Francesi erano già entrati in Italia con Napoleone Bonaparte nel 1796, che era riuscito facilmente ad aver ragione delle armate austriache e dei deboli governi locali. Praticamente ovunque l'avanzata delle truppe francesi portò comunque a forti tensioni tra le fazioni giacobine e quelle antigiacobine e, in alcuni casi, anche a movimenti di rivolta popolare contro le truppe d'occupazione francesi (vedi anche: insorgenze antigiacobine). Nel 1798 i francesi occuparono Roma; un tentativo di contrasto delle truppe del Regno di Napoli e Sicilia si risolse in un insuccesso e così i Francesi si trovarono la strada aperta verso Napoli. Il 22 dicembre 1798 il re in fuga abbandonò Napoli per Palermo, lasciando la città praticamente indifesa; gli unici ad opporsi alle truppe francesi (dal 13 al 23 gennaio 1799) furono i cosiddetti lazzari. La resistenza fu efficace, come riconobbe lo stesso generale francese Championnet, ma inutile. I difensori furono addirittura bombardati dagli stessi giacobini napoletani che erano riusciti a prendere il forte di Castel Sant'Elmo. La difesa della città costò la vita a circa 8000 napoletani e 1000 francesi.

Il 22 gennaio 1799 (per alcuni il 21), mentre i lazzari ancora combattevano contro gli invasori francesi un pugno di giacobini napoletani, tra i quali: Mario Pagano, Domenico Cirillo, Nicola Fasulo, Carlo Lauberg, Giuseppe Logoteta, rinchiusi in Castel Sant'Elmo, proclamarono la repubblica. La Repubblica Napoletana non ebbe lunga vita, mancò infatti l'adesione popolare (a Napoli, a differenza che in Francia, non esisteva un nutrito ceto borghese al quale le riforme rivoluzionarie potessero giovare) e quella delle province non occupate dall'esercito francese. Si trattava in realtà di un governo a sovranità limitata controllato dai francesi (e che non venne riconosciuto neanche dalla stessa Francia) e da questi utilizzato per dare una veste giuridica alla loro occupazione e spogliare il Regno di buona parte delle sue ricchezze allo scopo di sostenere un'economia di guerra. Il governo repubblicano tentò delle innovazioni (soprattutto sull'eversione della feudalità e sull'ordinamento giudiziario) che però non riuscirono a trovare pratica attuazione nei soli cinque mesi di governo repubblicano.

Il 13 giugno 1799 l'armata Sanfedista e popolare, comandata dal cardinale (laico) Fabrizio Ruffo, riconquistò la città di Napoli (che nel frattempo era stata già abbandonata dai francesi, il 7 maggio, richiamati nel settentrione d'Italia) restituendola alla monarchia borbonica (regnante, durante la Repubblica, sulla sola Sicilia). Nei mesi seguenti, una giunta nominata da Ferdinando cominciò i processi contro i repubblicani: su circa 8000 prigionieri, 105 vennero condannati a morte (di cui 6 graziati), 222 all'ergastolo, 322 a pene minori, 288 a deportazione e 67 all'esilio, da cui molti tornarono, tutti gli altri furono liberati.

Il successivo quinquennio vede il Regno seguire una politica altalenante nei confronti della Francia napoleonica che, per quanto ormai egemone sul continente, rimane sostanzialmente sulla difensiva sui mari: questa situazione non consente al Regno napoletano - strategicamente posizionato nel Mediterraneo - di mantenere una stretta neutralità nel conflitto a tutto campo fra Inglesi e Francesi.

Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone regolerà definitivamente i conti con Napoli dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte Re di Napoli.

Ferdinando, rifugiatosi in Sicilia, dovrà ben presto fare i conti con l'insidiosa politica britannica, volta a trasformare l'isola in un protettorato (come nel frattempo già avvenuto con Malta). A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna, succederà Gioacchino Murat, regnante sino al maggio 1815.

Il secondo ritorno di Ferdinando a Napoli non fu caratterizzato da repressioni. Il sovrano mantenne gran parte delle riforme attuate dai francesi (fu però, ad esempio, abolito il divorzio), ponendosi di fatto così a capo di una più moderna monarchia amministrativa. Unico taglio di rilievo con il periodo napoleonico si ebbe nei rapporti con la chiesa, che tornò ad occupare un ruolo di primo piano nella vita civile del Regno.

Dopo il Congresso di Vienna, l'8 dicembre 1816, Ferdinando IV riunì anche formalmente i regni di Napoli e Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie (già adottata da Murat), abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie.

Tale atto ebbe, tra l'altro, la conseguenza di privare di fatto la Sicilia della Costituzione promulgata dallo stesso Ferdinando nel precedente decennio napoleonico sotto la spinta dell'occupazione inglese dell'isola. In contropartita, però, la più moderna legislazione, introdotta a Napoli durante il Decennio Francese, fu estesa all'isola che era uno dei pochi territori europei che non era mai stata occupata dalle armate francesi.

Il primo luglio 1820, alla notizia che in Spagna era stata ripristinata la Costituzione concessa nel 1812 da Giuseppe Bonaparte, insorse a Nola un gruppo di militari capeggiato dai sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati. La rivolta fu appoggiata anche da alti ufficiali tra i quali si distinse il generale Guglielmo Pepe.

Ferdinando, constatata l'impossibilità di soffocare la rivolta, concesse la Costituzione spagnola e nominò suo vicario il figlio Francesco. Il primo ottobre iniziò i lavori il parlamento, eletto alla fine di agosto, nel quale prevalevano gli ideali borghesi diffusi nel decennio francese. Tra gli atti del parlamento vi furono la riorganizzazione delle amministrazioni provinciali e comunali ed un provvedimento sulla libertà di stampa e di culto.

Le novità introdotte nelle Due Sicilie non furono gradite dai governi delle grandi potenze europee che convocarono Ferdinando a Lubiana. Alla partenza del re si oppose, tra gli altri, il principe ereditario Francesco.

In seguito al Congresso di Lubiana il Regno fu invaso dalle truppe austriache che nel marzo 1821 sconfissero l'esercito costituzionale napoletano comandato dal generale Pepe. A fiaccare lo spirito combattivo dell'esercito duosiciliano valse anche un proclama del re Ferdinando che, al seguito degli Austriaci, invitava a deporre le armi e a non combattere coloro che venivano a ristabilire l'ordine nel Regno.

Il 23 marzo 1821 Napoli venne occupata, la costituzione venne sospesa e cominciarono le repressioni: si contarono alla fine 30 condanne a morte (tra cui Pepe, Morelli, Silvati e Carascosa) e 13 ergastoli.

Ai primi di gennaio del 1825 morì Ferdinando I e salì al trono Francesco I. I suoi sei anni di Regno furono caratterizzati da progressi in campo economico e tecnologico, mentre una relativa stasi si ebbe sul piano politico.

Alla morte di Francesco I, il 7 novembre 1830, il Regno passò al figlio Ferdinando II. Il primo periodo di regno del nuovo sovrano (fino al 1847) fu caratterizzato da notevoli riforme volte a migliorare l'economia e l'amministrazione dello Stato. In particolare, in campo finanziario fu attuata una notevole diminuzione della fiscalità (che giovò soprattutto ai ceti meno abbienti), resa possibile, tra l'altro, dalla diminuzione delle spese di corte. Ferdinando provvide a richiamare in patria ed a reinserire negli incarichi numerosi esuli (tra i quali il generale Guglielmo Pepe ed il Carascosa) ed a diminuire le pene per i condannati politici.

In politica estera Ferdinando cercò di mantenere il Regno fuori dalle sfere di influenza delle potenze dell'epoca. Tale indirizzo era concretamente perseguito pur favorendo l'iniziativa straniera nel Regno, ma sempre in un'ottica di acquisizione di conoscenze tecnologiche che consentissero, in tempi relativamente brevi, l'affrancamento da Francia ed Inghilterra; il che, rese il sovrano (ed il Regno) inviso agli altri Stati europei.

Il regno fu nuovamente oggetto di importanti moti rivoluzionari nel 1848, moti che, peraltro, in quell'anno interessarono numerosi Stati europei, dall'Austria alla Francia alla Prussia, con risvolti anche di carattere sociale. È infatti questo anche l'anno della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx.

Il re ritenne opportuno concedere la Costituzione, con regio decreto del 29 gennaio, ispirandosi al modello francese, giudicato il migliore, (analogo criterio seguirà due mesi dopo il Regno di Sardegna). Paradossalmente, i moti quarantotteschi in Francia travolgevano, a fine febbraio, proprio quel miglior modello di Costituzione e il re Luigi Filippo di Borbone - Orleans.

L'11 febbraio venne promulgata la Costituzione, giurata il 24 febbraio, nel medesimo giorno della fuga di Luigi Filippo da Parigi. Le elezioni si tennero regolarmente nel mese di aprile, ma il superamento di questa importante fase non pose termine a una disputa - che portò agli esiti infausti del 15 maggio - fra il Sovrano, che considerava la Costituzione appena concessa come base del nuovo ordinamento rappresentativo e la parte più radicale dei neoeletti che, al contrario, intendeva "svolgerla" - come si diceva con terminologia apparentemente neutra - ovvero, il primo atto del Parlamento avrebbe dovuto essere la modifica della Costituzione appena promulgata.

Nel 1859 è re Francesco II. Il Regno delle Due Sicilie sopravvisse fino al 1860, quando fu conquistato da Giuseppe Garibaldi con la "Spedizione dei Mille" per conto dei Savoia, nell'ultima fase del Risorgimento.

L'impresa di Garibaldi stupì i contemporanei soprattutto per la rapidità delle prime conquiste dei Mille e per l'enorme disparità (almeno iniziale) delle forze in campo. Le armate borboniche riuscirono a organizzare un'efficace resistenza solo nella parte conclusiva della campagna, con la battaglia del Volturno, nella quale il generale Giosuè Ritucci diresse valorosamente le truppe, quindi l'eroica ultima resistenza dell'assedio di Gaeta, in cui l'esercito borbonico si trovò a fronteggiare anche le armate del re di Sardegna, giunte nel frattempo (invadendo lo Stato Pontificio) ad affiancare le armate garibaldine, superandole in numero e in armamenti. Circondata, Gaeta fu quindi sottoposta ad un blocco navale e pesantemente bombardata dal mare e da terra, sino all'inevitabile resa.

Il regno delle Due Sicilie venne annesso al Regno d'Italia dopo l'esito di un plebiscito (il 21 ottobre 1860) in cui non fu generalmente garantita la segretezza del voto ed al quale partecipò solo una minima parte degli elettori. Nella capitale ad esempio si ebbero seggi presieduti da bersaglieri, carabinieri e garibaldini o, come nel seggio della Vicaria e Pendino, anche da esponenti della malavita che "invitavano" gli elettori a votare per l'annessione.

La reale finalità del plebiscito era quella di dare, agli occhi del mondo e della storia, una parvenza di democraticità a quella che in realtà era stata una conquista militare di uno stato pacifico, sovrano e indipendente.

In parte concesso da www.wikipedia.org e in parte scritto da Lorenzo Santiago Policarpo

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