Italia pre-unitaria nel Settentrione e in Sardegna
L'Italia pre-romana e romana / La dominazione
germanica / Il regno d'Italia dell'855 / Il Principato Vescovile di Trento / Federazione dei Sette Comuni / La repubblica di Venezia / La repubblica di Genova / La repubblica di Ragusa / Il Ducato di Milano e la Repubblica Cisalpina / Il Regno Lombardo-Veneto / La repubblica e il ducato di Lucca / Il Granducato di Toscana / Il Ducato di Modena e Reggio / La Contea e il Ducato di Savoia / I quattro giudicati di Sardegna / Il Regno di Sardegna
L'Italia pre-romana e romana
Le informazioni sulle genti abitanti la penisola in epoca preromana, sono in taluni casi incomplete e soggette a revisione continua. Popolazioni di ceppo indoeuropeo trasferitesi in Italia dall'Europa Orientale e Centrale in varie ondate migratorie (veneti, umbro-sabelli, latini, ecc.), si sovrapposero ad etnie pre-indouropee già presenti nell'attuale territorio italiano, o assorbendole, oppure stabilendo una forma di convivenza pacifica con esse. Presumibilmente queste migrazioni ebbero inizio in età del bronzo medio (e cioè attorno alla metà del II millennio a.c.), e si protrassero fino al IV secolo a.c. Fra i popoli di età preromana meritano una particolare menzione gli Etruschi che, a partire dall'VIII secolo a.c., iniziarono a sviluppare una civiltà raffinata ed evoluta che influenzò enormemente Roma e il mondo latino. Le origini di questo popolo non indoeuropeo stabilitosi sul versante tirrenico dell'Italia Centrale sono incerte. Secondo alcune fonti, la loro provenienza andrebbe ricercata in Asia Minore, secondo altre, avrebbero costituito una etnia autoctona.Certo è che già attorno alla metà del VI secolo riuscirono a creare una forte ed evoluta federazione di città-stato che andava dalla Pianura Padana alla Campania e che comprendeva anche Roma e il suo territorio. Nell'Italia più propriamente peninsulare accanto agli Etruschi, cui abbiamo già fatto accenno, convivevano tutta una serie di popoli, in massima parte di origine indoeuropea fra cui: Umbri in Umbria, Latini, Sabini, Falisci, Volsci ed Equi nel Lazio; Piceni nelle Marche ed in Abruzzo Settentrionale, Sanniti nell'Abruzzo Meridionale, Molise e Campania, Apuli, Messapi e Iapigi in Puglia, Lucani e Bruzii nell'estremo Sud, Siculi, Elimi e Sicani in Sicilia. La Sardegna era abitata, fin dal II millennio a.c. dai Sardi, il risultato di un connubio tra le preesistenti popolazioni megalitiche presenti nell'Isola e il misterioso popolo dei Shardana. Concesso da www.wikipedia.org La dominazione germanica Nel 476 lo sciro Odoacre, che comandava un’armata di
mercenari eruli depose l’ultimo imperatore d’Occidente e decise di non
nominarne un altro, come avevano fatto i suoi predecessori con gli ultimi nove
imperatori romani. Regnò come ‘’rex gentium’’ – una formula del tutto nuova –
teoricamente alle dipendenze di Zenone, sovrano d’Oriente. Governò per
diciassette anni, servendosi del personale amministrativo romano, e lasciando
libertà di culto ai cristiani. Combatté i Vandali che occupavano la Sicilia, nonché altre
tribù germaniche che tentavano irruzioni in Italia. Ma nel 489 Zenone volle far sloggiare gli Ostrogoti
dalla zona del Danubio e li inviò in Italia, dove, dopo cinque anni di guerra,
il re goto Teodorico riuscì ad uccidere Odoacre. Così dopo il dominio degli
Eruli fu la volta dei Goti. Anche Teodorico, che aveva vissuto a lungo a
Bisanzio, regnò servendosi del personale romano, ma alla fine della sua vita
lanciò una persecuzione nei confronti dei cristiani uccidendo anche Severino
Boezio. Regnò per più di trent’anni. Dopo 15 anni di dominio romano orientale, nel 568 Alboino condusse i Longobardi in Italia e ricostituì un regno barbarico. Per i successivi due secoli i Longobardi lottarono con i romano orientali per la supremazia nella penisola stabilendo la loro autorità sull'Italia settentrionale. I primi due re, Alboino (? -572) e Clefi (572-574) furono presto
assassinati. Poi si ebbero dieci anni di anarchia, in quanto i duchi si
facevano guerra fra loro. La penisola era però irrimediabilente frazionata in
tre zone di influenza: longobarda, romana e bizantina. Ne approffitò il papa che nel frattempo si era alleato
coi Franchi, che avevano capito che solo dal papa poteva venire la
legittimazione delle loro conqusite. Ma i longobardi respinsero i tentativi
franchi e con i nuovi re Agilulfo (590-616) e Rotari (636-652) conquistarono ai
bizantini l’Emilia, Il re longobardo Liutprando (713-744) fece nuove
conquiste. Il suo successore Astolfo (749-756) eliminò i bizantini da Ravenna e
si accinse ad unificare l'Italia conquistando il Lazio. Ma il papa Stefano II (752-757)
chiamò di nuovo il re dei franchi Pipino in suo soccorso. Questi sconfisse
Astolfo e donò le terre di Ravenna (l'esarcato) al papa, che iniziò a far
circolare la falsa notizia che lo Stato della Chiesa era suo possesso grazie
alla Donazione di Costantino. Poi si ripeté la stessa situazione di prima: il
nuovo re longobardo Desiderio (756-774) riconquistò Ravenna e il papa Adriano I
(772-795) chiamò in soccorso il nuovo re francese Carlo - destinato a grandi
successi - che sconfisse pesantemente Desiderio ponendo fine alla dinastia
longobarda. Nel 774 Carlo, re dei Franchi, vinse i Longobardi
grazie all'uso della cavalleria pesante. Assunse il titolo di re dei
Longobardi, annettendo al suo dominio tutti i ducati longobardi, escluso quello
di Benevento. I gastaldi vennero sostituiti con dei conti, ma in buona parte il
personale amministrativo rimase lo stesso. Carlo importò anche il sistema del
feudalesimo, le sue grandi ville agricole e l'esigenza di rendere i contadini
dei servi della gleba, non più liberi di pagare le tasse, ma costretti a
pesanti corvées e legati alla terra ereditariamente. Nell'800 il papa Leone III (795-816) era accusato dai
suoi nemici di essersi insediato sul soglio pontificio illegalmente. Ancora una
volta a risolvere la situazione fu Carlo che giunse a Roma e - come giudice
supremo - lo dichiarò innocente. Ormai la sua autorità era enorme. A natale il
papa lo incoronò imperatore in nome di Dio. Era il primo imperatore d'Occidente
dal 476. Nel 812 Michele I di Bisanzio riconobbe il titolo di Carlo, in cambio
della neonata Venezia, dell'Istria e della Dalmazia. Continua con la storia del Sacro Romano Impero Concesso da www.wikipedia.org Il regno d'Italia dell'855 Nell'855 Lotario I divise il suo regno tra i suoi tre figli: il più vecchio, Ludovico II, ricevette l'Italia ed il titolo di Imperatore; il secondo, Lotario II, ricevette la Lotaringia, mentre il più giovane, Carlo, ricevette la Borgogna. Ludovico II morì il 12 agosto 875. Lo zio Carlo il Calvo gli succedette sia sul trono d'Italia sia su quello imperiale. Nell'877 Carlo il Calvo emanò il capitolare di Quierzy, col quale si sanciva per legge quella che ormai era diventata una consuetudine: i conti, i duchi, i marchesi avevano il possesso del feudo e potevano trasmetterlo ereditariamente. Carlomanno, già re di Germania, contese allo zio Carlo il Calvo la corona del Regno d'Italia. La contesa ebbe termine solamente con la morte dello zio (877) che consentì a Carlo di poter essere eletto dai magnati Re d'Italia. Nel 879, quando già non parve più in grado di seguire gli affari di stato, assegnò l'Italia al fratello Carlo il Grosso. Concesso da www.wikipedia.org Il Principato Vescovile di Trento Il Principato venne creato nel 1027 dall'imperatore del Sacro Romano Impero Germanico Corrado II. Corrado II decise di investire dei poteri temporali i vescovi per stabilizzare la regione, spesso teatro di scontri fra i diversi principi laici dell'Impero e per favorire il passaggio dell'esercito imperiale nel nord dell'Italia. Il principe vescovo era un autentico principe del Sacro Romano Impero Germanico, soggetto solo all'autorità dell'imperatore e membro della dieta imperiale. Il vescovo di Trento cercò di stabilire un solido legame con l'imperatore, allo scopo di limitare la crescente influenza sulla regione dei vicini Conti del Tirolo. Essi infatti già controllavano il Tirolo settentrionale, ma volevano ampliare i loro domini verso sud, in particolare verso Bolzano, la Bassa Atesina e la Val Venosta, territori della Diocesi di Trento. Nel giugno del 1511 Trento e Bressanone firmarono un accordo con cui i due Principati divennero "confederati perpetuamente" con la Contea del Tirolo. Una vera rivolta armata venne organizzata nel 1525 ed è nota come Bauernkrieg, rivoluzione contadina. I ribelli erano guidati dal tirolese Michael Gaysmair (1490-1532), che aveva stabilito un complesso piano di liberazione di tutti i territori di Trento e Bressanone e l'istituzione di una repubblica contadina, la nazionalizzazione delle terre e delle miniere, l'abolizione della nobiltà e del ruolo stesso della Chiesa cattolica, a favore di una fede basata su una relazione diretta con Dio. I rivoltosi mancavano comunque di organizzazione e vennero facilmente uccisi nelle battaglie della Valle Isarco e di Vipiteno dalle truppe mercenarie austriache, con l'appoggio del vescovo Bernardo Clesio. Lo stesso Gaysmair venne ucciso da un sicario dell'arciduca Ferdinando a Padova nel 1532. Concesso da www.wikipedia.org Federazione dei Sette Comuni I primi insediamenti umani risalgono al periodo paleolitico e mesolitico ed i primi abitanti stabili appartengono all'epoca preromana. Dalla Germania meridionale sono scesi, intorno e particolarmente dopo l'anno mille, dei gruppi di famiglie, provenienti per lo più dall'area linguistica bavaro-tirolese e probabilmente anche dalla Danimarca in cerca di terre da coltivare, che raggiunsero l'altopiano per stabilirvisi conservando i propri costumi e la propria lingua, un altro tedesco, parlato ancora oggi. Gli altopianesi hanno sempre avuto un rapporto diretto con la famiglia degli Ezzelini anch'essa d'origine germanica, con cui fu stipulata un'alleanza. Con la caduta degli Ezzelini, all'inizio del 1300, le popolazioni dell'altopiano si unirono in una federazione tra i Comuni, per governare in modo il più possibile autonomo la loro vita e difendere le loro «Freiheiten», privilegi o esenzioni fiscali. Nel 1310 fu definito lo statuto della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, il cui preambolo esaltava e suggellava come un giuramento lo spirito di solidarietà: «Dar Wohl de Volkes ist dar Wohl de Regierung un dar Wohl de Regierung ist dar Wohl de Volkes» (Il bene del popolo è il bene della Reggenza e il bene della Reggenza è il bene del popolo). Terminata l'epopea ezzeliniana, Vicenza tentò più volte di saccheggiare e di impossessarsi delle terre dell'Altopiano: così nel 1327 la Federazione dei Sette comuni, pur mantenendo la propria autonomia amministrativa, passò sotto l'ala protettiva degli Scaligeri, che l'affrancarono da ogni vincolo di sottomissione rivendicato dal Comune di Vicenza. Nel 1387 la Reggenza passò sotto la protezione dei Visconti di Milano, che ne rispettarono lo statuto, ne assicurarono l'autonomia amministrativa, ne riconobbero le esenzioni e i privilegi, denominando gli abitanti dei Sette Comuni «i tedeschi delle montagne del distretto di Vicenza». Il 20 febbraio 1404 secondo il calendario veneto, ma il 1405 secondo l'attuale, la Federazione dei Sette Comuni fece uno spontaneo atto di dedizione alla Repubblica di Venezia. Non fu assolutamente un atto di sottomissione: in cambio della fedeltà e della sorveglianza ai confini, la Serenissima permise agli altopianesi la libertà di praticare costumi e regole di vita che li rendevano diversi dagli abitanti della sottostante pianura e di mantenere la piena antica autonomia. Il 22 maggio 1797 il doge Ludovico Manin decretava la fine della Repubblica Serenissima. Il 22 luglio 1797 fu stipulata una convenzione, e con ciò venne evitato lo scontro diretto tra la milizia dei Sette Comuni e le truppe dell'esercito francese forti di 1.200 uomini comandati dal generale Joubert. La convenzione stabiliva la conservazione delle franchigie, l'esenzione dei dazi, il mantenimento in vita del pensionatico, cioè del diritto di pascolo nelle aree demaniali della pianura veneta, e della milizia. Con il tempo, tuttavia, andò crescendo il sospetto che i francesi non intendessero confermare la convenzione del 22 luglio; sopraggiunse invece il trattato di Campoformio. Con la cessione di vari territori all'Austria, il 24 febbraio 1798 i quattro delegati dei Sette Comuni giurarono fedeltà ed obbedienza allo stesso imperatore, che già in precedenza aveva ripristinato 14 membri dell'antica Reggenza, in sostituzione dei 28 municipali alla francese. Ma con la vittoria dei francesi sull'Austria, il Veneto entrò a far parte dell'Impero napoleonico. La Reggenza dei Sette Comuni cessa di esistere definitivamente il 29 giugno 1807, con l'annessione al Regno d'Italia da parte di Napoleone Bonaparte. Cessò così di vivere, dopo cinque secoli di vita, «la più piccola delle Federazioni politiche d'Europa e nello stesso tempo la più antica assieme alla confederazione elvetica». Concesso da www.wikipedia.org La repubblica di Venezia La Repubblica di Venezia nacque nel IX secolo, dalla provincia bizantina della Venetia maritima, dipendenti dall'Esarcato di Ravenna fino alla conquista di questa città da parte dei Longobardi nel 751. Nel 1148 venne istituita la Promissio Ducale, il giuramento di fedeltà costituzionale del Doge, che da quel momento, continuamente rinnovata ad ogni nuova elezione, limitò progressivamente sempre più i poteri del principe, ponendo le basi di sviluppo delle altre istituzioni repubblicane. Concesso da www.wikipedia.org La repubblica di Genova Dal 1099 e fino al 1399, anno di proclamazione del primo Doge, Simone Boccanegra, la Repubblica di Genova fu retta da Consoli, Podestà, Capitani del Popolo. Concesso da www.francobampi.it e www.wikipedia.org La repubblica di Ragusa Nel 1358, in seguito ad una guerra col Regno d'Ungheria, Venezia fu costretta a rinunciare, con la pace di Zara, a gran parte dei suoi possedimenti in Dalmazia. Ragusa colse l'occasione per affrancarsi dal giogo veneto e si diede volontariamente come vassallo al Regno di Ungheria. Ottenuto il diritto di autogoverno in cambio del vincolo di assistenza con la propria flotta e del pagamento di un tributo annuale al re di Ungheria, Ragusa iniziò la propria storia come stato indipendente. La Communitas Ragusina iniziò a chiamarsi Respublica Ragusina a partire dal 1403. Ragusa fu in quel periodo la porta dei Balcani e dell'Oriente, luogo di commercio di vari metalli (argento, rame, piombo), sale, spezie e cinabro. A causa della sua particolare posizione geografica (una sottile striscia costiera con l'Impero Ottomano alle spalle), lo stato raguseo fu anche uno strenuo difensore del Cattolicesimo, ed in tale veste si dimostrò intollerante anche verso la Chiesa ortodossa: in larghe parti del territorio furono registrate espropriazioni e conversioni forzose di massa. Come regola generale, i non cattolici erano esclusi dalla cittadinanza, oltre che dagli uffici pubblici e dalle alte magistrature dello stato; il che obbligò numerosi mercanti serbo-erzegovesi alla conversione. Tuttavia la città non esitò ad ospitare dal 1492 gruppi di ebrei sefarditi espulsi dalla penisola iberica, che diedero ulteriore impulso all'importanza commerciale della città. Dal punto di vista interno, la struttura della società era rigidamente impermeabile: i matrimoni misti erano vietati e gli appartenenti alle due classi inferiori non avevano alcuna influenza sul governo della Repubblica. D'altro canto, la Repubblica di Ragusa si dimostrò estremamente avanzata per altri versi. Nel XIV secolo fu aperta la prima farmacia, poi un ospizio e il primo lazzaretto (1347); infine, nel 1418 fu abolita la tratta degli schiavi. Di fronte alla prorompente avanzata ottomana nella penisola balcanica e in seguito alla sconfitta ungherese nella battaglia di Mohács (1526), Ragusa cambiò fronte e passò sotto la supremazia formale del sultano ottomano, obbligandosi a pagargli un simbolico tributo annuale: un'abile mossa che le permise di salvaguardare la sua indipendenza. Negli ultimi secoli l'indipendenza ragusea fu quasi più una graziosa concessione: se il 20 agosto 1684 un trattato tra l'Impero Ottomano ed il Regno d'Austria aveva stabilito un protettorato congiunto sulla città, la pace di Passarowitz del 1718 ne riconobbe da un lato la piena indipendenza, ma dall'altro aumentò l'ammontare del tributo da versare alla Sublime Porta, fissandolo a 12.500 ducati.
Per ironia della sorte, la Repubblica ragusea riuscì ad assistere alla fine della veneta rivale (1797), ma dovette ben presto soccombere di fronte al precipitare degli eventi in Europa. Ragusa fu occupata dagli Austriaci il 24 agosto 1798, ma la pace di Presburgo del 1805 assegnò la città alla Francia napoleonica. La Repubblica venne infine soppressa per decreto dal generale Marmont il 31 gennaio 1808, quando abolì l'antico Statuto e la unì agli ex possedimenti veneziani della Dalmazia sotto occupazione francese. Gli ultimi residui di autonomia scomparvero infine l'anno successivo, con l'annessione alle Province Illiriche (14 ottobre 1809). Assegnata definitivamente all'Austria con il Congresso di Vienna, Ragusa fu unita alla Provincia della Dalmazia e rimase fino al 1918 col termine della prima guerra mondiale sotto il dominio diretto degli Asburgo. Concesso da www.wikipedia.org Il Ducato di Milano e la Repubblica Cispadana Il Ducato di Milano fu costituito ufficialmente l'11 maggio 1395, quando Gian Galeazzo Visconti, già Vicario Imperiale e Dominus Generalis di Milano, ottenne il titolo di Duca di Milano per mezzo di un diploma firmato a Praga da Venceslao di Lussemburgo, sovrano del Sacro Romano Impero (1378-1400). Il Ducato, le cui frontiere mutarono sensibilmente nel tempo, aveva come capitale la stessa città di Milano e comprendeva principalmente la Lombardia ad esclusione del territorio di Mantova, appartenente alla Casa dei Gonzaga. Formalmente, esso era parte del Sacro Romano Impero, ma era de facto indipendente. Con un ulteriore diploma imperiale, firmato dallo stesso Venceslao di Lussemburgo a Praga il 30 marzo 1397, Gian Galeazzo fu proclamato Dux Lombardiae: a lui e ai suoi eredi maschi era ufficialmente riconosciuta la potestà ducale sui territori soggetti al casato visconteo. Alla morte di Gian Galeazzo Visconti (1402), il giovane figlio Giovanni Maria non seppe mantenere le conquiste paterne ed il Ducato andò incontro ad una rapida disgregazione. Nel 1412 Giovanni Maria morì assassinato a Milano. Gli successe al trono il fratello minore Filippo Maria, che, dopo aver ripreso il controllo di gran parte del Ducato, riprese la politica espansionistica perseguita da Gian Galeazzo ed entrò in contrasto con la Repubblica di Venezia. La guerra, dichiarata nel 1426, durò diversi anni, e si concluse con la Pace di Ferrara (1433), in cui Filippo Maria Visconti cedette alla Serenissima le città ed i territori di Brescia e Bergamo. Alla morte senza eredi di Giovanna II d'Angiò (1435), la corona del regno di Napoli fu contesa fra Angioini ed Aragonesi. Filippo Maria Visconti formò una lega con Venezia e Firenze e si schierò con gli Angioini; in seguito, in uno dei suoi frequenti cambi di schieramento passò con gli Aragonesi ma fu sconfitto dagli ex alleati, guidati dal condottiero mercenario Francesco Sforza. Nel (1441) Filippo Maria firmò la Pace di Cremona, con la quale cedette altre terre alla Repubblica di Venezia e diede in moglie a Francesco Sforza la propria figlia naturale Bianca Maria, che in dote al marito portò Cremona ed il suo contado, eccetto Castelleone e Pizzighettone, piazzaforte che fu scambiata con Pontremoli in Lunigiana. Concessi da www.wikipedia.org Il Regno Lombardo-Veneto L’Austria poteva riannettere direttamente i territori italiani che le appartenevano da lunga data (Trento, Trieste, Gorizia, Fiume), cui aggiunse la Dalmazia e l’Istria veneziana. Ma non l’antico Ducato di Milano (Milano, Como, Pavia, Cremona – ingrandito della Valtellina) né, a maggior ragione, l'antica Repubblica di Venezia: lì l'annessione allo stato austriaco era legittimato unicamente dall’accordo delle potenze vincitrici al congresso di Vienna, ovvero, come sintetizzò Francesco II, il 7 maggio 1814, agli ambasciatori milanesi del Comitato di reggenza: “voi mi appartenete per diritto di cessione e per diritto di conquista”. Occorreva, quindi, riorganizzare tali territori in un'entità amministrativa apparentemente autonoma, anche se unita all’Austria dalla persona del sovrano. La soluzione scelta fu di creare un unico Regno con due capitali ed un governo, cui venne dato il nome di Regno Lombardo-Veneto. Il 22-23 marzo 1848 al termine delle Cinque giornate di Milano, gli Austriaci vennero cacciati da Milano e da Venezia. I due Consigli di Governo furono sostituiti dall'auto-proclamato Governo Provvisorio di Lombardia e dalla restaurata Repubblica di San Marco. Il 9 agosto 1848 con l'Armistizio di Salasco, seguito alla vittoria austriaca del 24-25 luglio a Custoza sulle truppe sarde, terminò la prima fase della prima guerra di indipendenza: Milano venne rioccupata ed il Governo Provvisorio di Lombardia viene sciolto. Il 22-23 marzo 1849 Carlo Alberto venne di nuovo sconfitto a Novara e abdicò in favore di Vittorio Emanuele II. Il successivo 24 agosto, dopo un lungo assedio, Venezia si arrese agli Austriaci. Il Regno Lombardo-Veneto sopravvisse alla perdita della Lombardia (con l’eccezione di Mantova) al termine della seconda guerra di indipendenza nel 1859, per decadere nel 1866, al termine della terza guerra di indipendenza. Concesso da www.wikipedia.org La repubblica e il ducato di Lucca La Repubblica di Lucca, antico Stato dell'Italia centrale, sorto all'inizio del XII secolo si mantenne indipendente - salvo per brevi periodi di occupazioni fiorentina e pisana nel XIV secolo fino al 1799. La Repubblica di Lucca si estendeva oltre la città omonima sul contado circostante nella parte nord-occidentale dell'odierna regione Toscana, ai confini con l'Emilia e la Liguria. Concesso da www.wikipedia.org Il Granducato di Toscana A partire dal X secolo la città di Firenze si sviluppò, e dal 1115 si rese un Comune autonomo. Firenze nel corso dei secoli regnò su tutta la Toscana, ad eccezione della Repubblica di Lucca, e del Ducato di Massa e Carrara. A fronte di una popolazione stimata di 80.000 persone prima della peste nera del 1348, 25000 lavoravano nell'industria della lana. Nel 1345 Firenze fu teatro di un tentato sciopero da parte dei ciompi, che nel 1378 organizzarono una breve rivolta contro il dominio oligarchico della città. Dopo la repressione, la città cadde sotto il dominio della famiglia Albizi (1382-1434), acerrimi nemici ma anche precursori dei Medici. A partire dal XV secolo, Firenze avviò la sua espansione con la conquista di Pisa (1406) e l'acquisto di Livorno dai Genovesi (1421); è del 1555 la sottomissione di Siena. Concesso da www.wikipedia.org Il Ducato di Modena e Reggio Il libero comune di Modena nel 1288, a causa di lotte intestine fra le nobili famiglie locali, aveva rinunciato alla libertà comunale con la dedizione ad Obizzo II d'Este, marchese di Ferrara. Un anno dopo anche Reggio si offrì ad Obizzo II che divenne così signore di queste due province come feudatario dell'imperatore, mentre a Ferrara lo era del papa. Nel 1452 Borso d'Este (1413-1471) ricevette dall'imperatore Federico III il titolo di Duca di Modena e Reggio e nel 1471 dal Papa Paolo II il titolo di Duca di Ferrara. Concesso da www.wikipedia.org La Contea e il Ducato di Savoia La contea di Savoia fu un antico stato italiano preunitario, sorto con Umberto Biancamano (980-1048), considerato il capostipite della dinastia sabauda perché il primo personaggio storico definito “Conte“ in un documento del 1003 dal vescovo "Oddone di Belley". Al disgregarsi del regno di Borgogna (1032) si schierò all’imperatore Corrado II il Salico (re di Germania) che lo investì dei titoli di conte della Maurienne e della Savoia, ottenendone in premio il permesso di utilizzare l’aquila imperiale tedesca nel proprio stemma e la contea di Moriana in Val d'Isère. Ambendo a nuovi territori, fu creato nel 1046 un legame con l’Italia tramite il matrimonio di suo figlio Oddone (1010-1060) e Adelaide di Torino, figlia del Marchese di Torino: l’unione apportava così i territori di Susa e del marchesato di Torino. Ad Oddone I succedettero in via del tutto nominale Amedeo II (1048-1078) e Pietro I (1048-1080), dato che la gestione della contea restò nelle mani abili della madre Adelaide fino alla sua morte. Succedettero Umberto II (1070-1103) ed Amedeo (1095-1148), che edificò l’Abbazia di Hautecombe (Altacomba) e morì di peste nel ritorno dalla crociata. Venne così inserito lo scudo crociato nello stemma di casa Savoia. Gli succedette il figlio Umberto III (1136-1189), proclamato beato e poi Tommaso I (1177-1233). Alla morte di Tommaso I i membri della famiglia, antagonisti da tempo, si divisero i possedimenti: Amedeo IV (1197-1253) mantenne il dominio diretto sui beni di Francia e il titolo di conte di Savoia, il fratello Tommaso ricevette le terre d'Italia da Avigliana in giù e assunse il titolo di principe di Piemonte. Ad Amedeo IV succedettero gli zii Pietro II prima e Filippo I poi. Alla morte di Filippo I (1285), la contea di Savoia fu scossa dai conflitti che sorsero fra i pretendenti alla successione e durarono per un decennio: prevaleva ancora il concetto che l’eredità dovesse passare al rappresentante più anziano e forte della famiglia, senza il principio della progenitura o della successione diretta del defunto. Ci fu così una spartizione del potere fra tre pretendenti: il titolo comitale e la maggior parte dei domini andarono ad Amedeo V (1249-1323, nipote del defunto, che ottenne il controllo delle vie commerciali attraverso le Alpi); a suo fratello più giovane, Ludovico, andò la regione nord-orientale del Vaud, ed a Filippo (figlio di Tommaso II, fratello di Amedeo IV) andarono assegnate un terzo delle terre piemontesi. Ad Amedeo V succedettero i due figli maschi: Edoardo (1284-1329) ed Aimone (1291-1343) che lasciò il trono al figlio Amedeo VI (1334-1383) che acquisì i territori di Biella, Cuneo, Santhià e riunì il paese del Vaud ; il figlio Amedeo VII (1360-1391), detto il "Conte Rosso", estese la contea di Savoia acquistando quella di Nizza e suo figlio, Amedeo VIII (1383-1451), diciannovesimo Conte di Savoia, fu designato duca dall’imperatore Sigismondo nel 1416. Concesso da www.wikipedia.org I quattro giudicati di Sardegna La Sardegna, sino all' VIII secolo, era stata una provincia dell'Impero romano oriantale. Gli Arabi in poco più di ottanta anni conquistarono un immenso impero.
A causa delle frequenti scorrerie arabe che flagellavano le coste, la Sardegna si trovò sempre più isolata da Bisanzio. Le condizioni di estrema povertà portarono addirittura a dover reintrodurre il baratto. Non potendo contare sull'aiuto imperiale per difendersi dagli attacchi dei pirati e dei corsari musulmani, gli amministratori dell'isola, poco a poco, dovettero organizzare le difese in proprio e pian piano presero coscienza di agire di fatto più per proprio conto che per conto di soggetti esterni. Concesso da www.wikipedia.org Il Regno di Sardegna Con la conquista aragonese dei Giudicati di Cagliari e di Gallura si realizzò il Regno di Sardegna voluta da Bonifacio VIII nel 1297. Prima di invadere la Sardegna, Giacomo II il Giusto d'Aragona, si alleò con i Malaspina, con i Doria e con Ugone II di Arborea. Dopo una lunga preparazione, inviò sull'isola il figlio Alfonso comandante un'armata composta da 53 galere ed altre navi da guerra che trasportavano complessivamente undicimila soldati. Il 13 giugno del 1323 sbarcarono a Palma di Sulcis ed assediarono Villa di Chiesa (l'attuale Iglesias). La città si difese strenuamente e si arrese solo dopo sette mesi di resistenza. Il 13 febbraio del 1324, gli aragonesi assediarono il castello di Cagliari ed il 29 dello stesso mese si scontrarono in una violentissima battaglia con l' esercito pisano accorso a liberare la città assediata. Gli iberici vinsero con difficoltà, subendo ingenti perdite; sempre lo stesso giorno l'ammiraglio Francesco Carros distrusse le navi pisane nelle acque del golfo di Cagliari. Gli scontri si conclusero il 19 luglio 1324 con la presa del Castello di Cagliari e la sua concessione in feudo agli stessi Pisani. In quel giorno nacque di fatto il Regno di Sardegna. Le città e alcune ville furono lasciate alla Corona degli Aragonesi e diventarono Città e ville reali, le campagne furono infeudate introducendo l’istituto del feudalesimo ormai in via d’estinzione in tutta l’ Europa. I territori così assegnati diventarono contée e marchesati. Il Regno di Sardegna andava a far parte del variegato complesso di stati che formavano la Corona d'Aragona. Il 4 marzo 1848, Carlo Alberto, dal palazzo regio di
Torino, promulgò lo Statuto Fondamentale del Regno attraverso il quale il
potere legislativo veniva esercitato dal re e da due camere: quella del Senato
composta da persone nominate a vita dal sovrano, e quella elettiva, formata da
deputati eletti nei collegi elettorali. Il conte Camillo Benso di Cavour (1810-1861), leader
liberale dello Stato piemontese, divenne ministro dell'agricoltura nel 1850. L'iniziativa che lo portò alla ribalta della vita
politica del Paese fu l'accordo che strinse con la sinistra moderata guidata da
Urbano Rattazzi. Diede così vita ad uno schieramento politico di centro -
sinistra entro il quale riuscì a convogliare un largo consenso politico che
andava dai liberali conservatori ai democratici moderati. I punti del programma
politico del “connubio” (così si chiamò questa operazione di alleanza
governativa) furono “monarchia, statuto, indipendenza, progresso civile e
politico”. Divenuto capo del governo nel 1852, Cavour poté dare
concretezza al suo programma. Convinto liberale, assertore del progresso
economico e politico, riteneva impossibile che il Piemonte potesse condurre una
politica estera nazionalista se le strutture interne dello Stato fossero
rimaste arretrate. Perciò incanalò l'attività statale verso la creazione di
quelle infrastrutture (strade, linee telegrafiche, ferrovie, reti di
irrigazione ecc.) necessarie allo sviluppo economico del Paese che incoraggiò,
tra l'altro, con l'istituzione di nuove banche. La sua concezione liberale lo indusse, in campo
ecclesiastico, ad una politica volta a separare la società religiosa dalla
società civile. La formula che sintetizzò la sua linea politica in questo campo
fu “libera Chiesa in libero Stato”. Il Regno di Sardegna, grazie all'opera di riforma
intrapresa da Cavour, riuscì ad assumere quell'assetto di Paese avanzato che lo
differenziava e gli dava una posizione di privilegio rispetto agli altri Paesi
italiani, dove invece dopo il 1848 i governi si erano dati ad una politica di
violenta repressione interna e chiusura verso qualsiasi possibilità di
rinnovamento. Il Piemonte costituzionale, il Piemonte liberale offrì alla
borghesia italiana un modello politico e insieme una garanzia di sicurezza
rispetto ai pericoli di una rivoluzione popolare. Cavour realizzò il suo programma di portare il
Piemonte al rango di Stato - guida nel processo di unificazione nazionale con
una politica estera abile e diplomatica. L'occasione per fare assumere al
Piemonte un ruolo nei giochi d'equilibrio che le grandi potenze compivano in
Europa fu data dalla guerra di Crimea (1853-1856). Si trattò di un episodio che
rimise in moto la competizione e la conflittualità tra gli Stati che ambivano
al predominio nell'Europa. La guerra rappresentò un momento della cosiddetta
“questione d'oriente”: la disgregazione, ormai in atto, dell'Impero ottomano
poneva agli Stati europei il problema di una spartizione dei territori ad esso
soggetti, primo fra tutti il territorio balcanico. Ad iniziare le ostilità fu lo zar di Russia Nicola I
che occupò i principati danubiani di Moldavia e Valacchia (l'odierna Romania)
appartenenti all'Impero ottomano. Scoppiata così la guerra, Francia e
Inghilterra scesero subito in campo contro Fu a questo punto che si inserì la diplomazia
piemontese: Cavour, che non aveva previsto la neutralità austriaca, si era
adoperato per stringere accordi con Francia e Inghilterra in vista di una
comune azione contro Austria e Russia; e si trovò costretto a prendere parte al
conflitto sollecitato dagli alleati che avevano anche l'interesse di garantire
all'Austria che, se fosse intervenuta al loro fianco, nulla sarebbe accaduto
alle sue spalle, cioè in Italia. Tuttavia Cavour ritenne che l'intervento
piemontese, pur nella mutata situazione, fosse opportuno, ed i fatti successivi
gli diedero ragione. Così un corpo di spedizione di 15.000 uomini al
comando del generale Alfonso L'obiettivo che Cavour si prefiggeva era la
partecipazione del Piemonte alle trattative di pace e la conseguente
possibilità di porre le condizioni dell'Italia sul tappeto degli interessi
generali delle potenze europee. Ciò avvenne al Congresso di Parigi dove, caduta
Sebastopoli, i rappresentanti delle potenze europee si riunirono per le
trattative di pace (1856). Il gioco di Cavour era perfettamente riuscito: come
rappresentante del piccolo Stato piemontese egli sedeva, a parità di rango,
accanto a quelli di Francia, Inghilterra, Austria, Russia, e poteva illustrare,
in una seduta suppletiva chiesta ed ottenuta, nonostante le proteste
austriache, le penose condizioni di soggezione e vassallaggio in cui le
popolazioni del Lombardo Veneto e dell'Italia meridionale erano tenute dagli
Asburgo e dai Borboni. La questione italiana era posta come qualcosa di cui
l'Europa progressista doveva in qualche modo occuparsi. Oltre a ciò, con la
partecipazione al Congresso di Parigi, il Piemonte si guadagnò definitivamente,
agli occhi del movimento liberale italiano, il ruolo di protagonista della
lotta contro l'Austria. La guerra di Crimea aveva peraltro reso Napoleone III
arbitro della politica europea. L'isolamento dell'Austria, la sconfitta
dell'iniziativa russa, l'alleanza con l'Inghilterra, davano all'imperatore dei
Francesi la possibilità di portare a compimento l'influenza francese
sull'Europa appoggiandosi ai movimenti nazionali. In questo quadro Francia e Piemonte firmarono a
Plombières, nel luglio 1858, un trattato segreto di alleanza antiaustriaca.
L'alleanza fu resa possibile dal fatto che la politica di Cavour aveva dato
ampie garanzie alla Francia di muoversi su un piano antidemocratico (vedi le
dure polemiche del Cavour contro Mazzini e i suoi metodi insurrezionali). Gli accordi segreti di Plombières riguardavano
l'assetto da dare al territorio italiano dopo una eventuale vittoria
sull'Austria, contro la quale l'imperatore si impegnava a scendere in campo
accanto al Piemonte soltanto se quella avesse dichiarato per prima la guerra.
Nizza e Al ' A dare l'avvio al processo riformista era stata
l'elezione a pontefice del cardinale Giovanni Mastai Ferretti, che assunse il
nome di Pio IX, nel 1846; egli infatti, appena eletto, sotto la pressione dei
liberali romani aveva concesso una serie di riforme ad indirizzo liberale. L'esempio del pontefice ed il risveglio delle forze
democratiche, che erano intanto cresciute grazie alla propaganda di Giuseppe
Mazzini e dei suoi seguaci, indussero il re Carlo Alberto di Savoia (in
Piemonte) e il granduca Leopoldo Il (in Toscana) a cedere sul problema
costituzionale. Appelli e pressioni furono rivolti da tutte le parti
al sovrano sabaudo affinché si ponesse alla testa del moto d'indipendenza
nazionale e dichiarasse guerra all'Austria. Il 23 marzo Carlo Alberto
dichiarava la guerra e faceva muovere il suo esercito su Milano, quando la
città era già stata liberata dai suoi cittadini. Eserciti regolari mandati dai
sovrani giunsero da altri Stati italiani. Il moto popolare diventò cosi guerra
regolare degli Stati federati italiani decisi a non lasciare il Piemonte solo
contro l'Austria. Inoltre giunsero da ogni parte d'Italia combattenti
volontari, studenti e intellettuali che accorsero numerosissimi fuori dalle
file degli eserciti regolari. Le vittorie piemontesi a Goito e Pastrengo (9 e
30 aprile) coronarono questa prima fase della guerra caratterizzata da un
grande entusiasmo e da una partecipazione unitaria dei sovrani e del popolo
italiano. Ma le difficoltà non tardarono a venire. Interessi
ancora troppo contrastanti si celavano dietro questo consenso unitario alla
guerra. I principi italiani, che in fondo erano stati costretti dalle pressioni
liberali a partecipare alla guerra, oltre che dalla loro volontà di non
lasciare al Piemonte il possibile esito vittorioso della guerra, preoccupati dal
carattere popolare che l'iniziativa continuava ad assumere e dal timore di fare
in fondo il gioco degli interessi sabaudi, ritirarono le loro truppe regolari. Il primo fu il papa Pio IX che con l'allocuzione del
29 aprile dichiarava che al “padre di tutti i fedeli” non era lecito far guerra
a uno Stato cattolico, qual era l'Austria. Leopoldo Il e Ferdinando Il
seguirono il suo esempio e ritirarono le loro truppe. Il re delle Due Sicilie
addirittura sciolse il Parlamento provocando sanguinose repressioni. Rimasto solo a fronteggiare la situazione, Carlo
Alberto ritenne giunto il momento di rendere più decisa la sua linea politica
dando il via alle annessioni al Regno di Sardegna dei territori sottratti
all'Austria. La politica annessionistica piemontese creò profondi contrasti
interni al fronte impegnato nella guerra. Le forze democratiche non potevano
infatti più insistere sulla linea (adottata all'inizio delle operazioni
militari) di rimandare a dopo la fine della guerra il problema dell'assetto
politico da dare all'Italia. Il Piemonte spinse agli estremi la sua linea
(volta all'ingrandimento territoriale del proprio Stato) rifiutando
l'intervento dei volontari di Garibaldi e proseguendo le operazioni di guerra
con grande incertezza e prudenza, preoccupato oltre misura di non dare spazio
all'iniziativa popolare. Ma in questa situazione internazionale, l'esito
negativo era già segnato in partenza. Infatti alla sconfitta piemontese di
Novara (21-23 marzo 1849) fecero seguito l'abdicazione del sovrano a favore del
figlio Vittorio Emanuele Il e l'armistizio del 26 marzo. Subito dopo la firma degli accordi di Plombières,
Cavour si adoperò per costringere l'Austria, con qualche pretesto, a dichiarare
guerra al Piemonte. Il governo attuò una serie di misure volte al rafforzamento
dell'esercito, concedendo, d'altra parte, con sempre maggiore generosità, aiuto
ed asilo ai patrioti che fuggivano in Piemonte dagli altri Stati italiani, e
specie a quelli provenienti dai territori controllati dall'Austria. Queste
iniziative, ampiamente e sapientemente pubblicizzare, spinsero l'Austria a
richiedere, con un ultimatum, l'immediato disarmo del Piemonte. Al rifiuto del
governo piemontese, l'Austria rispose, come voleva Cavour, con la dichiarazione
di guerra. Il 26 aprile 1859 scoppiava così la guerra. Gli
eserciti regolari piemontese e francese, dei quali prese il comando lo stesso
Napoleone III, furono subito affiancati dai volontari di Garibaldi, i “Cacciatori
delle Alpi”. A Magenta, a Solferino e San Martino l'Austria fu battuta dagli
eserciti franco - piemontesi. Mentre l'Italia settentrionale era impegnata nelle
vittoriose operazioni di guerra, nell'Italia centrale si riaccendeva la miccia
delle rivoluzioni democratiche. In Toscana, a Parma, a Modena, nelle Legazioni
pontificie si formarono governi provvisori che offrivano a Vittorio Emanuele la
reggenza degli Stati liberati. Ma i legami con Malgrado la prudenza piemontese, la situazione
italiana preoccupò a tal punto Napoleone III da spingerlo ad una precoce, e,
sul piano militare immotivata, chiusura della guerra contro l'Austria, con la
quale si affrettò a firmare l'armistizio di Villafranca (11 luglio 1859).
L'armistizio e i preliminari di pace, discussi all'insaputa dei Piemontesi,
prevedevano che l'Austria cedesse Con questo gesto l'imperatore dei Francesi rispondeva
alle proteste che l'opinione pubblica cattolica aveva levato in Francia contro
di lui, temendo per l'incolumità dello Stato Pontificio; d'altro lato egli
tentava di bloccare il processo unitario italiano che, come sappiamo e come era
stato sancito a Plombières, era ben lontano dagli interessi francesi. Ma la rivoluzione nazionale italiana non si fermò per
questo. I governi provvisori dell'Italia centrale resistettero, forti dell'iniziativa
popolare che li sorreggeva. Ancora una volta la presenza e lo stimolo di
Mazzini, l'abilità militare di Garibaldi, si rivelarono essenziali. Moderati e
democratici costituirono un fronte comune di difesa dei territori liberati,
questa volta risoluti a portare fino in fondo l'unità d'Italia. Le decisioni di
Villafranca furono inattuabili nella situazione italiana. Anche in questo caso
l'abilità politica di Cavour gestì e portò a compimento un processo di
iniziativa popolare e democratica. Egli infatti riuscì ad ottenere da Napoleone
il consenso alle annessioni al Piemonte dei Ducati di Modena e di Parma, del
Granducato di Toscana, e delle Legazioni pontificie (i plebisciti si svolsero
l'11 e il 12 marzo 1860) in cambio di Nizza e della Savoia cedute ai Francesi
(con plebiscito del 15'aprile 1860). Cominciarono i preparativi per una spedizione in
Sicilia concepita dai democratici isolani, tra cui Francesco Crispi e Rosolino
Pilo, e dallo stesso Mazzini. Si riuscì a persuadere Garibaldi ad organizzarla
pur con i gravissimi rischi che essa presentava. La spedizione si preparò in
Piemonte, malgrado l'atteggiamento di decisa ostilità da parte di Cavour ma con
una certa apertura da parte del re Vittorio Emanuele II. Il governo piemontese
in sostanza né ostacolava né favoriva i preparativi: non poteva decisamente
opporvici con misure di polizia per motivi di politica interna, essendo
l'equilibrio con le forze democratiche troppo instabile per tentare le maniere
forti; peraltro una partecipazione all'iniziativa era del tutto impossibile,
considerati i legami che il Piemonte aveva sul piano internazionale, in special
modo con l'imperatore dei Francesi. Tutto sommato l'atteggiamento del lasciar
fare del Piemonte era dettato dall'ipotesi di potere intervenire dopo, a cose
fatte, come del resto avvenne, a riportare entro i confini dell'egemonia
piemontese l'iniziativa democratica. In queste condizioni Garibaldi partì da Quarto (nella
notte tra il 5 e il 6 maggio 1860) con un migliaio di volontari provenienti da
diverse regioni ma in maggioranza dalla Lombardia e dalla Liguria, su due
piroscafi sequestrati a Genova. Dopo una sosta a Talamone per rifornirsi di
armi, sbarcò a Marsala (l'11 maggio), accolto come liberatore dalla
popolazione, ed a Salemi assunse la dittatura dell'isola in nome di Vittorio
Emanuele I garibaldini sostennero la prima battaglia vittoriosa
contro i borbonici a Calatafimi a Palermo fu anche il moto popolare a mettere
in fuga gli eserciti regi (30 maggio). Il governo provvisorio di Garibaldi varò
subito provvedimenti popolari, alleggerendo gli oneri fiscali del passato
governo borbonico, ma non poté far fronte alle richieste contadine della terra
che, soddisfatte, avrebbero cambiato radicalmente la struttura socio -
economica dell'isola dove la borghesia agraria, classe egemone, andava ancora
conquistata all'ipotesi dell'Italia unita. Larghi strati di borghesia
meridionale infatti stavano abbandonando la propria tradizione separatista e
indipendentista e si andavano convincendo dell'utilità di un governo centrale
dei Savoia che garantisse la stabilità del proprio ruolo egemonico sull'isola
che il malgoverno borbonico non garantiva più. L'alleanza tra la borghesia
industriale del nord e la borghesia agraria meridionale fu infatti l'asse
portante della costruzione del nuovo Stato unitario. La dura repressione dei
moti contadini in Sicilia (drammatico fu l'episodio di Bronte, passato più
clamorosamente di altri alla storia), operata dallo stesso esercito liberatore
garibaldino, rientra perciò amaramente nella logica delle forze politiche
risorgimentali, anche di quelle democratiche. Dopo un vittorioso scontro con i
borbonico a Milazzo, Garibaldi passò lo Stretto (20 agosto) e si diresse, con
un'avanzata fulminea, a Napoli, dove entrò trionfalmente il 7 settembre. Il re
delle Due Sicilie si rifugiò a Gaeta e fece attestare il suo esercito sulla
linea del Volturno, dove più tardi (1-2 ottobre) fu definitivamente sconfitto
dall'esercito garibaldino. A Napoli, frattanto, il governo dittatoriale
garibaldino si trovò ben presto a dover affrontare non solo le ostilità delle
classi dirigenti legate ai Borboni, ma anche a quelle delle masse contadine.
Questa crisi facilitò l'intervento del governo piemontese nel Napoletano: a
Teano, il 26 ottobre, in un incontro fatidico del re con Garibaldi,
quest'ultimo consegnò il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele Il, senza
chiedere alcuna contropartita. Seguì lo scioglimento del corpo dei volontari
garibaldini che dovevano passare sotto il comando regio al seguito dell'esercito
regolare. Concesso da www.wikipedia.org
Tra l'VIII ed il VII secolo a.C., coloni provenienti dalla Grecia cominciarono a stabilirsi sulle coste del sud Italia (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia). La colonia greca veniva fondata da gruppi di coloni, provenienti in genere da un'unica polis, che creavano una nuova entità politica completamente autonoma; essi s'imbarcavano verso la nuova terra sotto la guida di un aristocratico chiamato ecista, letteralmente "fondatore". Con l'antica patria venivano mantenuti legami di culto e di lingua ma non politici e militari. Verso il III secolo a.C., si cominciò a definire le colonie greche dell'Italia meridionale come facenti parte della Magna Grecia. Il riferimento si presume sia stato coniato nelle colonie stesse, per mostrare la loro grandezza in relazione alla vecchia Grecia.
La fondazione di Roma avvenne secondo la leggenda da parte di Romolo e Remo nell'VIII secolo a.C. Secondo gli ultimi ritrovamenti archeologici invece, la presenza umana nell'area centrale dell'Urbe è documentata fin dal X secolo a.C.. In epoca regia (date tradizionali 753-509 a.C.) la civiltà romana conobbe una prima fase di espansione. L'unificazione della penisola e delle isole principali venne completata nel III secolo a.c. Nel I secolo d.C. Roma dominava il Mediterraneo. Sul finire del IV secolo iniziò una lunga serie di invasioni barbariche ad opera di Visigoti, Unni ed Ostrogoti. L'impatto di questo tragico evento dette un forte impulso alla divisione del mondo romano in un Impero Romano d'Occidente, dek quale l’Italia farà parte, che però si sfaldò ancor prima della fine de V secolo, ed in un Impero Romano d'Oriente, che sopravvisse per un ulteriore millennio.
Atalarico (516-534) fu re degli Ostrogoti dal 526 al 534, come successore del nonno materno Teodorico. Era figlio di Eutarico (morto nel 522) e di Amalasunta, che per un periodo, essendo il figlio molto giovane, tenne le vere redini del potere. Non sopportando la reggenza di una donna, né l'educazione romana impartita al ragazzo, né i rapporti ossequiosi di Amalasunta verso Bisanzio e neppure il suo spirito conciliante verso i romani, la nobiltà gota riuscì a strapparle il figlio e a educarlo secondo le usanze del suo popolo. Il giovane, però, non resistette a ciò e morì. Allora Amalasunta, che voleva mantenere il potere, sposò Teodato, duca di Tuscia e uno dei capi del partito nazionale.
Teodato, duca di Tuscia, regnò sugli ostrogoti e morì nel 536. Nipote di Teodorico, venne associato al trono dalla cugina Amalasunta. Dopo averla esiliata e fatta uccidere sul lago di Bolsena, tentò inutilmente di contrastare la reazione di Giustiniano. Dopo che il generale bizantino Belisario ebbe conquistato Napoli nel 536, Teodato fu rovesciato dagli stessi goti, che elessero Vitige come suo successore.
Vitige è stato re degli Ostrogoti e d'Italia dal 536 al 540. Vitige era un generale dell'esercito ostrogoto: nel 534 sposò l'unica figlia della regina Amalasunta, Matasunta, creado così un legame con la famiglia di Teodorico il Grande. Nel 535 l'esercito di Giustiniano I aveva conquistato la Sicilia e sotto il comando di Belisario in quel momento si trovava nel sud dell'Italia. Nel 540 Belisario attaccò la capitale degli Ostrogoti. Vitige fu preso prigioniero e fu portato assieme alla moglie a Costantinopoli dove morì senza eredi. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po.
Ildibaldo è stato re degli Ostrogoti e d'Italia. Ildibaldo era in realtà un visigoto nipote di uno dei re visigoti di Spagna. Regnò solo per circa un anno prima di essere ucciso da un gepido durante un banchetto di corte. Gli successe per un breve periodo Erarico.
Erarico fu eletto re degli ostrogoti dai Rugi nel giugno del 541, dopo l'assassinio di Ildibaldo. I goti, però, stanchi e irritati dalla sua inettitudine e credendo che avesse stretto accordi segreti con i romano orientali, offrirono la corona al nipote Totila. Dopo cinque mesi di regno, Erarico fu eliminato da una congiura.
Totila è il nome con il quale è stato tramandato il nome Baduila (morto a Gualdo Tadino, 1° luglio 552), re degli Ostrogoti dal 541 al 552, dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l'assassinio di suo cugino Erarico. Morì nella Battaglia di Tagina nel 552.
Teia fu re d'Italia dal 552 al 553. Fu l'ultimo re ostrogoto in Italia. Sembra che fosse un ufficiale che servì sotto Totila e che venisse poi scelta come suo successore dopo che Totila era stato ucciso nella battaglia di Tagina (battaglia di Busta Gallorum). Si recò in Italia meridionale, dove ottenne il supporto di importanti personaggi quali Scipuar, Gundulf (Indulf), Gibal e Ragnaris con l'intento di chiudere la partita con i romano orientali del generale Narsete. I due eserciti si scontrarono al monte Lattario (a sud di Napoli) nell'ottobre del 552 o agli inizi del 553. L'armata ostrogota fu sconfitta di nuovo e Teia fu ucciso, mentre il fratello Aligern si arrese al nemico. Anche Scipuar e Gibal furono probabilmente uccisi. Gundulf e Ragnaris, invece, riuscirono a scappare, ma il secondo dei due fu ferito a morte da un sicario di Narsete. L'Italia tornò sotto il controllo diretto dell'Impero romano orientale.
Berengario del Friuli, figlio di Eberardo del Friuli e di Gisella (o Gisla), figlia di Ludovico il Pio, a seguito della deposizione di Carlo il Grosso e in mancanza di eredi diretti di quest'ultimo, poteva vantare un diritto dinastico sul Regno d'Italia per linea femminile. Nel 893 dovette affrontare Guido di Spoleto, che chiedette appoggio al Re dei Franchi occidentali Arnolfo che gli inviò un esercito condotto dal figlio. L'equilibrio delle forze in campo convinse Arnolfo a scendere in Italia e farsi nominare Re dalla dieta pavese. Berengario gli porse omaggio feudale ed ottenne in cambio il governo della penisola a nome del nuovo Re. Berengario partì alla volta di Pavia e si fece rieleggere Re d'Italia dalla dieta dei feudatari, mentre Arnolfo era impegnato con le prime invasioni ungariche. Il periodo di pace ebbe termine nel 922, quando ci fu una congiura mirante a portare il Re di Borgogna Rodolfo sul trono italiano. Questi scese in Italia, si fece eleggere Re a Pavia e affrontò l'esercito di Berengario presso Fiorenzuola d'Arda (o presso Fidenza). Berengario fu sconfitto (scampò miracolosamente alla morte, nascosto sotto uno scudo coperto di cadaveri) e dovette riconoscere il titolo regale all'avversario. Rientrò a Verona, covando la vendetta. L'occasione gli fu offerta quando Rodolfo dovette rientrare in Borgogna per fermare le mire del Duca Burcardo di Svevia sui suoi possedimenti. Lanciò alla volta di Pavia un esercito mercenario composto da 5000 ungheresi che sconfissero le truppe di Ugo di Provenza, deciso a farsi eleggere Re d'Italia in assenza di Rodolfo, e che assediarono la città. Quando questa si arrese, gli ungari la rasero al suolo, spianandone le mura e compiendo una strage di civili, donne e bambini compresi. Il fatto venne esacrato dalla maggior parte dei feudatari, che ordirono un complotto contro Berengario, reo di avere concesso mano libera alle truppe mercenarie. Quest'ultimo venne ucciso a Verona nel 924, pugnalato alle spalle mentre pregava durante la messa. La nobiltà che appoggiava Berengario offrì il trono ad Ugo, che l'accettò e dopo due anni di guerra contro Rodolfo, il 9 luglio 926 fu incoronato a Pavia, col consenso di Rodolfo, con cui era venuto a patti (cedeva il regno d'Italia per poi avere in cambio il regno di Provenza. Nel 945 Berengario d'Ivrea, nipote di Berengario I, costrinse Ugo ad abdicare a favore del figlio e a concedere la carica di Sommo Consigliere al feudatario. Lotario rimase quindi unico Re, ma solo per un breve periodo dato che suo padre riuscì a riottenere il titolo che mantenne fino 947. Morì nel 950, probabilmente avvelenato da Berengario che cercò successivamente di succedergli al trono cercando di sposarne la vedova. Adelaide, invece, richiese la protezione di Ottone I con il quale si sposò in seconde nozze a Pavia nel 951. L'imperatore tedesco, tuttavia, riconobbe la successione di Berengario sul trono di Pavia. Il loro atteggiamento e la loro azione politica provocò malcontento fra feudatari ed ecclesiastici i quali richiesero più volte un intervento del sovrano tedesco: evento che si realizzò solamente nel 956-957, per mano del figlio di Ottone Litolfo, e che terminò con un accordo che confermava agli anscarici il titolo regale e il potere in Italia. Successivamente, Berengario attuò una politica aggressiva nei confronti del Papato che spinse Giovanni XII a richiedere ad Ottone di scendere in Italia per la terza volta (961). Le truppe di Berengario si rifiutarono di combattere, costringendo padre e figlio ad asserragliarsi presso la fortezza di San Leo. Ottone li depose formalmente dal titolo regale e si fece incoronare Imperatore da Giovanni XII.
Il cardinale Bernardo Clesio è considerato l'autentico rifondatore (Neubegründer) dell'autorità dei principi di Trento. Consigliere dell'imperatore Massimiliano d'Asburgo e amico di Erasmo da Rotterdam, egli giocò un ruolo importante nell'elezione di Carlo V a Francoforte nel 1519 e in quella di Ferdinando I in qualità di re di Boemia. La sua personalità permise di superare la subordinazione trentina nei confronti del Tirolo e garantì la sovranità su Castelbarco e Rovereto.
Nel 1658 l'imperatore d'Austria Leopoldo I assegnò il Principato all'arciduca Sigismondo Francesco d'Austria, fratello del conte del Tirolo. Nel 1665 Sigismondo Francesco morì e, estintasi la dinastia dei conti del Tirolo, il Principato (assieme a tutto il Tirolo) venne inglobato nei domini diretti della dinastia degli Asburgo.
Il Trattato di Parigi (28 febbraio 1802) stabilì la secolarizzazione degli stati ecclesiastici. Nel 1810 Napoleone decise l'annessione, rivelatasi molto breve, di Trento e Bolzano al Regno d'Italia (dipartimento dell'Alto Adige). La Restaurazione del 1815 segnò la fine definitiva del Principato, inglobato nell' Impero Asburgico d'Austria quale parte della Contea principesca del Tirolo.
La quarta crociata del 1204 pose fine all’impero romano d’oriente. I territori dell'Impero vennero spartiti in quattro tra l’Imperatore Baldovino di Fiandra, il Marchese del Monferrato, i principi e i baroni franchi e la Serenissima. Venezia guadagnò molti territori nel Mar Egeo, tra cui le isole di Creta ed Eubea, e numerosi porti e piazzaforti nel Peloponneso, oltre ad una posizione di preminenza nell'effimero Impero Latino creato dai crociati. Nel 1297 la Serrata del Maggior Consiglio, precludendo a nuove famiglie l'accesso al governo dello Stato, diede a Venezia la definitiva forma di Repubblica oligarchica. Nel 1410, Venezia aveva già conquistato gran parte del Veneto e dell’Istria. Nel 1428 divennero veneziane pure le città lombarde di Bergamo, Brescia e Crema. Un ruolo importante in queste campagne militari lo giocò il condottiero Bartolomeo Colleoni. Nel 1489 fu annessa l'isola di Cipro, precedentemente uno stato crociato, ceduto dalla sua ultima sovrana, la veneziana Caterina Cornaro.
Dall'inizio del XV secolo un altro pericolo minacciava la repubblica: l'espansione dell'Impero Ottomano nei Balcani e nel Mediterraneo orientale. Nel secolo XVI il successore di Solimano sul trono ottomano, Selim II, riprese le ostilità nei confronti dei superstiti domini veneziani nell’oriente attaccando l’isola di Cipro. Venezia reagì inviando una flotta nell’Egeo e allacciando rapporti con Pio V allo scopo di creare una Lega cristiana per sostenere lo sforzo bellico della Serenissima. La Lega venne conclusa il 25 maggio del 1571. Essa vedeva riunite le forze di Venezia, Spagna, Papato e Impero, sotto la presidenza di Giovanni d'Austria, fratello di Filippo II re di Spagna. Le duecentotrentasei navi cristiane riunitesi nel golfo di Lepanto si scontrarono con le duecentottantadue navi turche comandate da Capudan Alì Pascià. Era il 7 ottobre del 1571 e la grande battaglia navale, combattuta da mezzogiorno al tramonto, si risolse con la vittoria della Lega cristiana. Nonostante la vittoria di Lepanto, nel trattato di pace, Venezia si vide costretta a cedere agli ottomani l’isola di Cipro ed altri possedimenti. Quel trattato iniziava la decadenza militare e marittima della Serenissima. Nel XVII secolo, precisamente nel 1669, dopo un lungo conflitto, venne persa anche Creta. Nonostante la propria dichiarata neutralità durante la campagna d'Italia condotta dalla Francia rivoluzionaria, la Repubblica venne invasa dalle truppe francesi di Napoleone Bonaparte (1797), che occupano la terraferma, giungendo ai margini della laguna.
Il 17 ottobre 1798 il trattato di Campoformio cede Venezia all’Austria. Nel 1805 il trattato di Presburgo cede il Veneto alla Francia. Nel 1815 il Veneto è riconsegnato all’Austria.
Nel XVI sec. si forma un sistema di governo oligarchico. Andrea Doria riuscì a mettere d'accordo le 250 famiglie più potenti della Repubblica. Queste famiglie eleggevano il Maggior Consiglio, il quale, ogni due anni, sceglieva i due Dogi che rappresentavano la Repubblica.
Almeno fin dal secolo XV i Savoia hanno progettato di impadronirsi della Repubblica di Genova per ampliare il loro dominio e per dare ai loro territori uno sbocco al mare. Per ottenere ciò hanno combattuto, congiurato, armeggiato contro la Repubblica di Genova con la violenza e con l'inganno.
Il 1797 fu l'anno in cui, a causa del ciclone napoleonico, la Repubblica di Genova abbandonò l'antico ordinamento ubriacata dal vento giacobino e costretta dalla forza di Napoleone. E fu quella la prima volta nella lunghissima storia della Repubblica di Genova che parte del popolo genovese si ribellò al suo legittimo governo. A determinare questo cambiamento, una delle pagine più drammatiche della storia della Superba, concorsero fattori esterni e fattori interni espressione, gli uni e gli altri, delle condizioni politiche, economiche e sociali dell'Europa nell'ultimo scorcio del Settecento. I fattori esterni furono, tra gli altri, la presa di coscienza della borghesia, conseguenza delle ideologie diffuse dalla Rivoluzione francese dell'89, i nuovi equilibri di potere e le nuove correnti di traffici commerciali stabilitesi a seguito dell'urto tra la democrazia francese e gli Stati autoritari del vecchio continente. La Repubblica di Genova, con poche risorse territoriali e una declinante potenza economica, si trovò compressa tra la Francia (principale partner nei commerci nell'Alto Tirreno) e gli Stati continentali interessati a contrastare l'espansione sovversiva della Grande Nazione. Tra i fattori interni che spinsero i liguri a cercare cambiamenti istituzionali va collocato in primo piano il movimento dei cosidetti "nobili poveri". A Genova, per poter aspirare a posti di governo, era necessario "un certo censo", vale a dire una data disponibilità di denaro, il che spingeva le famiglie nobili a concentrare tutte le ricchezze nelle mani del primogenito. Questa norma faceva dei figli cadetti dei diseredati, riducendoli, in qualche caso, in condizioni economiche molto modeste. Di pari passo era decaduto il ruolo del Maggior Consiglio, assemblea di cui questi patrizi (ben 400) facevano parte. Il potere era andato così interamente ai duecento membri del Minor Consiglio, formato da ricchi eredi delle grandi casate che lo gestivano con criteri privatistici, attenti unicamente a tener buono il popolo, convinti com'erano che i restanti genovesi, anche se poveri, mai si sarebbero schierati contro il governo. A dare il segnale di inizio di quella che fu chiamata la Rivoluzione di Genova fu, la mattina del 22 maggio 1797. Mentre i nobili si rifugiavano nei loro palazzi e le botteghe chiudevano i battenti, gli insorti presidiarono le Porte delle Mura, saccheggiarono i depositi di armi, liberarono i detenuti della Malapaga e i galeotti. Il Doge Giacomo Maria Brignole e i pochi senatori che erano riusciti ad arrivare a Palazzo stavano per accettare quando, sobillati da qualche patrizio, da Portoria, l'inquieto quartiere di Balilla, mosse una folla di popolani che gridando "viva il nostro Principe", "viva Maria" penetrò nella pubblica armeria asportandone 14 mila fucili. Questi uomini, coraggiosi e decisi, cominciarono a dare la caccia ai giacobini e ai francesi: le strade della città divennero in breve un campo di battaglia. Due giorni durarono gli scontri con morti e feriti. Lo stesso Filippo Doria cadde colpito a morte sugli scalini di Ponte Reale. Lo stesso Bonaparte, tra il 5 e il 6 giugno, con l'aiuto di Faipoult, stese il testo di una Convenzione che prese il nome di "Convenzione di Mombello", con cui si sanciva la fine della Repubblica di Genova, oligarchica e aristocratica, e la nascita della Repubblica Ligure democratica. Al testo dell'accordo, che fu poi approvato a Genova il 9 giugno, Bonaparte unì una lista di 22 persone designate a formare il nuovo governo, tra cui figuravano alcuni nobili, compreso il marchese Giacomo Maria Brignole. Questo governo, detto provvisorio fu insediato il 13 giugno con a capo lo stesso Giacomo Brignole che, in tal modo, cambiava soltanto carica: da Doge diventava Presidente. La Repubblica Ligure si trascinò in una travagliata esistenza sino al 1805, quando la Liguria entrò a far parte dell'Impero Napoleonico.
Il Congresso di Vienna decreta d'imperio l'annessione della secolare Repubblica di Genova al Regno di Sardegna dei Savoia, nonostante l'opposizione del legittimo e sovrano Governo Genovese. Tale annessione, arbitraria e illegittima, non fu mai sancita da alcun plebiscito.
Alla morte di Filippo Maria, ultimo dei Visconti, (agosto 1447), fu istituita la cosiddetta Aurea Repubblica Ambrosiana, una forma di governo repubblicana istituita da un gruppo di nobili milanesi. La Repubblica affidò la difesa contro Venezia a Francesco Sforza che, dotato di notevoli capacità strategiche, aprofittò della crisi della repubblica per farsi nominare Duca di Milano (25 marzo 1450). Galeazzo Maria, figlio di Francesco Sforza, duca alla morte del padre, l'8 marzo 1466, a causa del suo governo considerato da molti tirannico, fu assassinato in una congiura. Il figlio, Gian Galeazzo, governò sotto la reggenza della madre Bona di Savoia, finché lo zio, Ludovico il Moro usurpò il trono del Ducato. Ludovico il Moro, figlio di Francesco Sforza, riuscì ad ottenere la tutela del nipote Gian Galeazzo ed a confinarlo nel Castello di Pavia, dove nel 1494 lo fece avvelenare.
Nel 1498, il Duca d' Orléans - divenuto Re di Francia col nome di Luigi XII - fece valere i propri diritti sul Ducato di Milano: un suo antenato, Luigi di Turenna, aveva infatti sposato Valentina Visconti, figlia del primo Duca Gian Galeazzo. Egli, protestandosi legittimo erede déi Visconti, invase lo Stato milanese nel 1499 scacciandone Ludovico il Moro. Luigi XII rimase Duca di Milano fino al 1512, quando l'esercito svizzero scacciò quello francese dalla Lombardia e pose sul trono milanese Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico il Moro. Fra il 1512 ed il 1515 i Cantoni svizzeri controllarono de facto il Ducato. Sotto il regno di Francesco I di Valois la Corona francese riuscì a ristabilire la propria sovranità sul Ducato milanese. Nel 1515, dopo la sanguinosa battaglia di Marignano - che vide la sconfitta dell'esercito elvetico - il sovrano francese depose Massimiliano e si installò sul trono ducale. Francesco di Valois governò il Ducato fino al 1521, quando Carlo V, Re di Spagna e Sacro Romano Imperatore, innalzò al trono del Ducato il giovane fratello di Massimiliano, Francesco II Sforza. Francesco II Sforza morì senza eredi nel 1535 aprendo una nuova questione per la successione al trono.
Il Re di Francia e l'Imperatore reclamavano il Ducato facendosi guerra. Quest'ultimo ottenne il controllo del Ducato installandovi il figlio Filippo con diploma imperiale firmato a Bruxelles l'11 Ottobre 1540. Il possesso del Ducato da parte di Filippo d'Asburgo fu finalmente riconosciuto dalla Corona francese nel 1559, con la Pace di Cateau-Cambrésis. Il Ducato di Milano rimase soggetto ai sovrani spagnoli sino all'inizio del XVIII secolo.
Con il Trattato di Baden, che mise fine alla Guerra di Successione Spagnola, il Ducato di Milano fu ceduto alla Casa degli Asburgo d'Austria, che lo conservarono fino alla conquista francese compiuta da Napoleone Bonaparte nel 1796.
La Repubblica Cisalpina venne creata il 29 giugno 1797 ad opera del generale Bonaparte. L'Austria riconobbe la nuova entità con il Trattato di Campoformio il 17 ottobre del medesimo anno ottenendo in cambio quello che rimaneva dell'effimera Repubblica Veneta (nata il 29 giugno 1797). La Repubblica venne sciolta in seguito alle sconfitte patite dalla Francia ad opera degli eserciti austro-russi (Guerre napoleoniche della seconda coalizione) nell'Agosto del 1799. Essa venne ricostituita in seguito al Trattato di Lunéville del 9 febbraio 1801 che portò ad un nuovo assetto territoriale dell'Italia.
Il 26 gennaio 1802 alla Consulta di Lione viene sancita la nascita della Repubblica Italiana con capitale Milano e Napoleone presidente. Francesco Melzi d'Eril fu, invece, nominato vice-presidente. La breve vita della Repubblica Italiana si concluse il 18 marzo 1805, quando Napoleone proclamò il Regno d'Italia incoronandosi imperatore. Eugène de Beauharnais, uomo del quale il Bonaparte si fidava ciecamente e del quale era sicuro di non dovere temere che perseguisse obiettivi politici propri, fu nominato Viceré d'Italia. Il Regno d'Italia cessò di esistere nel 1814 con la fine del periodo napoleonico: il 6 aprile 1814, Napoleone si disse pronto ad abdicare, atto che fu formalizzato il giorno 11. Il giorno 16 il Beauharnais comunicava di avere concluso anch'egli un armistizio con il feldmaresciallo austriaco Bellegarde, anche se sperava che il suo trono potesse essere salvato dalla disfatta napoleonica.
In seguito, nel 1815, nacque il Ducato di Lucca per decisione del Congresso di Vienna che nominò duca Carlo Ludovico di Borbone, con reggenza alla madre Maria Luisa di Borbone. Fu uno dei più brevi ducati di tutta la storia d'Italia, poiché una clausola precisava che, alla morte di Carlo Ludovico di Borbone, il ducato sarebbe stato assegnato al Granducato di Toscana. Maria Luisa di Borbone morì nel 1824 ed il figlio ne assunse piena sovranità con il nome di Carlo I. Questi decise di intreprendere una politica basata sul miglioramento delle vie di comunicazione e sulla bonifica di vari territori. Cercò inoltre di promuovere la località Bagni di Lucca non solo come centro termale, ma anche come ritrovo dell'aristocrazia e dell'alta borghesia di tutta Europa. Fu proprio in questo periodo che nacque il Casinò di Lucca, uno dei primi casinò europei. A causa delle ingenti risorse finanziarie che furono necessarie per attuare queste varie opere, sorsero numerosi problemi, che spinsero Carlo Ludovico di Borbone ad anticipare nel 1847 la cessione del Ducato di Lucca al Granducato di Toscana.

Il primo periodo del dominio dei Medici finì con il ritorno di un governo repubblicano, influenzato dagli insegnamenti del radicale priore Domenicano Girolamo Savonarola (che fu giustiziato nel 1498 e che prima di morire lasciò un trattato sul governo di Firenze), nelle cui parole si ritrovano spesso argomenti che saranno oggetto di controversie religiose dei secoli seguenti.
I fiorentini estromisero i Medici per una seconda volta e ristabilirono una repubblica il 16 maggio 1527. Rimessi al loro posto per due volte, col supporto sia dell'Imperatore che del Papa, i Medici diventarono nel 1537 duchi ereditari di Firenze, e nel 1569 granduchi di Toscana, regnando per due secoli.
L'estinzione della dinastia dei Medici e l'ascensione nel 1737 di Francesco Stefano, duca di Lorena e marito di Maria Teresa d'Austria, portò all'inclusione della Toscana nei territori della corona austriaca.
Il 9 febbraio 1801, con il trattato di Lunéville, la Toscana viene ceduta dall'Austria alla Francia. Soppresso il Granducato di Toscana, viene istituito il Regno di Etruria, al cui comando si succedono Ludovico I di Borbone (1801-1803) e Carlo Ludovico di Borbone (1803-1807). Nel dicembre 1807 il Regno d'Etruria viene soppresso e la Toscana è amministrata per conto dell'impero francese da Elisa Bonaparte Baciocchi, nominata a capo del restaurato Granducato di Toscana.
Il 18 settembre 1814, dopo la caduta di Napoleone Bonaparte, Ferdinando III di Lorena vede restaurato il suo potere a Firenze. Gli succede nel 1824 Leopoldo II di Lorena, che il 27 aprile 1859 sarà costretto ad abbandonare la città. Il governo passa al Governo Provvisorio Toscano, in carica fino al 1860, quando un plebiscito sancisce l'unione al Regno di Sardegna.
Il 27 ottobre 1597 morì il duca Alfonso II, che non aveva avuto figli nonostante si fosse sposato tre volte e sebbene il famoso astrologo Nostradamus gli avesse previsto la nascita di un figlio maschio dalla terza moglie. Alfonso II aveva designato per testamento il cugino Cesare come suo erede e successore, ma non venne riconosciuto dal papa Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini di Fano) che, dopo circa 260 anni di buon governo degli Estensi del feudo papale, voleva rientrare in pieno possesso di Ferrara, divenuta nel '500 un centro di alto valore artistico e culturale e con una corte splendida. Il papa riteneva infatti Cesare discendente illegittimo di Alfonso I, che aveva sposato prima Anna Sforza e poi, morta questa, Lucrezia Borgia e aveva avuto quattro figli, due legittimi: Ercole II che gli successe e Ippolito II cardinale e due da Laura Dianti che, con scarsa fantasia, aveva chiamato Alfonso e Alfonsino. Le cronache del tempo narrano che Alfonso I "per soddisfare la sua esuberanza.... si provvide di una concubina" Laura Dianti, figlia di un berrettaio di Ferrara, che sposò poi poco prima di morire e alla quale donò la Delizia del Verginese e assegnò al figlio Alfonso il territorio di Montecchio, elevato a marchesato dall'imperatore Ferdinando. Alfonso sposò Giulia della Rovere figlia del duca di Urbino e da questo matrimonio nacque Cesare, che il papa non volle ritenere discendente legittimo degli Estensi, appellandosi ad una bolla papale di Pio V che escludeva dalle successioni nei feudi pontifici i discendenti illegittimi. Clemente VIII scomunicò Cesare quando si proclamò duca e inviò le sue truppe comandate dal nipote cardinale Aldobrandini a Faenza ai confini del ducato. A Cesare di animo mite, tradito anche dagli alleati sui quali aveva contato, non restò che cedere. Il ducato si ridusse alle due sole province di Modena e Reggio, feudi imperiali e non pontifici, con Modena capitale preferita a Reggio dal nuovo duca.
Vicende belliche successive fecero acquisire agli Este la sovranità sul Ducato della Mirandola, il Principato di Correggio e la Contea di Novellara, in precedenza stati autonomi. Dagli inizi del XV secolo era entrata a far parte del ducato anche la Garfagnana.
Nel 1796 il ducato venne occupato da Napoleone e divenne parte della Repubblica Cispadana. Con il Congresso di Vienna il ducato passò a Francesco IV Asburgo Este, che ereditò dalla madre anche i territori del Ducato di Massa e Carrara ottenendo lo sbocco sul mare. Con un trattato pacifico, nel 1847 al Ducato fu incorporata la provincia di Guastalla, prima appartenente al Ducato di Parma e Piacenza, e si arrivò quindi alla massima espansione territoriale.
Il suo territorio, assieme a Parma e alla Toscana, divenne parte delle province unite dell'Italia centrale annesse al Regno di Sardegna dal 1860.
Carlo Emanuele I, duca dal 1580 al 1630, ebbe buon gioco a cercare di estendere il ducato a scapito delle signorie di Monferrato e del territorio di Saluzzo, caduto alla Francia, che annesse nel 1601 con il Trattato di Lione.
Vittorio Amedeo II di Savoia, che all'inizio del suo governo si legò alla Francia, militando nella prima fase della Guerra di Successione Spagnola a fianco di Luigi XIV, cambiando fronte di alleanze seppe tenere testa all'invasione francese del Piemonte e sconfiggere a Torino le truppe del marchese della Fouillade. A termine della guerra di successione spagnola, nel 1713 Vittorio Amedeo II ottenne la corona di Sicilia commutata poi nel 1720 con quella di Sardegna.
La gravità della situazione e la distanza del governo bizantino portarono tra l'851 e l'864 i luogotenenti che governavano le quattro Partes ad organizzarsi autonomamente. Ciascuno di loro si nominò Judex: sono i re giudici dei quattro giudicati. Sull'antica suddivisione amministrativa e territoriale romano orientale si formarono così i Giudicati di Calari, Arborea, Torres (o Logudoro) e Gallura che divennero in pratica regni indipendenti uno dall'altro.
Le caratteristiche principali dei regni giudicali erano la loro natura superpersonale e la loro organizzazione amministrativa. Fondendo tradizioni autoctone (usi ed istituti di presumibile derivazione dalla civiltà nuragica) ed istituti giuridici romano-orientali, i quattro giudicati si discostavano dai contemporanei regni medievali in quanto non sottoposti ad un regime privatistico, secondo la tradizione barbarico-feudale. I Giudicati erano retti da una particolare forma di monarchia, mista tra quella ereditaria e quella elettiva, per cui i monarchi venivano generalmente scelti nella famiglia del defunto Giudice secondo le proprie regole di successione, ma la loro scelta veniva formalmente effettuata dalla Corona de Logu, il Parlamento giudicale. Il re governava sulla base di un patto col popolo (cosiddetto "bannus-consensus"), venuto meno il quale il sovrano poteva essere detronizzato ed anche ucciso legittimamente dal popolo medesimo, senza che questo incidesse sulla trasmissione ereditaria del titolo all'interno della dinastia regnante.
Il Giudicato di Calari (o Cagliari), che si estendeva sul territorio corrispondente a quello delle odierne province sarde di Cagliari, di Carbonia-Iglesias e d'Ogliastra, ebbe buoni rapporti con Pisa, fino all'improvviso mutamento politico che portò la repubblica marinara toscana ad attaccare a sorpresa il giudicato e conquistarlo senza grossa difficoltà (1258), ponendo fine alla sua storia.
Nel nord dell'isola si trovava il giudicato o regno di Torres (o Logudoro), con capitale Torres (l'attuale Porto Torres). Questo regno giudicale, di tradizione vicina a quella carolingia nei costumi e negli usi diplomatici, venne meno allorché la sua ultima regina, Adelasia, venne abbandonata dal legittimo consorte (Enzo di Sardegna, figlio di Federico II di Svevia), e lasciò il regno nelle mani rapaci dei suoi vassalli (1259). Il giudicato venne così suddiviso tra le potenti famiglie dei Doria e dei Malaspina, ma perse alcuni territori anche a favore del confinante giudicato di Arborea.
A nord est dell'isola era situato il piccolo giudicato di Gallura, per posizione e scarsità di risorse ben presto controllato da Pisa, che ne determinò l'estinzione grosso modo in contemporanea col giudicato di Calaris, incamerandone il territorio.
Il più longevo dei quattro fu il giudicato di Arborea. Prosperò sino al XIV secolo, allorché dovette affrontare le pretese sulla Sardegna del regno di Aragona, a cui il papa Bonifacio VIII aveva concesso una "licentia invadendi", la patente di conquista sull'isola. La lunga guerra che divise i due regni si prolungò fino al 1410, quando l'ultimo re di Arborea, Guglielmo III di Narbona, cedette quel che rimaneva dell'antico regno alla Corona aragonese per 100.000 fiorini d'oro.
Vittorio Amedeo II di Savoia, che all'inizio del suo governo si legò alla Francia, militando nella prima fase della Guerra di Successione Spagnola a fianco di Luigi XIV, cambiando fronte di alleanze seppe tenere testa all'invasione francese del Piemonte e sconfiggere a Torino le truppe del marchese della Fouillade. A termine della guerra di successione spagnola, nel 1713 Vittorio Amedeo II ottenne la corona di Sicilia commutata poi nel 1720 con quella di Sardegna.
Dopo la sua abdicazione (1730) gli succedette Carlo Emanuele III (1701 - 1773), re di Sardegna dal 1730, che portò i confini dello Stato sino al Ticino. Nel 1773 gli successe il nuovo re Vittorio Amedeo III (1726 - 1796).
Nel 1798, attaccato dall'Austria, dal Regno Unito e dalla Russia, Napoleone chiese l'alleanza del Regno di Sardegna che Carlo Emanuele IV, figlio di Vittorio Amedeo III, gli rifiutò. Allora fece invadere il Piemonte dal generale Joubert, e il 10 dicembre 1798 fu costituita la Repubblica Piemontese. I Savoia, con tutta la corte, lasciarono Torino e si trasferirono nel palazzo regio di Cagliari, che divenne allora anche capitale politica del Regno. Mentre Bonaparte era in Egitto, gli austro-russi sconfissero ripetutamente i francesi e il 20 giugno 1799 le truppe alleate riconquistarono Torino, ponendo fine alla Repubblica Piemontese e restaurando il trono di Carlo Emanuele IV. Rientrato in Francia, nel 1800, Napoleone scese nuovamente nella pianura padana valicando le Alpi. A Marengo, nello scontro decisivo, le truppe francesi prevalsero ed occuparono nuovamente Torino, destituendo il re ed instaurando la Repubblica Subalpina.
L'11 settembre 1802 il Piemonte fu annesso alla Francia ponendo fine alla Repubblica Subalpina. Dopo le folgoranti vittorie in Europa e dopo la disastrosa ritirata dalla Russia, Napoleone fu sconfitto dalla sesta coalizione nel 1813 e relegato nell'isola d'Elba il 6 aprile 1814. Il mese dopo, il 2 maggio 1814, Vittorio Emanuele I lasciava Cagliari e partiva per Torino, dove il 19 entrava trionfante accolto dalla popolazione. Con il trattato di Parigi del 30 maggio 1814, fu ripristinato il potere dei Savoia ed il 4 gennaio 1815 con il congresso di Vienna, fù annessa al regno di Sardegna la Liguria, assumendo la funzione di Stato cuscinetto nei confronti della Francia. Vittorio Emanuele I ed il suo successore Carlo Felice di Savoia erano fratelli dell'abdicatario Carlo Emanuele IV. Vittorio Emanuele I ebbe un solo figlio maschio, Carlo Emanuele, morto di vaiolo all'età di due anni oltre ad alcune figlie femmine escluse dalla successione al trono così come prevedeva la legge salica. Carlo Felice, invece, non ebbe figli. La successione a Casa Savoia, dunque, divenne un affare in cui l'Austria vedeva la possibilità di imporre il proprio potere anche su queste terre se mai Vittorio Emanuele I avesse scelto come suo successore il principe Francesco IV d'Este, imparentato con gli Asburgo. Non fu così, scelse invece Carlo Alberto, del ramo Savoia-Carignano, che divenne re nel 1831.