Ex-Jugoslavia

Il regno di Macedonia / Dal VI secolo ai turchi / Sloveni e croati / Il regno di Jugoslavia / Fiume: Reggenza italiana del Carnaro e Stato Libero / La repubblica federale di Jugoslavia / Formazioni degli satti nazionali in Jugoslavia / La crisi del Kosovo / Fine della federazione tra Serbia e Montenegrojugoslavia

Il regno macedone

I sovrani macedoni, predecessori di Alessandro Magno come re della Macedonia, sono: Perdicca I; Argeo; Filippo I; Atropo; Asceta; Aminta I; Alessandro I, detto Filelleno; Perdicca II; Achelao (413 - 399 a.C.); Aminta III (392 - 370 a.C.); Alessandro II (370 - 368 a.C.), figlio maggiore di Aminta III, fu assassinato dal cognato Tolomeo; Tolomeo di Arolos (368 a.C. -365 a.C.), cognato di Alessandro II, fu reggente per tre anni detenendo di fatto il potere; Perdicca III (368 - 360 a.C.), secondo figlio di Aminta III, per i primi tre anni sotto la reggenza di Tolomeo, che aveva stretto alleanza con Tebe. Il re si liberò poi del reggente cercando inizialmente la protezione di Atene; Aminta IV (356 a.C.) e Filippo II, terzo figlio di Aminta III, alla morte del fratello Perdicca III nel 360 a.C., assume il potere come tutore del nipote Aminta. Solo a partire dal 356 o 354 a.C. viene riconosciuto re. Viene assassinato nel 336 a.C.. Riorganizza lo stato e l'esercito ed intervenendo nelle lotte tra le città greche riesce ad imporre su di esse l'egemonia macedone. Alla sua morte stava preparando la lotta contro l'impero persiano.
Alessandro era figlio del re Filippo II di Macedonia e della sua seconda o terza moglie, Olimpiade. All'epoca della nascita di Alessandro sia la Macedonia che l'Epiro erano considerati stati semibarbari, alla periferia settentrionale del mondo greco. Filippo volle dare al figlio un'educazione greca e scelse come suo maestro nel 343 a.C. il filosofo Aristotele, che lo educò come un vero greco, insegnandogli la scienza e l'arte, gli preparò appositamente un'edizione annotata dell'Iliade e gli restò legato, come amico e confidente, per tutta la vita. Nel 340 a.C., a soli sedici anni, durante una spedizione del padre contro Bisanzio gli fu affidata la reggenza in Macedonia. Nel 338 a.C. Alessandro guidò la cavalleria macedone nella battaglia di Cheronea. Nel 336 a.C. Filippo venne assassinato durante le nozze della figlia Cleopatra con il re Alessandro I d'Epiro, da un ufficiale della sua guardia, di nome Pausania. Dopo la morte di Filippo, Alessandro, all'età di 20 anni, fu acclamato re. Consolidato il suo potere in Macedonia, egli cominciò ad espandere la propria autorità nei balcani cominciando dai Greci. Arrivato a Larissa, egli ribadì ai tessali le proprie buone intenzioni nei loro confronti, cioè come prottetore nei confronti dei Persiani. A un'assemblea della Lega Tessalica, Alessandro fu eletto capo, gli fu affidata l'amministrazione delle entrate e gli fu promesso l'appoggio nella Lega Ellenica. Successivamente gli stati greci nella Lega di Corinto, eccetto Sparta, proclamarono Alessandro comandante, delle loro forze contro la Persia. Nel 334 a.C. Alessandro, dopo aver consolidato la sua posizione in Grecia e Macedonia (dopo la morte del padre Filippo) e dopo aver lasciato Antipatro come suo rappresentante in patria, sbarcò in Asia Minore con un esercito di circa 35.000 uomini. Il nucleo era formato dall'esercito macedone, rafforzato dagli scarsi contingenti provenienti dalle città greche. Nel maggio del 334, presso il fiume Granico, vicino al sito della leggendaria Troia (sulla strada da Abido a Dascylium, vicino all'odierna Ergili), si svolse il primo contatto tra gli eserciti. La tattica di Alessandro era chiara: aprire dei varchi nella fanteria nemica, lasciando poi spazio alla cavalleria per spezzare l'esercito persiano (che era disposto lungo le ripide rive del fiume), permettendo alla falange macedone di caricare con le sarisse e porre fine alla battaglia. Molti dei nobili e generali persiani persero la vita nello scontro, tra di essi Farnace, il cognato di Dario. Solo 2.000 dei 20.000 mercenari greci agli ordini di Memnone furono risparmiati e mandati ai lavori forzati nelle miniere del Pangeo. L'Asia Minore era aperta alla conquista macedone: Tutte le città greche della costa salutavano in Alessandro il restitutore della libertà, mentre i regimi oligarchici, fedeli alla corte persiana, erano rimpiazzati da istituzioni democratiche ed entravano nella Lega di Corinto. Nella primavera del 333 a.C., morto il generale Memnone, e riunitosi con il grosso dell'esercito, Alessandro si accinse ad entrare in Siria. Il re persiano Dario III aveva radunato un esercito numeroso, tre o quattro volte superiore a quello greco, che aveva preso posizione nella pianura all'uscita dei passi montani delle "porte siriache" e i due eserciti si fronteggiarono per qualche tempo. A novembre, infine, il re persiano, temendo che l'inverno lo costringesse a ritirarsi nei quartieri invernali senza aver fermato Alessandro, e fiducioso della superiorità numerica del suo esercito, si spostò alle spalle dell'esercito macedone, nella pianura costiera di Isso, l'odierna Dörtyo. La scelta strategica di Dario non fu ottimale poiché non più di 60.000 poterono essere schierati nella ristretta pianura chiusa tra i monti del Tauro e il mare. Appena Alessandro caricò con la cavalleria leggera sull'ala sinistra, dove si trovava Dario con la sua guardia personale, il re persiano si diede alla fuga, compromettendo irrimediabilmente l'esito della battaglia (che pure stava volgendo a favore dei Persiani in altri punti). La battaglia si concluse con una completa disfatta dell'esercito persiano e vennero presi oltre ad un immenso bottino anche la madre, la moglie, due figlie e un figlio di Dario. Il Grande Re perse le sue migliori truppe, quasi tutti i più validi ufficiali del suo esercito e soprattutto il proprio prestigio di condottiero, distrutto dalla sua precipitosa fuga davanti al nemico. Invece di proseguire immediatamente verso l'Asia, Alessandro preferì entrare nella provincia ex-perisna dell’Egitto al fine di coprire le spalle al suo esercito prima della spedizione successiva. Nella primavera del 331 a.C. Alessandro riprese la marcia verso oriente, dove Dario aveva raccolto un esercito nelle pianure dell'Assiria, nelle quali avrebbe meglio potuto sfruttare la propria superiorità numerica. L'esercito greco-macedone passò indisturbato prima l'Eufrate e quindi il Tigri. Il contatto con l'esercito di Dario avvenne il 20 settembre presso il villaggio di Gaugamela, non lontano dalle rovine di Ninive. La battaglia fu di vitale importanza per Alessandro. Il mito racconta che il macedone avesse solo 30000 fanti e 3000 cavalieri contro da a 1 milione di persiani. Per evitare di essere aggirato da un esercito tanto più numeroso del suo e disteso su un fronte lunghissimo, aveva schierato appositamente una seconda linea dietro il fronte di battaglia. La vittoria fu decisa dall'attacco della cavalleria all'ala destra, guidata dallo stesso re macedone, mentre il generale Parmenione teneva fronte sul lato opposto alla cavalleria nemica. Dopo aver preparato un nuovo esercito con truppe in gran parte asiatiche (solo gli ufficiali e i comandanti erano tutti greci o macedoni), nell'estate del 327 a.C. Alessandro varca i confini dello stato ex-persiano presso l'odierna Kabul, accolto come alleato dal re di Tassila e arriva all'Indo nel 326 a.C. Sconfisse quindi nella battaglia dell'Idaspe il re Poro (Purushotthama o Paurava) che cadde suo prigioniero. Il re macedone fondò quindi le colonie di Nicea e di Bucefala. Una misteriosa malattia lo colse tuttavia durante i preparativi del ritorno in Macedonia, portandolo alla morte il 10 giugno del 323 a.C., al tramonto. Così morì Alessandro, a quasi trentatré anni, nel tredicesimo anno del suo regno.
Subito dopo la sua morte l'esercito proclamò re il figlio avuto dalla moglie Rossane, Alessandro e il fratellastro Filippo Arrideo. Poiché tuttavia il primo era ancora in fasce e il secondo era infermo di mente, i comandanti del suo esercito - i Diadochi - elessero tra loro un reggente, Perdicca, che fu formalmente accettato dall'assemblea dei soldati. Nel 322 a.C. tuttavia Perdicca venne a conflitto con Tolomeo, uno dei diadochi e satrapo d'Egitto e mosse contro questi, ma durante la spedizione rimase ucciso. Successivamente i diadochi elessero come reggente Antipatro che tuttavia non fu accettato da tutti. Ne nacque una guerra civile nel corso della quale trovarono via via la morte i familiari ancora in vita di Alessandro, tra cui i due figli, la moglie Rossane, la madre Olimpiade, la sorella Cleopatra e la sorellastra Euridice e il fratellastro Filippo.
Cassandro (ca. 350 a.C. - 297 a.C.), figlio maggiore di Antipatro, appare per la prima volta alla corte di Alessandro Magno a Babilonia, dove difende il padre contro le accuse dei suoi nemici. Cassandro era già legato alla famiglia reale grazie al matrimonio con Tessalonica, la sorellastra maggiore di Alessandro Magno, e avendo stretto alleanza con Seleuco I, Tolomeo e Lisimaco contro Antigono divenne, con la sconfitta e la morte di questi attorno al 301 a.C., sovrano incontrastato di Macedonia. Cassandro morì di edema nel 297 a.C. Succedettero a Cassandro: Olimpiade (317–316); Cassandro (316-298); Filippo IV (297) e Antipatro e Alessandro (297-294).
La dinastia antigonide fu una dinastia di re macedoni, il cui capostipite fu il generale di Alessandro Magno Antigono I Monoftalmo, che creò, in linea con gli altri diadochi, un regno indipendente nei suoi territori dell’Asia occidentale. I suoi tentativi di ottenere il controllo dell'impero di Alessandro lo portarono alla sconfitta ed alla morte nella battaglia di Ipso nel 301 a.C.. Il figlio di Antigono Demetrio I Poliorcete sopravvisse alla battaglia e in breve prese possesso della Grecia e della Macedonia.
Suoi successori saranno: Antigono II Gonata (276 a.C.-239 a.C.); Demetrio II Etolico (239 a.C.-229 a.C.); Antigono III Dosone (229 a.C. - 221 a.C.); Filippo V (221 a.C.-179 a.C.) e Perseo (179 a.C.-168 a.C.). La dinastia antigonide ebbe fine quando il dominio dell'area passò nelle mani di Roma dopo la battaglia di Pidna del 168 a.C.

Concesso da www.wikipedia.org

 

Dal VI secolo ai turchi

Nel sesto secolo d. C., quando gli slavi si insediarono nei Balcani, vi trovarono già una frontiera antica di due secoli: quella fra l'impero d'Oriente e d'Occidente, che non era solo amministrativa, ma anche culturale e religiosa, dato che separava le due grandi sfere di influenza, esistenti nell'Europa contemporanea, i cui centri erano Roma e Bisanzio. I popoli slavi, che si insediarono ad occidente di quella linea, i croati e gli sloveni, accettarono il cristianesimo nella sua variante romana, inserendosi nella cultura dell'Europa occidentale. I serbi, i montenegrini, i macedoni, i bulgari, insediati ad oriente, furono attratti invece nella cerchia culturale di Costantinopoli e della chiesa ortodossa. Da ciò non solo due modi diversi di pregare e di scrivere, di celebrare i momenti fondamentali della vita, ma anche due modi diversi di pensare e di essere. Questa divisione fu ribadita dallo scisma del 1054, che segnò la definitiva separazione tra Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli. La separazione fra i fedeli di Roma (polacchi, cechi, slovacchi, croati e sloveni) e quelli di Bisanzio (russi, bulgari e serbi) fu ulteriormente accentuata dall'uso dall'uso di alfabeti diversi (latino per i cattolici, cirillico per gli ortodossi.
Su questa diversità fondamentale, nel XIV e XV secolo si impose anche la cultura islamica, che i turchi portarono nei Balcani nel corso della loro avanzata verso l'Europa centrale. Si trattò di una esperienza traumatica per gli slavi meridionali, soprattutto per i serbi, vinti dalle forze ottomane nella battaglia di Kossovo, il giorno di S. Vito, il 28 giugno 1389." La nobiltà serba venne sterminata, la Serbia (che si era liberata dal rapporto di subordinazione nei confronti di Bisanzio già nel XIII secolo e che aveva raggiunto la sua massima espansione tra il 1331-55 con il re Stefano IX Dusan, portatore del progetto imperiale della grande Serbia, che lo condusse ad estendere i suoi domini fino ad includere la Macedonia, l'Albania e l'Epiro) diventò vassallo dei Turchi nel 1396 e venne assoggettata completamente all'impero ottomano nel 1459.Quella sconfitta, nel secolo successivo portò i serbi sotto il dominio turco, spingendo così coloro che potevano sottrarsi alla schiavitù a cercar scampo fuori dalla propria patria ciò disperse consistenti nuclei di serbi un po' dappertutto nell'area danubiano-adriatica. In Bosnia, invece, una parte consistente della popolazione si convertì all'islam, complicando ancora la struttura etnico-religiosa di quella terra, dove vivevano da secoli anche comunità serbo-ortodosse e croate, cioè cattoliche.

Concesso da Storia: Fatti e misfatti

 

Sloveni e croati

Diversa fu intanto l'esperienza storica degli sloveni e dei croati. Gli sloveni, che riuscirono a creare nell'VIII secolo un proprio principato indipendente, caddero già all'inizio del IX secolo sotto il dominio dei franchi, per entrare successivamente nell'orbita della casa d'Asburgo. Divisi in ben sei contee e principati, privi di una nobiltà propria, essi quasi scomparvero dalla scena storica, conservando la lingua come unica loro identità. I croati, invece, costituirono già nel X secolo un regno abbastanza potente, che nel XII si unì, per vicende dinastiche, alla corona d'Ungheria pur conservando la propria individualità storica. All'inizio del Cinquecento, insieme con gli ungheresi, essi riconobbero il dominio degli Asburgo, che erano l'unica potenza capace in questa parte d'Europa di tenere testa ai turchi. La casa d'Asburgo assorbì dunque nei suoi possessi anche una parte delle terre croate, garantendone gli antichi privilegi e impegnandosi a difenderle.
Il territorio delle Province Illiriche venne creato per effetto del decreto del 14 ottobre 1809, quando l'Impero d'Austria fu costretto a cedere la Carinzia, la Carniola, la Croazia a sud-est del fiume Sava, Gorizia e Trieste all'Impero Francese, a seguito della battaglia di Wagram e del conseguente trattato di pace di Schönbrunn. Tutti questi territori strappati all'Austria, unitamente a quelli dell'ex Repubblica di Ragusa (occupata dalla Francia dal 1808) e della Dalmazia ed Istria già venete (incorporate nel Regno d'Italia napoleonico dal 1805), andarono a confluire nella nuova unità amministrativa delle Province Illiriche, che nel nome riprendeva l'antica Illiria o provincia romana dell'Illyricum. Nell'agosto 1813, l'Austria dichiarò guerra alla Francia e le truppe austriache, comandate dal generale Franz Tomassich, invasero le Province Illiriche. A Ragusa un'insurrezione cacciò i francesi dalla città nella speranza di ricostituire l'antica repubblica, ma la città fu occupata dalle truppe austriache il 20 settembre 1813. Il Congresso di Vienna del 1815 confermò la sovranità austriaca sulle Province Illiriche, che non furono più ricostituite. Il nome fu però ripreso nel Regno d'Illiria, un'unità amministrativa dell'Impero d'Austria che sopravvisse sino al 1849.
La Serbia insorge contro i turchi in due riprese: la prima (1805-1813) e la seconda (1815-17) guerra d'indipendenza conducono al trattato di Adrianopoli (1829) che sancisce l'autonomia della Serbia, la quale rivendicherà poi il ruolo di stato guida della riscossa nazionale jugoslava. In seguito l'impero ottomano dovette concedere l'indipendenza alla Grecia (1830).

Concesso da Storia: Fatti e misfatti e www.cronologia.it

 

Il regno di Jugoslavia

Nel 1908 l'Austria trasformò in annessione "l'amministrazione temporanea" della Bosnia e dell'Erzegovina. L'azione dell'Austria ebbe come contraccolpo un aumento di tensione nei rapporti con la Serbia - che aspirava ad annettersi le due regioni, abitate dagli "slavi del sud"- e, conseguentemente, con la Russia, sua protettrice. Fu questa aspirazione, che vedeva nell'Austria-Ungheria il nemico peggiore, a muovere Gavrilo Princip, il 28 giugno 1914, all'attentato contro l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Asburgo. L'assassinio di Francesco Ferdinando fu la scintilla che fece scoppiare la Prima Guerra mondiale: l'Austria, la Germania e poi la Turchia scesero in campo contro la Serbia, mentre con quest'ultima si schierarono la Russia, la Francia, l'Inghilterra e poi il Giappone, l'Italia e gli Stati Uniti.
Il 10 luglio 1917 fu firmato l'accordo di Corfù fra il Comitato jugoslavo, guidato da Frano Supilo (rappresentante del comitato composto prevalentemente da croati e sloveni) e il capo del governo serbo, Pasic, che poneva le basi per la nascita della Jugoslavia. Il leader serbo rifiutò l'uso della parola "jugoslavo" all'interno della dichiarazione, perché altrimenti avrebbe pregiudicato l'individualità della Serbia. Tuttavia, poichè la Serbia si trovava in un momento di grande difficoltà a causa della sconfitta militare e per la caduta dello zarismo - suo principale sostenitore - acconsentì ad alcune richieste del Comitato. L'accordo stabilì che serbi, croati e sloveni si sarebbero riuniti sotto la dinastia serba dei Karadjordjevic in uno stato democratico e parlamentare, nel quale sarebbero state rispettate le peculiarità nazionali dei singoli popoli. Si rimandava però alla fine della guerra la formazione di un'assemblea costituente e soprattutto la discussione sul futuro assetto statuale, centralista o federale.
Il Regno di serbi, croati e sloveni fu proclamato ufficialmente il 1 dicembre 1918; furono aggregati territori provenienti dall'Impero austriaco (Slovenia, Crozia, Bosnia), altri già sottoposti alla dominazione ottomana (Macedonia e parte dell'attuale Serbia) e i regni indipendenti della Serbia e del Montenegro. Tuttavia il nuovo stato unitario nasceva già con un problema d'origine riassumibile in un dissidio fondamentale tra croati federalisti e propugnatori di uno stato slavo-meridionale che garantisse piena parità di diritti fra le sue vari stirpi e serbi centralizzatori che vedevano l'unificazione prevalentemente come ingrandimenti della stessa Serbia.
Iniziava un lungo periodo di tensione in cui le questioni nazionali s'intrecciavano con la lotta ideologica e politica: di fronte al fallimento di ogni tentativo di mediazione il conflitto sempre più aperto fra serbi e croati (culminato nell'uccisone, ad opera di un nazionalista serbo, del leader contadino croato Radic) fu "risolto", nel gennaio 1929, dal colpo di stato del re Alessandro I, che sciolse il Parlamento e instaurò una dittatura personale. Egli impose allo stato un nuovo nome, Jugoslavia. Tutti i simboli, le bandiere e gli stemmi tradizionali furono aboliti e sostituiti con quelli jugoslavi; tutto quel che ricordava le diversità delle tre tribù da un giorno all'altro venne proibito. In queste condizioni si arrivò all'omicidio di Alessandro I, a Marsiglia nel 1934, ad opera di sicari del movimento nazionalista croato, attentato organizzato - verosimilmente- con l'aiuto del governo italiano. Gli succedette formalmente il principe Pietro, di soli 11 anni, anche se il potere passò di fatto nelle mani di Paolo, fratello di Alessandro. Costui strinse nel 1939 un patto con i croati, a cui concesse una forte autonomia, anche se era troppo tardi perchè la seconda guerra mondiale era ormai alle porte.
Nel 1941 il reggente si risolse a firmare il Patto tripartitico e ad avvicinarsi ad Hitler, nonostante il consiglio della corona fosse spaccato in due: sloveni e croati ritenevano fosse necessario firmare il patto, perchè in caso contrario le truppe tedesche avrebbero invaso il paese; la maggior parte dei serbi voleva invece resistere all'aggressione. Un colpo di stato promosso da ufficiali politicamente vicini alla Gran Bretagna rovesciò il governo e la reggenza, proclamando la maggiore età del diciassettenne Pietro II. Subito dopo, le truppe dell'Asse invasero il paese e lo smembrarono.
La Slovenia fu divisa fra Italia, Germania ed Ungheria, la Croazia ebbe una sorte completamente diversa. Essa ottenne infatti, almeno sulla carta, quella sovranità per la quale i suoi uomini politici avevano così caparbiamente lottato negli ultimi anni. Il 10 aprile 1941 un esponente degli ustascia, Slavko Kvaternik, proclamò a Zagabria, occupata da truppe tedesche, lo Stato indipendente croato. Tale annuncio, fatto in un momento in cui Ante Pavelic, il poglavnik, cioè il duce, era ancora in Italia, era assai eloquente: esso lasciava intendere non solo che la nuova entità statale sarebbe stata una marionetta, ma anche che sarebbe stata manovrata da Hitler e Mussolini, in competizione fra loro per assicurarsene il completo dominio. Non tutto il territorio storico della Croazia venne riunito sotto il dominio degli ustascia. Gli italiani cedettero la Bosnia-Erzegovina, ma reclamarono buona parte della Dalmazia. Fra i due stati vennero stipulati accordi su un' unione doganale e monetaria e sull' ascesa al trono di Croazia di un principe di casa Savoia, Aimone d'Aosta, che peraltro non mise mai piede nel suo regno. Gli ustascia s'impegnarono subito in una spietata "rivoluzione razziale" contro gli ebrei, gli zingari, ma soprattutto i serbi, che costituivano più del 30% dell'intera popolazione del nuovo stato. Mentre i musulmani bosniaci venivano considerati da Pavelic di "purissimo sangue croato", e trattati di conseguenza, per i serbi fu varato un complesso piano di eliminazione, che prevedeva il massacro di una parte di essi, la deportazione dei sopravvissuti o la loro forzata conversione al cattolicesimo. Tali propositi furono subito messi in pratica (le cifre relative all'olocausto oscillano a seconda delle simpatie politiche degli storici da 30.000 a 1.000.000 e passa), senza che la chiesa cattolica riuscisse a prendere, se non troppo tardi, le debite distanze. Questa esperienza ebbe effetti traumatici sulla coscienza e sull'identità serba e anche negli anni successivi continuò ad influenzarne le percezioni politiche.
La Serbia perse tutti i suoi territori periferici (annessi all'Ungheria, alla Bulgaria, all'Albania, che faceva parte dell'impero italiano); ridotta ai confini antecedenti le guerre balcaniche essa rimase sotto il controllo totale della Germania e del governo collaborazionista serbo con a capo il generale Milan Nedic. Le persecuzioni scatenate contro i serbi non soltanto dagli ustascia, ma anche dagli ungheresi della Vojvodina, dai musulmani nella Bosnia-Erzegovina, dagli albanesi nel Kosovo, causarono un'immensa ondata di profughi, che si riversarono verso quanto rimaneva della Serbia, o, in parte, si diedero alla macchia, cercando di organizzare bande armate per opporsi ai loro persecutori. Contemporaneamente comincia ad agitarsi il PCI. Nel 1939 diviene capo del partito Josip Broz, detto Tito, che successivamente organizzerà la resistenza contro l'occupazione nazi-fascista.
Tito si pose a capo di un'ampia coalizione al cui interno erano rappresentati serbi e non serbi, su base paritaria.

Concesso da Storia: Fatti e misfatti

 

Fiume: Reggenza italiana del Carnaro e Stato Libero

Con la fine della prima guerra mondiale, la città di Fiume - precedentemente parte del Regno d'Ungheria ma abitata prevalentemente da italiani e croati - divenne ben presto oggetto di contesa tra le due nazionalità: due Consigli Nazionali proclamarono rispettivamente l'annessione al Regno d'Italia e al neocostituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Alla Conferenza di pace di Parigi (1919) venne dibattuto il futuro della città di Fiume. Gli jugoslavi rivendicarono per sé l'Istria, la Dalmazia e la Venezia Giulia comprese Gorizia e Trieste, ottenendo l'aperto appoggio del presidente statunitense Wilson. I plenipotenziari italiani a Parigi, guidati dal presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, obiettarono che tali territori erano stati promessi all'Italia in virtù del Patto di Londra ed anzi rivendicarono ufficialmente anche Fiume basandosi su criteri etnico-linguistici (la maggioranza dei fiumani parlava un particolare dialetto veneto). Tale mossa si rivelò un passo falso: la posizione negoziale italiana finì coll'indebolirsi, in quanto Fiume non era compresa nei già generosi compensi territoriali del Patto di Londra, e l'Italia fu accusata di imperialismo. Alla ferma opposizione di Wilson, che avanzò invece la proposta di ergere la città a stato libero, il 24 aprile 1919 Orlando rispose col clamoroso abbandono della Conferenza di pace. Le trattative furono riprese qualche settimana dopo, ma oramai la posizione italiana era compromessa e, su pressione delle altre potenze dell'Intesa, Orlando rinunciò a Fiume (che sarebbe dovuta diventare una libera città-stato) ed a gran parte della Dalmazia. Ne seguì una crisi di governo in Italia, in cui Orlando fu sostituito da Francesco Saverio Nitti e additato come responsabile della "vittoria mutilata".
In questo frangente fu decisivo l'intervento di D'Annunzio, che prese l'iniziativa e si mise a capo di un gruppo di 2.600 nazionalisti irregolari a Ronchi, vicino a Monfalcone. In una marcia di circa 70 km, il Vate guidò i suoi "legionari" fino a Fiume, prendendone il possesso il 12 settembre 1919 in vista dell'annessione al Regno d'Italia, mentre le forze di occupazione franco-anglo-americane preferirono astenersi da interventi armati. Complice la diffusa situazione di incertezza sia in Italia (caduta del governo Nitti, maggio 1920) che all'estero, l'occupazione di Fiume proseguì per mesi e l'8 settembre 1920 D'Annunzio istituì la Reggenza Italiana del Carnaro, dotandola una costituzione; allo stesso tempo si pose a capo del nuovo governo, proclamandosi Duce. Di fronte alla proclamazione dello stato corporativo dannunziano vennero intavolate dirette trattative diplomatiche tra i due regni di Italia e Jugoslavia al fine di trovare un accordo sui confini e di regolare la questione fiumana.
Il 12 novembre 1920 il Regno d'Italia e il Regno di Jugoslavia firmano il trattato di Rapallo, con il quale ambedue le parti riconoscono la totale indipendenza dello Stato di Fiume e promisero di rispettarla. Con tale atto viene fondato lo Stato Libero di Fiume, il quale esisterà de facto un anno e de iure quattro anni. Il nuovo Stato viene subito riconosciuto da tutti i principali Paesi, inclusi gli Stati Uniti d'America, la Francia e il Regno Unito. D'Annunzio non accetta tale trattato e viene cacciato dalla città dalle forze militari regolari italiane (Natale di sangue 24-30 dicembre 1920). Con un colpo di mano, nel 1922, il governo italiano annette, di fatto, Fiume; il governo legale scappa a Porto Re (Kraljevica). Con il trattato di Roma (1924), il Regno di Jugoslavia accetta l'annessione di Fiume all'Italia (in realtà il territorio viene diviso tra i due Paesi: il piccolo entroterra con alcune periferie, la parte nuova del porto ossia Porto Barros e le acque del Fiume Eneo, cioè l'intero alveo e il delta, sono annessi dal Regno SHS), mentre il governo dello Stato Libero di Fiume considera tale atto giuridicamente inaccettabile e continua a operare in esilio. All'autonomia della città si oppone la lega comunista jugoslava, che il 3 maggio 1945 libera la città dall'occupazione tedesca, di fatto imponendo però sin da subito una nuova occupazione. I primi giorni del nuovo governo vengono contrassegnati da fucilazioni di massa degli attivisti del Movimento Autonomista, nonostante dal 1943 essi sostenessero finanziariamente il movimento antifascista. Con i trattati di Parigi (1947), Fiume e l'Istria vengono annessi alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Concesso da www.wikipedia.org

 

La repubblica federale di Jugoslavia

Tito condusse la guerra di liberazione e si trovò alla fine della guerra alla guida del Paese, che trasformò in "Repubblica Popolare e federale", uno Stato socialista e federale, costituito cioè da repubbliche indipendenti ma legate tra loro in un'unica formazione politica. Egli affermò l'esigenza di conquistare "libertà, uguali diritti e fratellanza per tutti i popoli della Jugoslavia". E' sintomatico che il parlamento provvisorio convocato nell'agosto del '45 votò alcune leggi fondamentali tra le quali assume un'importanza fondamentale quella sugli "Atti contro il popolo e lo stato" che minacciava pene severissime per ogni propaganda di carattere etnico. Il concetto di "fratellanza ed unità" sembrava dunque trionfare un'altra volta non per germinazione spontanea, ma per imposizione dall' alto. Lo stato fu organizzato in senso federale con cinque repubbliche "nazionali", Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia e Montenegro; a queste fu aggiunta, tenendo in debito conto la sua forte popolazione musulmana e croata, anche la Bosnia-Erzegovina, sebbene i serbi aspirassero ad annettersela quale compenso per il riconoscimento della nazione montenegrina e macedone. La ristrutturazione dello Stato andava così soprattutto a svantaggio dei serbi, che tornarono ad essere divisi da frontiere amministrative, e si trovarono ad essere "minoranza" in Croazia e in Macedonia, perdendo inoltre il controllo sul Montenegro. Ad essi fu imposto, in nome della pace etnica, anche un altro sacrificio: la mistilingue Vojvodina, infatti, venne proclamata provincia autonoma nell' ambito della repubblica serba, mentre al Kosovo ribelle venne riconosciuto lo status di circoscrizione autonoma, con prerogative più limitate. Ma né questa formula rituale né i continui richiami a "unità e fratellanza", potevano nascondere il fatto che la nuova realtà socialista, nonostante il conclamato federalismo, era fortemente centralizzata, e che il nucleo serbo-montenegrino - avendo dato la sua impronta alla lotta di Liberazione - era in grado di imporre un'altra volta il proprio modello di civiltà a quello sloveno - croato. E' vero che ai massimi livelli gli esponenti di questi due gruppi etnici erano rappresentati in modo più che soddisfacente, ma è anche vero che le leve del potere erano manovrate pur sempre dai serbi, riconosciuti, in certo qual modo, come i russi nell'Unione sovietica, quale nazione guida dello Stato.
Il principale organo esecutivo era il governo federale, accanto al quale venne prevista una presidenza, che aveva il diritto di interpretare e sanzionare le leggi e di emanare decreti. Il parlamento, diviso in due camere, quella federale e quella delle nazionalità, doveva riunirsi solo due volte all'anno. Esso era in pratica privo di poteri, e incaricato di ratificare le leggi presentate dal governo e i decreti emanati dalle presidenza. La costituzione limitava al massimo la proprietà privata e proclamava quella pubblica fondamento dell'economia nazionale. La nazionalizzazione e il sequestro di miniere, banche, società di assicurazioni, ferrovie, industrie e imprese commerciali si svolse in quegli anni a ritmo accelerato. Un'altra caratteristica che improntò il nuovo stato fu l'indipendenza da Mosca. Tito, forte del prestigio acquisito durante la guerra di liberazione, mantenne infatti una linea di autonomia dall'Urss, rifiutando, nonostante le pressioni esercitate da Stalin nel 1948, un'integrazione nel blocco orientale. Lo "scisma" di Tito, duramente condannato da Stalin, consentì negli anni successivi alla Jugoslavia di tentare la costruzione di una forma originale di socialismo e di assumere una posizione di "non allineamento" nel panorama politico internazionale.
Le sei repubbliche della federazione già dal 1968 disponevano di un proprio esercito (le milizie nazionali) che si affiancava all'esercito federale ma non dipendeva da esso. Le milizie nazionali furono volute da Tito quando egli, a seguito dell'invasione della Cecoslovacchia, temendo medesima sorte per la Jugoslavia, volle dotare il Paese di una struttura difensiva di tipo partigiano ed autosufficiente.
Quando Tito morì, nel 1980, gli elementi della crisi profonda del Paese erano già tutti presenti e la coesione della federazione si incrinò; il vecchio padre della patria era spesso riuscito a mascherare o a ricomporre gli aspetti più dirompenti delle tensioni. Ma alla sua morte essi emersero con drammaticità.

Concesso da Storia: Fatti e misfatti

 

Formazioni degli stati nazionali in Jugoslavia

Fu Slobodan Milosevic, che assunse la leadership del partito comunista serbo nel 1986, l'anno della pubblicazione del Memorandum. Con il pretesto di difendere la minoranza serba ivi residente, il Kosovo venne infatti nel 1987 annesso alla Serbia.
La Macedonia nel 1991 si separò pacificamente dalla Jugoslavia.
Anche, alla dichiarazione di indipendenza della Slovenia la reazione serba è stata alquanto blanda. La Slovenia, infatti, ha un territorio molto limitato e una popolazione inequivocabilmente slovena. La Repubblica aveva vari motivi di lagnanza che contribuirono al suo progressivo distacco dalla Jugoslavia. Di natura economica, innanzitutto: con solo l'8% della popolazione complessiva, nel 1980 la Slovenia produceva un terzo del Prodotto nazionale lordo (Pnl) jugoslavo, insieme ad un quarto delle esportazioni complessive. Per questo essa richiese, senza successo, una riduzione del proprio contributo al pesante bilancio federale (le cui voci erano rappresentate soprattutto dalle spese per l'esercito federale e la burocrazia statale). Inoltre gli sloveni dissentivano dall'occupazione serba del Kosovo, i cui costi gravavano su tutta la Jugoslavia anche se solo la Serbia aveva un interesse specifico in quella regione. Al referendum del 23 dicembre 1990 una maggioranza schiacciante si espresse in senso favorevole alla proclamazione di una Slovenia indipendente e sovrana e la Slovenia dichiarò la propria indipendenza il 25 giugno 1991.
Lo stato maggiore dell'esercito federale prese la decisione di ricorrere all'uso della forza nei confronti della repubblica, poichè la presidenza collettiva della Jugoslavia, la sola ad avere l'autorità costituzionale per dare un ordine simile, era paralizzata. L'intervento in Slovenia, nonostante la superiorità di armi e di equipaggiamenti e il controllo totale dei cieli, non si concluse bene per l'esercito federale. Dopo tre settimane venne sconfitto.
Il 25 giugno 1991, dopo un referendum popolare, la Croazia proclamò la propria indipendenza e dichiarò di essere pronta alla secessione qualora non si fosse giunti ad un accordo su una libera confederazione. Alla dichiarazione di indipendenza seguì la ribellione armata contro il governo non comunista croato da parte di militanti serbi dell'area di Knin nell'alta costa adriatica. Dopo aver indetto il proprio referendum sulla questione dell'autonomia, i serbi degli 11 distretti a maggioranza serba proclamarono la loro autonomia, creando una regione denominata Kraijna (dal nome Vojna Kraijna, regione militare, attribuito dagli Asburgo ai distretti militari che esistevano lungo i confini con l'Impero turco). Gli irregolari di Knin - chiaramente ben equipaggiati e coordinati - sabotarono numerosi collegamenti ferroviari e stradali tra Zagabria, la capitale della Croazia, e la costa adriatica, gettando nel caos i flussi turistici. Con l'aperto appoggio di Milosevic da Belgrado (e con quello discreto delle unità militari jugoslave dislocate nell'area) i serbi della Kraijna proclamarono nel 1991 la loro annessione alla Serbia, le cui autorità ne presero atto senza giungere ad un riconoscimento formale.
La"sporca guerra" croata si trasformò, nel luglio 1991, in un conflitto su vasta scala, subito dopo la conclusione della crisi in Slovenia. Essa provocò migliaia di caduti, più di un milione e mezzo di rifugiati e una quantità impressionante di danni materiali, con la distruzione parziale o completa di interi villaggi e città. Una delle città croate ad essere completamente distrutte fu Vukovar, sul Danubio, conquistata dalle milizie serbe nel novembre 1991 dopo un assedio durato parecchi mesi. La guerra si è conclusa nel gennaio 1992, con il passaggio di circa un terzo della Croazia sotto il controllo della Serbia. Il 2 marzo 1992 si è tenuto nella Bosnia Erzegovina un referendum per proclamare la propria indipendenza, al quale non ha partecipato la minoranza serba. Si è recato alle urne poco più del 50% della popolazione ed hanno vinto i sì. L'intreccio etnico proprio dello stato jugoslavo è particolarmente accentuato in questa regione: sul suo territorio, infatti, abitato prevalentemente da musulmani, risiedono anche consistenti comunità serbe e croate. Nell'aprile 1991 una serie di circoscrizioni della Bosnia occidentale, a maggioranza serba, hanno deciso di istituire un'enclave autonoma all'interno della Bosnia-Erzegovina, sul modello della Krajina serba in Croazia. I musulmani ritenevano che tale regione costituisse un passo preliminare per la creazione di una grande Serbia destinata ad inglobare la Bosnia-Erzegovina. Il loro timore era che tutto ciò avrebbe favorito le rivendicazioni dei croati dell'Erzegovina occidentale per l'annessione alla Croazia, portando alla spartizione della Bosnia. La divisione della loro repubblica costituiva per i musulmani un terribile incubo nel quali essi sarebbero stati le principali vittime quantunque sia i serbi che i croati (in particolare i primi) avrebbero incontrato seri problemi a causa della complessa distribuzione " a macchia di leopardo"' delle varie etnie della Bosnia-Erzegovina.
La Bosnia-Erzegovina è una regione strategica per il controllo del sud del paese ed è sede di importanti fabbriche d'armi. La perdita della regione non poteva quindi essere accettata dai vertici militari e dai dirigenti di Belgrado fedeli a Milosevic, per i quali la Bosnia era un elemento chiave nell'ambito del progetto della grande Serbia. I preparativi per conquistare la Bosnia erano già ad uno stadio avanzato, quando un referendum sulla questione dell'indipendenza veniva indetto per il 29 febbraio e per il 1° marzo 1992. Il 63% dei votanti votò sì. Lo stesso giorno, mentre i cecchini serbi prendevano di mira i dimostranti per la pace a Sarajevo, la capitale, la presidenza bosniaca dichiarava lo stato d'emergenza. Il giorno seguente, dopo il riconoscimento della Bosnia anche da parte degli Stati Uniti, i serbi della Bosnia settentrionale proclamarono una repubblica serba "federata alla Jugoslavia", mentre aerei militari jugoslavi bombardavano numerose città della regione e gruppi paramilitari serbi iniziavano un attacco su vasta scala contro numerose città della Bosnia orientale. All'inizio del 1993 la guerra in Bosnia aveva provocato una quantità immensa di distruzioni materiali e di sofferenze umane, come non si era più visto dai tempi della seconda guerra mondiale, superando anche le devastazioni della guerra in Croazia del 1991.
Nel corso del 1993, dopo il fallimento dei piani di pace Vance-Owen e Owen-Stoltenberg, la situazione jugoslava si avvia verso una fase di stallo, nel senso del proseguimento della guerra e dell'arresto del processo di pace. L'anno successivo segna la decisa presa in carico del caso da parte degli Stati Uniti e del presidente Clinton. A differenza delle diplomazie europee, insieme inclini ad esercitare la loro influenza e a rispettare, o a mostrare di farlo, una logica di equidistanza, gli USA adottano criteri di giudizio molto più drastici e partigiani. L'intervento statunitense prevede la punizione della Serbia, considerato paese aggressore, comporta quindi l'assistenza alla Croazia e la fine della guerra fra Croazia e Bosnia. Nel marzo 1994, a Washington, croato-bosniaci e bosniaci si uniscono in federazione e la neocostituita federazione si confedera con la Croazia (confederazione che risente del retropensiero dei croato-bosniaci, desiderosi di un'annessione alla Croazia).

Concesso da www.wikipedia.org

 

La crisi del Kosovo

Nel 1998, il conflitto nazionalistico si riaccese lì dove era sorto quasi dieci anni prima: nel Kosovo. Durante tutti gli anni Novanta la situazione nella provincia a maggioranza albanese si era andata progressivamente deteriorando, fino a indurre una parte della popolazione kosovara ad abbandonare la posizione pacifista sostenuta da Ibrahim Rugova, il popolare leader scelto nel 1992, in elezioni non riconosciute dal regime serbo, come presidente dell' autoproclamata Repubblica del Kosovo. A peggiorare la situazione fu l'insediamento, peraltro contenuto, nella provincia, di profughi serbi della Bosnia e della Krajna; il timore che Milosevic volesse utilizzare i profughi per colonizzare il Kosovo e modificare a favore dei serbi il rapporto etnico, dando un colpo definitivo alle ambizioni di autonomia dei kosovari-albanesi, causò tra questi la crescita del malcontento e il farsi strada di posizioni più radicali. Nel 1996 fece la sua comparsa un movimento di resistenza armata, l'Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK).
Dall'estate 1997, l'azione dell'UÇK si intensificò e la sua posizione indipendentista ottenne un crescente sostegno tra la popolazione albanese del Kosovo. Nel tentativo di ripristinare il controllo sul territorio, il regime serbo rispose rafforzando la sua presenza militare nella provincia. L'offensiva lanciata dalle truppe serbe nel 1998 contro l'UÇK coinvolse pesantemente la popolazione civile, causando centinaia di vittime e la distruzione di interi villaggi; al risoluto intervento delle truppe ufficiali si aggiunse, analogamente a quanto era successo in Bosnia durante il precedente conflitto, la criminale operazione di pulizia etnica condotta soprattutto dalle bande paramilitari. Nel marzo 1998, temendo che lo scontro in Kosovo potesse provocare la ripresa della guerra e la sua estensione al resto dei Balcani, il Gruppo di contatto (istituito per vigilare sulla pace nell'ex Iugoslavia e formato da Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia) impose, con il solo parere contrario della Russia, sanzioni economiche alla Serbia e minacciò un intervento militare se questa non avesse accettato di ritirare le proprie truppe e di avviare un negoziato di pace con i rappresentanti della popolazione albanese del Kosovo. In ottobre fu raggiunto un accordo che stabiliva il cessate il fuoco e l'invio di 2000 osservatori dell'OSCE nel Kosovo.
Le continue violazioni della tregua verificatesi nei mesi seguenti e l'aumento del flusso dei profughi dovuto alle crescenti violenze sulla popolazione civile, portarono a un'ulteriore iniziativa diplomatica. Tra febbraio e marzo 1999 una bozza di accordo preparata dal Gruppo di contatto fu sottoposta alle delegazioni del governo serbo e della popolazione kosovaro-albanese convocate a Rambouillet, in Francia; l'accordo prevedeva il rispetto dei diritti fondamentali della comunità albanese (politici, religiosi, culturali ecc.) e la concessione di una sostanziale autonomia al Kosovo.
In seguito al fallimento della conferenza, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, sostenuti dagli altri paesi della NATO, concordarono l'intervento militare; la notte del 24 marzo iniziarono le incursioni e i bombardamenti degli aerei dell'Allenza atlantica sulla Serbia e sul Kosovo. Giustificata come un'inevitabile “ingerenza umanitaria” negli affari interni di un paese sovrano, l'operazione “Allied Forces” della NATO, basata sul nuovo “concetto strategico” che l'Alleanza ha elaborato in occasione del suo cinquantesimo anniversario, costituì il primo intervento militare lanciato senza una preventiva autorizzazione delle Nazioni Unite. L'operazione durò 78 giorni; durante questo periodo i rapporti con la Serbia non si interruppero, grazie agli sforzi delle diplomazie di alcuni paesi dell'Alleanza (in particolare dell'Italia) e del rientro in gioco della diplomazia russa e delle Nazioni Unite. Agli inizi di giugno la Serbia accettò una proposta di accordo che accoglieva in parte le richieste che aveva avanzato in marzo a Rambouillet, soprattutto in merito alla presenza di truppe militari straniere sul suo territorio e al riconoscimento sul Kosovo della sovranità serba. Il Kosovo ottenne un'ampia autonomia, garantita da un contingente di sicurezza dell'ONU (KFOR) analogo a quello stanziato dal 1995 in Bosnia e costituito da truppe dei paesi del Gruppo di contatto, compresa la Russia.
Nel corso del 2000, Milosevic, accusato di crimini contro l'umanità dal Tribunale dell'Aja, vide precipitare il suo consenso presso la popolazione serba, sempre più stretta nella morsa della crisi economica, ma perse anche il sostegno di interi settori del regime e dell'esercito. Nel tentativo di puntellare il suo ormai traballante potere, tra la primavera e l'estate impose al Parlamento federale una serie di emendamenti alla Costituzione della federazione e, assicuratosi in questo modo il diritto di concorrere nuovamente alla presidenza, indisse nuove elezioni.
Le successive elezioni presidenziali federali, svoltesi a settembre, causarono un profondo rimescolamento del quadro politico balcanico. La strategia di Milosevic naufragò infatti contro la ritrovata unità delle opposizioni, che, riuscite a coalizzarsi nel fronte di Opposizione democratica, raccolsero un forte consenso intorno al loro candidato Vojislav Kostunica.
Il tentativo di Milosevic di conservare un ruolo nel panorama politico serbo, seppure dai banchi all'opposizione, si è così scontrato con la determinazione della nuova leadership serba a chiudere i conti con il passato regime. Accusato di abuso di potere e di reati finanziari, il 31 marzo 2001, dopo giorni di convulse consultazioni fra tutte le istituzioni e una drammatica trattativa, l'ex dittatore si è consegnato alle forze di polizia ed è stato posto agli arresti.

Concesso da Storia: Fatti e misfatti

 

Fine della federazione tra Serbia e Montenegro

L'Unione di Serbia e Montenegro sostituiva la Repubblica Federale di Jugoslavia e veniva approvata dalle due camere del Parlamento jugoslavo il 4 febbraio 2003.
In seguito al referendum del 21 maggio 2006 la Repubblica del Montenegro è diventata nuovamente uno stato indipendente, ponendo fine, di fatto, alla Serbia e Montenegro.
Successivamente la confederazione è stata sciolta ufficialmente e, come previsto dalla sua Costituzione, sua erede diretta nel consesso internazionale è divenuta la Serbia. Il Montenegro, come nuovo Stato, ha dovuto invece ottenere il riconoscimento degli altri Stati e delle organizzazioni internazionali come l'ONU e il Consiglio d'Europa.

Concesso da www.wikipedia.org

HOME PAGE