Ungheria
Dalle origini a oggi
L'Ungheria, anticamente abitata da popolazioni indoeuropee (celti), fu conquistata e resa provincia romana nel 35 a.C. con il nome di Pannonia. Concesso da www.wikipedia.org e www.homolaicus.com
Grande importanza ebbe nel sistema difensivo romano nei confronti delle popolazioni barbariche. Quando queste riuscirono a superare i confini romani, l'Ungheria dovette piegarsi al passaggio di queste popolazioni fino a che, nel VI secolo fu conquistata dai turchi.
Ai turchi si susseguirono i bulgari, i moravi e infine i magiari, che si stabilirono in maniera definitiva nel territorio dando vita ad un regno che durò per quattro secoli e che riuscì ad unificare sotto di se le sei diverse tribù originarie. Questo fu un periodo in cui si gettarono le basi per un governo forte, unitario e centralizzato; dedito all'ampliamento dei confini territoriali, a discapito delle vicine Slavonia, Croazia e Dalmazia, e all'affermazione dei privilegi dell'aristocrazia agraria (privilegi che manterrà fino alla II Guerra Mondiale). Al termine di questi quattro secoli si alternano al trono diverse famiglie:
la famiglia d'Angiò (sotti i quali l'Ungheria annesse la Baviera, la Boemia e la Lituania);
la famiglia Sigismondo (proveniente dal Lussemburgo);
la famiglia Iagelloni (di origine polacca);
la famiglia Corvino.
Sotto il regno dei Corvino, l'Ungheria si trovò ad essere il campo di battaglia fra l'Austria asburgica da una parte e l'Impero ottomano dall'altra. Questa situazione portò a diverse ribellioni da parte della popolazione ungherese, che furono prontamente utilizzate a proprio vantaggio dai turchi.
La guerra terminò nel 1699 con la vittoria austriaca e l'incoronazione di Leopoldo I come re d'Ungheria, ma sarà solo nel 1711 con Carlo VI che i magiari riconosceranno il legame con l'Austria.
Alla dichiarazione d'indipendenza ungherese, enl 1848, l'Austria reagì, sostenuta dalla Russia, con la guerra che portò alla sconfitta del movimento indipendentista e alla riannessione dell'Ungheria alla corona asburgica. Venne dato il via ad un progetto di snazionalizzazione (imposizione di lingua e cultura tedesca agli ungheresi) che venne presto abbandonato in favore di una concessione d'autonomia. L'autonomia prevedeva comunque che l'Ungheria rimanesse legata all'Austria per quanto riguardava politica estera, militare e finanziaria.
Con la I Guerra Mondiale la situazione ungherese precipitò. Nel 1918 il malcontento dilagò portando ad una insurrezione popolare che proclamò la nascita di una repubblica basata sull'autodeterminazione dei popoli e che sancì il ritiro dalla guerra.
Dopo la proclamazione della repubblica ungherese del 30 ottobre 1918, il governo Károlyi si limitò a introdurre il suffragio universale, a proclamare le libertà politiche di parola, di stampa, di riunione e manifestazione e stabilì, sulla carta, la giornata lavorativa di otto ore, facendo altresì alcune limitate riforme agrarie. Quello che mancava nettamente era il controllo sull'attività imprenditoriale, speculativa e anche usuraia della borghesia, che si stava arricchendo molto velocemente, a spese di masse affamate e disoccupate, alle prese con un'inflazione galoppante. Il primo che cominciò a reagire seriamente a tale situazione fu il partito comunista, nato il 24 novembre 1918, guidato da Béla Kun (1886-1939). Alla fine del 1918 s'intensificò la lotta del movimento contadino, che si rifiutava di pagare le tasse allo Stato, che attaccava le ville dei signori, occupandone le terre e requisendone bestiame e attrezzi agricoli. I leader socialdemocratici reagirono escludendo i comunisti dai sindacati e dal Consiglio dei deputati operai di Budapest. Approfittarono inoltre di un incidente provocato durante una manifestazione di scioperanti davanti alla sede del giornale socialdemocratico "Népszava", il 20 febbraio 1919, in cui vennero uccisi alcuni poliziotti: in sostanza appoggiarono l'iniziativa del governo di distruggere la tipografia del "Giornale rosso" e di arrestare il 21 febbraio quasi tutti i membri del C.C. del partito. Una parte dei sindacati dichiarò necessaria un'intesa coi comunisti. L'intervento degli imperialisti dell'Intesa accelerò lo scoppio della rivoluzione. Infatti il 20 marzo le potenze dell'Intesa presentarono al governo magiaro l'ultimatum per l'accettazione di una nuova linea di demarcazione che assoggettava parecchi distretti del paese all'occupazione straniera. La borghesia nazionale non ebbe il coraggio di opporvisi. Il governo Károlyi consegnò il potere ai socialdemocratici, la cui ala sinistra pretese un'alleanza coi comunisti, proponendo a quest'ultimi, ancora in carcere, la costituzione di un unico partito, al fine di togliere ai comunisti la possibilità di un'azione autonoma. L'11 marzo Béla Kun e altri dirigenti accettarono la proposta dei socialdemocratici, ponendo, a loro volta, le seguenti fondamentali condizioni: la proclamazione della repubblica "sovietica" ungherese, col potere assegnato a operai, soldati e contadini poveri; il diritto all'autodeterminazione per le minoranze interne e l'unione dei popoli liberati sotto forma di una federazione socialista; il disarmo della borghesia, l'organizzazione dell'Esercito Rosso e della milizia popolare; la nazionalizzazione di tutte le aziende industriali aventi più di 20 operai, delle banche, dei trasporti, dei mezzi di comunicazione, del commercio con l'estero e di quello all'ingrosso; la confisca, senza indennizzo, delle terre la cui superficie superasse i 100 holds (1 hold=0,57 ha), appartenente agli agrari, sia laici che ecclesiastici, e la loro gestione collettivizzata; la separazione di Stato e chiesa e di chiesa e scuola; il generale miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori; l'alleanza strategica con la Russia sovietica. Fu così che sorse il partito socialista d'Ungheria e che il 21 marzo 1919, 16 mesi dopo la rivoluzione bolscevica, fu proclamata la Repubblica dei Consigli d'Ungheria, il cui primo ministro fu il socialdemocratico S. Garbai (Béla Kun era ministro degli Esteri).
L'interventismo straniero non si fece attendere. Stati Uniti, Regno Unito, Francia e altri paesi capitalisti rifiutarono di riconoscere la Repubblica dei Consigli e la sottoposero al blocco economico di qualunque risorsa, anche alimentare (il blocco imperialista raggruppava più di 20 Stati). Nel contempo si organizzò l'intervento armato. A Belgrado, Praga e Bucarest venne inviato l'ordine di aggredire l'Ungheria, con la promessa di un allargamento dei loro territori. Il 16 aprile truppe coloniali francesi, romene e cecoslovacche entrarono nel paese. Nel maggio 1919, quando a Budapest i socialisti di destra cominciarono a chiedere esplicitamente di arrendersi al nemico, i comunisti chiamarono invece tutta la classe operaia a respingerlo. Nella prima fase dei combattimenti l'Esercito Rosso fermò l'offensiva degli interventisti. Non tutto sembrava perduto. Il governo jugoslavo rinunciò a intervenire a fianco dell'Intesa, e anche in Slovacchia la popolazione cominciò ad appoggiare attivamente gli ungheresi, tanto che si riuscì a intraprendere una campagna vittoriosa verso nord. Preoccupati di questi successi, Regno Unito, Francia, Italia e Stati Uniti si accordarono, alla Conferenza di Parigi del 20 marzo, per una nuova comune offensiva. L'ultimatum fu lanciato dal premier francese Clemenceau (1841-1929) ed era sempre relativo alla linea di demarcazione stabilita dall'Intesa all'atto della firma dell'armistizio del 3 novembre 1918; in cambio si prometteva il riconoscimento della Repubblica socialista. Al primo Congresso dei Consigli i riformisti, ch'erano maggioritari, votarono a favore della proposta dell'Intesa. Alcuni comunisti, tra cui Béla Kun, per non provocare divisioni tra i socialisti, finirono coll'accettare la risoluzione. Così il governo ordinò alle sue truppe, a nord della linea di demarcazione, di ritirarsi. Clemenceau invece lasciò i reparti romeni sul territorio ungherese, rimangiandosi quello che aveva assicurato. I militaristi romeni si prepararono per una nuova offensiva. Le armate ungheresi cercarono di fermarli, ma il capo di stato maggiore, con alcuni ufficiali, tradirono, sicché l'esercito fu sconfitto sul fiume Tibisco. Subito dopo i socialdemocratici di destra organizzarono una congiura e il 1° di agosto ottennero le dimissioni del governo in carica, sostituito da uno cosiddetto "sindacalista", che sciolse subito l'Esercito Rosso, revocò la nazionalizzazione delle banche e della aziende industriali e liquidò molte altre conquiste della rivoluzione. Il tradimento aprì la strada alla dittatura fascista dell'ammiraglio Horthy, che nei confronti dei rivoluzionari in generale e dei comunisti in particolare applicò un durissimo regime di terrore. Circa 1.500 persone furono giustiziate con processi farsa; altre 6.000 furono eliminate sommariamente, senza alcun processo; circa 70.000 finirono nei campi di concentramento e oltre 100.000 emigrarono. Verso la metà degli anni Venti l'economia si trovava in uno stato così critico che il governo fascista fu costretto a chiedere un ingente prestito di risanamento, offrendo in cambio al capitale straniero di poter svolgere nel paese qualunque tipo di affare. Quanto all'agricoltura, lo 0,2% dei proprietari possedeva il 30% di tutte le terre, mentre l'85% delle aziende agricole ne possedeva solo il 19,3%. Oltre un milione di braccianti e salariati agricoli era tornato a non avere assolutamente nulla. La maggior sfruttatrice dei contadini restava, come sempre, la chiesa cattolica. La sconfitta dell'Asse portò anche alla caduta di Horty. La monarchia fu sostituita da una repubblica popolare che ritirò le truppe dalla guerra.
I partiti di sinistra, grazie al controllo della polizia ed al sostegno popolare, vinsero le elezioni del 1947 salendo al potere. Furono rafforzati i legami con l'URSS, anche attraverso accordi economici e militari. Manteranno il potere dittatoriale fino al 1989.